The Company – Un’altra piccola storia

    Pensando ancora a The Company, mi è venuta in mente una storia araba, molto antica, che avevo sentito raccontare. Credo che spieghi ancora meglio il senso di questa bellezza che produciamo attraverso la nostra fatica, e che non cogliamo dall’interno ma che viene offerta in dono, ad altri che magari non conosciamo nemmeno.

 

    La storia racconta di una sensualissima ballerina, che sta offrendo una danza incantevole  ai prìncipi: la testa riversa, la bocca socchiusa, le braccia tese, il corpo (s)vestito ad arte. Alla fine della danza, madida di sudore e con il respiro affannoso, lascia la sala e va nel giardino. Si siede al bordo di una vasca dove galleggiano rose, e posa la fronte accaldata contro il marmo.

    Un giovane l’ha seguita. Innamorato di lei, folgorato dalla sua bravura e dalla sua sensualità, le si avvicina e a bassa voce le chiede se le piaccia la voluttà.

    Lei lo guarda, senza capire, e risponde: “Non conosco il significato di questa parola”. 

 

Radiografie – The Company, di Robert Altman

 

    Esiste un alfabeto dentro di noi, a quanto pare, scritto molto prima che noi imparassimo a leggere e a scrivere. Alfabeto di impulsi visivi e auditivi che riceviamo, immagazziniamo, organizziamo. L’alfabeto che ogni animale ha dentro di sé.

 The Company ci riconduce a questo livello primitivo. E ci fa sentire forte come alcune dimensioni che oggi tendiamo a dimenticare, dettino in realtà gran parte della nostra vita.

    Non mi sembra così determinante la scelta di girare in digitale, anche se forse meriterebbe un discorso a parte, quanto la scelta visiva globale del film.  The Company è secondo me un film sullo spazio e sulla nostra esperienza dello spazio. La danza come conoscenza dello spazio dentro e fuori di noi. Ho letto di tutto su questo film: che la storia è inesistente, che il film stesso è inutile, che non c’è profilo nei personaggi. E in un certo senso qualcosa di vero c’è.

    Altman frequentemente sembra non andare da nessuna parte. Finché non ci si rende conto che le mete verso le quali tende non sono quelle abituali in un film, specie se americano, ma non per questo sono assenti: sono più fini, più sottili. E come si fa certe volte per paura, o per insicurezza, tendiamo a dire che le cose che non vediamo non ci sono. E’ un po’ il destino di Altman. D’altro canto è evidente:  Altman è ironico sempre e comunque. L’ironia è appunto l’arte di dire due cose contrarie nello stesso momento. E di farlo con chiarezza. Questo chiede essenzialmente la presenza di un pubblico. Che completi il film cogliendo la parte contraria, ciò che viene detto intanto che viene detta un’altra cosa

    Più precisamente. Il film è una lunga teoria di litigi, tradimenti, arrivismi, grandi drammi, vere e finte amicizie. E i personaggi sembrano non riuscire a districarsi in mezzo ai loro problemi, sembrano sempre sul punto di trattare le cose più importanti del mondo. Un ballerino viene sostituito in una scena ed ecco che spunta il suo agente con minacce, ecco scatenarsi il dramma di questo ragazzo. Questo è un lato della questione.

    L’altro è l’ottica con cui è girato: il grandangolo. Tutto a fuoco, quasi sempre. Grandi spazi. Movimenti morbidissimi di macchina. I personaggi sono in un punto a metà tra noi e la fine dello spazio, che sia un muro o un sipario o una finestra. Questo rende i loro drammi comunque distanti, comunque immersi e compresi in qualcosa di più ampio di loro di cui a volte nemmeno loro sembrano consapevoli.

    Torno sul grandangolo: girare tutto a fuoco comporta che il personaggio non si stagli mai sul fondo della realtà che lo circonda. In qualche modo quando vedo un personaggio a fuoco su un fondo sfuocato, entro in lui, mi sento in intimità con lui, l’intimità è appunto un momento privato rispetto a tutto il resto. Il nitore continuo di questo film (teoricamente assurdo, se si pensa che si parla di artisti, con un mondo interiore di solito ipertrofico) non dice che questi personaggi sono superficiali , per tornare ai commenti che citavo, né che sono inutili. Dice che il loro mondo interiore è vomitato all’esterno, che sono incapaci di protezione delle proprie emozioni. Eccoli infatti corrersi dietro visceralmente dall’inizio alla fine del film. Ognuno di loro è l’intimità dell’altro.

    E poi… la bellezza. Il difficile tema della bellezza che non deve mai essere decorativa. Il fatto è, sembra, che l’esito di tutto questo affannarsi, sudare, spingersi, faticare, è compreso in un senso più ampio, che è sempre di grande respiro, un respiro che non vediamo perché ne siamo parte. E’ il balletto finito, spettacolare, travolgente, ma mai per noi che lo balliamo. E’ un regalo. Siamo destinati a dimenarci nella dura danza della nostra vita sempre a beneficio di qualcun altro che ne coglie la bellezza da un punto di vista lontano.

    In conclusione, il meta – linguaggio di Altman mette i suoi personaggi contro il suo sguardo su di loro. Una lezione di cinema e credo anche di umanità.  Un esercizio insolito: camminare per strada e sentire lo spazio davanti, sopra, sotto e dietro di noi. E il tempo, che ci ha partoriti e ci supererà, che in questo momento ci accoglie.

Lo spunto di oggi – Ciao, bellezza…

 

Art.1. Media Padania bandisce l’edizione 2007 del Concorso “Miss Padania”.

Art.2. Il Concorso sarà articolato in Selezioni, Prefinale e Finale.

Art.5. Per partecipare al Concorso le candidate dovranno essere in possesso dei seguenti requisiti:

1. avere la cittadinanza italiana ed essere residenti da almeno dieci anni consecutivi in Padania (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Trentino A.A, Friuli V.G., Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Toscana);

 

 

2. essere dello stesso sesso registrato sul certificato di nascita;

3. non essere mai state coinvolte in fatti contrari alla morale;

4. D’ età compresa tra i 17 e i 28 anni (il giorno della Finale);

5. non aver mai partecipato a servizi fotografici e film ritenuti sconvenienti a insindacabile giudizio dell’Organizzazione del Concorso o di organo incaricato dalla stessa;

6. non rilasciare dichiarazioni non in linea con gli ideali dei Movimenti che promuovono la Padania;
La mancanza anche di uno solo dei requisiti richiesti, comporta la inammissibilità o, anche se ammesse, la immediata esclusione;
Non possono inoltre partecipare all’edizione 2007 le partecipanti alla Finale di Miss Padania precedente.

 

 

Art.10. Le vincitrici dei titoli “Miss Padania”, “Miss Sole delle Alpi”, “Miss Camicia Verde”, dovranno obbligatoriamente presenziare alla manifestazione dell’anno successivo per il passaggio dei titoli.

Radiografie – Il Caimano, di Nanni Moretti

Immaginiamo di avere davanti a noi un foglio bianco. Su questo foglio facciamo un cerchio. Dentro a questo cerchio ci sono tutte le azioni che il personaggio principale e gli altri personaggi compiono durante il film. Tutto ciò che è dramma, conflitto, eventi. Al di fuori di questo cerchio non esiste nulla.
Si chiama cerchio drammatico ed è il mondo, l’intero mondo della storia.

Prendiamo un altro foglio. Disegniamo un altro cerchio. Dentro ci stanno tutte le idee che questo film esprime. I contenuti, i temi, gli argomenti. Anche, se ce ne sono, i famigerati messaggi. E’ il cerchio tematico.

Ora sovrapponiamo i due fogli. In un film pienamente riuscito – è un parere personale, ovviamente – i due cerchi coincidono. Significa cioè che l’area drammatica coincide con l’area tematica. In altre parole: ogni azione del personaggio oltre a farci conoscere più profondamente il personaggio, illumina anche il tema del film. Il cinema è il luogo in cui i temi si affrontano raccontando fatti e i fatti si raccontano mai disgiunti dai temi portanti. L’azione conduce al suo senso e il senso partorisce le azioni.

Il Caimano ha due cerchi molto nettamente tracciati. In quello drammatico la vicenda è chiara: ce la farà il nostro protagonista a produrre il suo film ? In quello tematico altrettanto: Silvio Berlusconi ha ridotto l’Italia in sfacelo. Questo è un elemento a mio avviso molto positivo del film: chiarezza di linee e di idee non sono tratti così ricorrenti nel nostro cinema.

Ma, mi sembra, non sempre i due cerchi sono coincidenti. Un solo esempio per tutti: Silvio Orlando divorzia senza che abbiamo la possibilità di conoscerne almeno sommariamente i motivi. Non che fosse obbligatorio, naturalmente. Ma certo avrebbe potuto essere un modo per evocare qualcosa di più ampio che si stava sfasciando: l’Italia sotto i colpi del governo Berlusconi, per stare nella tesi del film. Per fare di un elemento narrativo un risuonatore tematico e viceversa. Berlusconi che fa il monologo del Kapò è molto centrato ma esclusivamente tematico, è come se in quel momento ci si dicesse: scusate il film si ferma perché vogliamo dimostrarvi che la nostra tesi è corretta.

Questo sito è un luogo di analisi, non un luogo di giudizi valutativi sui film. Chi ha provato a girare e montare qualsiasi cosa, anche piccolissima, sa che un film è sempre l’esito di tantissime variabili, non del tutto e non sempre controllabili. Ogni giudizio non può che arrivare dopo un sentimento di gratitudine verso chi ha fatto un film che ci ha in qualche modo arricchiti. Trovo che il film di Nanni Moretti sia interessante e per certi versi anche un esempio di sceneggiatura scritta con un pensiero forte. Trovo che esistano queste zone sfasate, come dicevo, che ora della fine indeboliscono e rendono intermittente il discorso cinematografico.

Ma è un film che vale la pena vedere, e sul quale vale la pena riflettere.

Lo spunto di oggi – La credibilità

“Se vogliamo rendere credibile il nostro personaggio, non dobbiamo mai appellarci ai fatti. Generalmente, in un articolo di cronaca o in un saggio storico vengono citate le fonti su cui essi si basano, ma nella narrativa non esiste questa possibilità. Il modo peggiore per giustificare un fatto o un personaggio poco credibile è quello di affermare che c’è già stato un altro caso simile

    La narrativa non ha niente a che vedere con ciò che è già accaduto. Essa si occupa di ciò che accade. Il compito dello scrittore non è quello di creare dei personaggi che rispecchino fedelmente la realtà, bensì quello di creare personaggi che sembrino reali e plausibili.”

Orson Scott Card, “I personaggi e il punto di vista” 

Lo spunto di oggi – La felicità

“Ai nostri giorni il diritto di perseguire la felicità è considerato universale ed è inscritto – giustamente – anche in qualche costituzione, ma resta aperta la discussione sul modo di raggiungerla singolarmente e collettivamente. Molti di noi sentono il bisogno e quasi il dovere di essere felici e non sono soddisfatti quando il desiderio si realizza. E non si può non essere perplessi di fronte al genere dei piaceri che vanno per la maggiore, ai mezzi adottati per conseguirli e al fatto che tali piaceri siano ritenuti il bene supremo ed il fine ultimo della vita.”
Mario Gallo, “Cinema e dintorni”

Lo spunto di oggi -La forma

“Potete persino spingervi a chiedere: è davvero così importante la forma della narrazione ? Non esiste qualcosa come una forma neutrale, una forma in cui possiamo versare qualsiasi tipo di storia ? La risposta è no. Nulla è neutrale, la forma è inestricabilmente legata al contenuto.”
Ken Dancyger, Jeff Rush – “Il cinema oltre le regole”

Lo spunto di oggi – L’immaginazione

“Ma una cosa è certa, e deriva dall’esperienza: l’immaginazione è un muscolo. E’ per questo che la si può allenare, come la memoria, o come il pianista le sue dita, le sue orecchie. Bisogna obbligarsi, e anche ogni giorno, a partire da un fatto diverso letto sul giornale, da un aneddoto raccontato da un amico, o semplicemente a partire da niente, a partire da ciò che si crede essere il vuoto in se stessi, lasciandone liberamente agire i lunghi passaggi silenziosi che ci attraversano (perché l’aria che respiriamo è caricata di miriadi di storie, come l’acqua che beviamo…), bisogna obbligarsi a inventare una situazione, un inizio di battuta, e anche a vedere storie dappertutto, e a raccontarle costantemente a qualcuno.”
Jean-Claude Carrière, Pascal Bonitzer
“Exercice du scénario”

Il David di Donatello

Mi sembra molto bella l’occasione del David di Donatello per far nascere questo sito. E’ un premio che ho ricevuto con un’emozione indicibile. E’ l’occasione per ringraziare tutti quelli che hanno lavorato a questo breve film: l’hanno fatto tutti gratis. Nessuno pensando a dove avrebbe potuto portare. Grazie a Cesare e Stefania, a Roberto Tronconi e ad Emiilio Giliberti. Grazie a Sottosopra, a Paolo e Andrea. Alla giuria, che ci ha permesso di essere là.
Con molta semplicità, mi auguro che questo luogo diventi una casa nella quale chiunque ha un’idea di cinema possa dirla e sostenerla. E quindi mi è d’obbligo cominciare… con un’idea molto piccola, ma per me fondamentale: il cinema è un regalo, e un regalo è sempre per qualcuno. Un film, per quanto bello possa essere, se non viene visto da un pubblico, non esiste.
Per questo ritengo che un regista che arriva alla fine del proprio lavoro debba essere consapevole di averne fatto soltanto metà. Non credo ai lavori titanici già risolti nella pienezza di se stessi. Credo ai film imperfetti e magari non del tutto risolti di chi non racconta una storia per infliggercene la morale, ma lo fa continuando a cercare di capirla.
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