Lo spunto di oggi – “A proposito della disperazione e del coraggio”, di Rainer Werner Fassbinder

“Non si può parlare del senso della vita senza ricorrere a parole fallaci. Inadeguate. Ma non ce ne sono altre. Se qualcosa esiste, allora è il movimento. Un bel giorno si è voluto dar credito a una cosmologia irrigidita, un sistema solare che, muovendosi in maniera preordinata, in realtà non si muove più. Per farlo rimettere in moto bisogna scompaginarlo. Questo è il compito dell’uomo, fin dalla sua creazione, ma non c’è alcun progetto che lo fondi. Non ci è più consentito affermare che la nostra esistenza ha uno scopo preciso. Il progetto, ma è quello dei potenti, si realizza nel nostro pensiero causale, che è sempre instradato a erigere esclusivamente sistemi di valori, a produrre senso.

    La storia intera, tutte le mitologie sono il risultato di quella serie pianificata di concatenazioni causali.  Ma se noi disarticoliamo le rispettive rotazioni di questo sistema, allora l’equilibrio dei baricentri non tiene più, e tutto il sistema va a rotoli. All’improvviso si crea il movimento, qualcosa esiste. L’effetto sarà paralizzante, per noi che partoriamo sempre valori. Siamo qui per questo. Non riusciamo ad accettare ciò che, rispetto all’esistente, vi si contrappone. Ragion per cui siamo ben lontani dalla libertà. 

    Noi non saremo mai liberi finché non saremo disposti ad accettare la distruzione. Così come accogliamo quel ben regolato sistema solare che testimonia del nostro irrigidimento. E la nostra situazione è dovuta al fatto che l’individuo non percepisce il suo essere estinguibile. Non mi riferisco a un sapere intellettuale, bensì a quella certezza del corpo in ogni sua azione. All’uomo, l’opportunità di capire la finitezza viene a lungo negata, ci penserà la sua natura corporea a supplire a quella carenza, e però molto tardi.”

(Continua) 

    
 

Lo spunto di oggi – L’Inferno, il Paradiso. Di Hélène Cixous

 

    “Agli inizi c’è l’inferno. Mi sembra che la storia di una scrittura cominci sempre dall’inferno. Come la storia di una vita. Dapprima nell’inferno dell’io, nel caos primordiale primitivo che è il nostro, queste tenebre nelle quali ci dibattiamo quando siamo giovani e nelle quali anche noi ci costruiamo. Quando si esce da questo inferno, che sia semplicemente l’inferno dell’inconscio, o che sia l’inferno reale, è il paradiso. Ma, che cos’è il Paradiso ?  

    L’inferno è molto più facile da descrivere, da dipingere, come si sa da Dante in poi. L’inferno è l’incomprensione, è il mistero temibile, è anche il sentimento demoniaco di non essere niente, di non controllare niente, di essere nell’informe, di essere infimi dinanzi all’immenso. E anche di essere cattivi e talvolta perfino malvagi. La nostra cattiveria è uno dei temi vertiginosi che aprono lo spazio della scrittura.

    Si scrive per uscire da questo inferno in direzione del giorno nascosto. Si scrive verso ciò che si avvererà essere infine il presente. Il paradiso è questo, è riuscire a vivere il presente. E’ accettare il presente che avviene, nel suo mistero, nella sua fragilità. E’ accettare di non controllare, di sapere che il presente passa, ma è bene che passi, perché passa presente; è sapere passare dall’angoscia allo sbalordimento e fare dell’incomprensibile la fonte di meraviglia, è amare la notte, non temerla, trattarla come un giorno stellato.

 

    Ma questo rappresenta un lavoro, un duro lavoro, che quando siamo ancora molto giovani, non sappiamo nemmeno pensare. E’ un grande lavoro vivere l’istante, questo domanda una rapidità d’animo e nello stesso tempo una grande lentezza. Ecco perché mi è capitato di dire: “Il paradiso è infernale”. Non è il riposo, ma l’accanimento, lo sforzo incessante per essere là, il confronto con la ricchezza travolgente del “c’è” dell’Es gibt.

    A un certo punto si può sperare di giungere all’epoca in cui si scrive non per mettere una croce sul passato, ma per diventare profeti del presente. A quel punto si deve fare il paradiso, lo si fa. Non ci è dato. Si rischia di perderlo, lo si vince di nuovo in continuazione.

 

Hélène Cixous, “Il teatro del cuore” 

Lo spunto di oggi – America Ieri – 3 –

Parte conclusiva della lettera della 20th Century Fox a tutti i lavoratori dello spettacolo sull’informazione di guerra. 5 marzo 1943.


 

III. Quelli che stanno con noi. Gli Alleati.

a) I nostri alleati sono persone, non stereotipi. Essi vivono e amano e ridono e piangono proprio come facciamo noi. Mostrateli come sono. Evitate i terribili e logori ‘tipi’ , l’inglese “Bah Jove” con il monocolo, o il londinese “H’I say”, o il buffo cinese della lavanderia o il russo mujik con la barba.

b) I nostri alleati hanno forza e coraggio, intelligenza e dignità. Sfidate i critici della Gran Bretagna, mostrandone il coraggioostinato che l’ha sostenuta attraverso i giorni neri di Dunkerque e il blitz, la brillante sconfitta di Rommel, il coraggio e l’ardire della RAF. Mostrate la pazienza e la forza della Cina nel suo lungo, solitario confronto con il Giappone. Rispondete alla bugia, ispirata dall’Asse, che l’ideologia politica russa minaccia il mondo. Svelate la tradizione russa di osservanza scrupolosa degli impegni presi in trattati, e i molti avvertimenti della minaccia fascista che essa diede. Raccontate la storia del progresso russo nei passati 20 anni.

c)  Mostrate che l’Affitti e Prestiti è una strada che procede in due direzioni. Raccontate dei nostri ragazzi in Inghilterra, Irlanda, Australia, ecc., nutriti, ospitati e vestiti dai nostri alleati. Rimarcate il fatto che un carico di cibo in affitto – prestito e rifornimenti alla Russia o all’Inghilterra potrebbero prendere il posto di un carico di nostri ragazzi mandati incontro a una possibile morte o a una ferita sul campo.

d)  I Filippini non dovrebbero essere presentati solo come cuochi leggermente stupidi ma buoni, o camerieri o maggiordomi. A Bataan e Corregidor i Filippini hanno provato di essere un popolo coraggioso e grande. Gli dobbiamo molto.

e) Evitate caratteristiche denigratorie degli alleati o di popoli neutrali. Comunque, individui di qualsiasi nazione possono interpretare il ruolo dei ‘cattivi’ qualora si sia provveduto a chiarire che essi non sono tipici del loro popolo.

 

    Negli anni della guerra il Pentagono non entrò, se non marginalmente, nella produzione cinematografica di documentari, ma per lo più usò Hollywood, che riuscì a produrre cortometraggi di grande impatto emozionale. L’apporto di Hollywood all’informazione di guerra fu realmente essenziale ed è riassunto in una relazione di Joseph H. Hazen del 17 settembre 1943, in cui è illustrata l’imponente cooperazione, volontaria e senza profitto, dell’industria cinematografica con il Governo nello sforzo bellico.”

 

Fonte: ‘L’america e il nemico’, di Adele Rosazza 

Lo spunto di oggi – America Ieri – 2 –

 

Seconda parte della lettera della 20th Century Fox del 5 marzo 1943, indirizzata ai produttori, ai registi, agli scrittori e ai capi divisione, riguardo al programma di informazione di guerra. 

II. Quelli che sono contro di noi. Il Nemico.

    Rimarcate questi punti:

a) Il nemico è potente, spietato, astuto. Egli è assolutamente cinico. Non va ridicolizzato o sminuito.

b) La principale arma segreta del nemico è il divide et impera. Egli cerca di incoraggiare le differenze razziali, religiose, economiche e politiche, per fomentare sfiducia tra alleati, amici, impresari, sindacati; Cattolici, Protestanti, Ebrei, ricchi e poveri.

c)  Il nemico cerca di seminare confusione tra di noi, per iniziare campagne di mormorii, dicerie, bugie, per ispirare sfiducia, disfattismo e paura.

d) I Tedeschi di certo, i Giapponesi probabilmente non esiteranno a usare la nostra speranza e desiderio di pace come strumento di guerra contro di noi. Al momento opportuno – che potrebbe essere già arrivato – cercheranno un cambiamento di “fronte” e richiederanno la pace. Il pubblico deve essere convinto che non vi potrà essere pace finché l’intera teoria del militarismo e del fascismo non sarà distrutta. La gente deve capire che Hitler e il nazismo non sono altro che militarismo prussiano in una guisa; che l’intera classe dominante del Giappone è infetta dalla smania del potere. Qualsiasi cosa che sia meno di una vittoria totale per gli Alleati non sarà che un armistizio che permetterà al nemico di consolidare le sue conquiste e raccogliere forze per l’assalto finale alla democrazia.

 

 

 

e) Mostratre che il Nuovo Ordine non è affatto nuovo, e non è neppure un vero ordine. Rimarcate il disegno del nemico e il suo odio verso i diritti naturali dell’uomo sui quali si fonda la democrazia.

 

    Domani concluderemo la lettera con la terza parte. “Quelli che stanno con noi. Gli Alleati… “

Lo spunto di oggi – America Ieri – 1 –

    Quello che segue è uno stralcio, che ci terrà compagnia per qualche giorno, della lettera della 20th Century Fox, datata 5 marzo 1943, che presentava  “le raccomandazioni del programma di informazione di guerra a cura del Governo”. Credo che queste righe possano aiutare a capire anche qualcosa sul cinema e sull’informazione di oggi. Buon divertimento….

 

” I. Per che cosa stiamo combattendo. I PRINCIPI.

Rimarcate questi punti:

a) Questa è una guerra del popolo, non di un gruppo o di una classe o di una razza. La vita, la libertà e la felicità di ogni uomo, donna o bambino dipendono dalla nostra vittoria. Cercate di renderlo chiarissimo, tanto che non si possa dubitarne.

b) Convincerete gli sfruttati, gli ignoranti, le minoranze che questa è la loro guerra; che è nel loro interesse vincere. Non cercate di prenderli in giro facendogli credere che abbiamo raggiunto l’Utopia. Non l’abbiamo fatto. Ma possiamo dimostrare onestamente che nello stile di vita democratico stiamo progredendo verso il fine dell’equal opportunity, mentre sotto la dittatura questi gruppi non hanno speranza alcuna. 

c) Dimostrate che, con tutte le nostre colpe, un numero maggiore di persone di origine, razza e credo diversi, vive insieme in pace e dignità, qui piuttosto che in qualsiasi altro luogo in terra.

d) Fatevi portavoce della speranza di ognuno in un mondo libero dalla forza e governato dalla giustizia.

e) Rendete la democrazia reale. Mostratela nelle comunità, nella fabbrica, nell’esercito. Mostrate individui di differente razza, religione, origine nazionale, e circostanze economiche che lavorano insieme come un gruppo. Mostrate gente di orginie straniera che si aggrega gioiosamente allo sforzo bellico per la libertà. Mostrate impiegati che accettano lavori di fabbrica e ne sono orgogliosi. Mostrate dei neri in un lavoro diverso dai soliti buffoni – non dimenticate che ci sono dottori, avvocati, scienziati e ufficiali dell’esercito neri -. Mostrate che i ricchi e i poveri si rispettano, senza condiscendenza o disprezzo gli uni, senza servilismo gli altri….”

 “L’America e il nemico”, di Adele Rosazza

Questo, per quanto riguarda la coesione interna. Domani leggeremo qualcosa di interessante su come parlare di una questione delicata e scottante. …il Nemico.

 

 

Radiografie – Hotel Rwanda, di Terry George

 

    Un vecchio e abusato adagio recita che la prima vittima in una guerra è la verità. La cosa è senz’altro vera, e a buona ragione in ogni conflitto può essere sostenuta da entrambe le parti. Questo se per verità si intende numero di morti, numero di feriti, numero di prigionieri… Ma se anche si arrivasse a comprovare una cifra piuttosto che l’altra, la verità sarebbe ancora lontana.

    Perché la verità è sempre verità di qualcuno. Non voglio qui esaltare un relativismo estremo che non mi appartiene, intendo solo rendere ragione del punto di vista di ognuno di noi, che è unico, irripetibile e soprattutto inevitabile. Il punto di vista si chiama punto proprio perché è uno solo e situato in un luogo solo. Guardare obiettivamente gli eventi significa pur sempre con i propri occhi. Forse allora la verità, più che un numero di morti o di feriti, è verità di relazione tra noi e ciò che guardiamo.
    Questa è, o dovrebbe essere, una delle componenti fondamentali del cinema. La cui differenza dalla televisione consiste proprio in questo: nel fatto che mentre la televisione mostra le cose, il cinema mostra uno sguardo.

    Hotel Rwanda mi ha molto colpito. Perché a dispetto del tema fortissimo, degli eventi infernali che racconta, rimane un film debole. A dirla tutta, rimane un telefilm. La storia c’è ma lo sguardo latita. Intimorito dall’entità del tema, è come se Terry George rinunciasse a se stesso.

    Esistono nelle storie diversi centri di forza. Uno di essi è il centro focale. La storia dell’eccidio del Rwanda non è raccontata come in un telegiornale, ma è la storia di un uomo che gestisce un Hotel e che nel mezzo della strage lo usa per salvare quante più persone possibile. Quest’uomo è il centro focale del film, la lente attraverso la quale osserviamo la storia. Questo centro, però, deve appunto costituire non solo una focale, ma anche uno sguardo, polarizzato e spiccato, insomma la nostra guida. E… questo in Hotel Rwanda non avviene. Perché il personaggio non c’è. C’è un uomo che si dispera per la propria famiglia, per la propria gente, esattamente come noi immaginiamo che qualunque altro uomo farebbe. Non c’è conoscenza profonda di chi è la persona, ma solo di ciò che ha fatto. Così, tra un atto eroico e un pianto disperato, tra una corsa e una riflessione, il film scivola seguendo gli eventi e mai tagliandoli con incisione e con precisione, mai levigandoli con un’intenzione che vada oltre il racconto della vicenda.

    Un film utile, a mio avviso, per riflettere sul fatto che gli eventi di per sé non bastano mai. Non costituiscono una storia né tantomeno una storia forte. Quando fermiamo qualcuno per raccontargli qualcosa, nel nostro parlare c’è sempre un’intenzione, un’emozione che da sola sta dicendo: ecco perché vale la pena che io ti racconti questi fatti.

    E’ un’energia, come spesso ripeto in queste pagine, un regalo. Il cinema è un regalo. Va fatto con generosità inconsciente e folle. E anche con molto coraggio. Il cuore, però, si trova sempre nelle persone, non nei grandi fatti. Per questo sono convinto che l’assioma di partenza debba essere diverso da quello del film di George. Non un film sul Rwanda, ma su una persona straordinaria che ha compiuto qualcosa di straordinario. La grande storia è lo sfondo alla focale drammatica del personaggio. Mi viene in mente Schindler quando comincia a capire qualcosa guardando una retata e nel mezzo vede la bambina con la gonna rossa. La ricordiamo tutti perché va al cuore di Schindler e quindi anche al nostro. Siamo in linea con lui, collegati emotivamente. E’ un uomo, non un pezzo di storia.

    Mi viene da pensare che per non fare della verità la prima vittima, bisogna amare e dire il proprio punto di vista, anzi cercare di renderlo per tutti il più chiaro possibile.    

Lo spunto di oggi – Cinema e dintorni, di Mario Gallo

 

    In “Ferie d’agosto” di Virzì, a un certo punto un personaggio prende in giro il suo antagonista così: “Tu qual è l’ultimo libro che hai letto: le istruzioni del tuo cellulare ?” Mi viene in mente alla fine della lettura di Cinema e Dintorni perché  in realtà siamo pieni di manuali su come si dovrebbero fare degli splendidi film. Manuali di istruzioni. Siamo pieni di testi rigurgitanti know how. Da questo punto di vista, se è questo cioè che andiamo cercando, il libro di Mario Gallo è una cocente delusione.

    Non ci sono ricette in queste pagine. Non ci sono regole. Soprattutto, non c’è know how. C’è sua madre però: la conoscenza, quella vera, del mondo, del sistema, dei modi e dei tempi del cinema. Per una volta c’è uno che non ti spiega necessariamente come fare, ma ti solleva delle domande sul perché fare. Direi ancora di più…. sul se fare. Truffaut forse direbbe che questo è un libro sulla vita del cinema e sul cinema della vita.  E questo gli dà una rotondità e una capacità di rapida presa su chi legge, perché si sente che Mario Gallo dice quel che ha visto e vede ciò che si fa oggi con una chiarezza disarmante.

    Credo che si possa anche avere qualche riserva su alcune delle posizioni che assume: in questo stesso sito, qualche giorno fa, ho citato proprio una sua considerazione sulla felicità che mi ha molto colpito ma che penso possa anche non essere condivisa. Questa è una ricchezza che stiamo perdendo: la capacità di affermare e sostenere chiaramente la nostra idea della vita e del mondo. Sommerso da esigenze di vendita – bisogna andar bene a tutti o quasi – e da problemi di audience, il nostro tempo sta dimenticando che non esiste dialogo se non c’è diversità, non esiste confronto se non c’è chiarezza nell’assunzione delle proprie posizioni. La capacità tecnica sta mettendo tutti d’accordo sui modi e sta rendendo tutti uguali nell’oblio dei motivi.

    Questo accordo tacito e per molti versi inconsapevole, questo know how parificante e tranquillizzante,  ha come tessuto comune una lingua prevalentemente estetica. Mario Gallo al contrario è fortemente etico. Dal racconto della scena riprodotta in copertina, quella delle donne con l’ombrellino bianco in riva al mare in “Morte a Venezia”, si evince come un elemento apparentemente decorativo (l’ombrellino scuro) nasca invece da un’inquietudine più drammatica e profonda di cui Visconti non riusciva a venire a capo. I segni sono sempre segni di qualcosa. Il linguaggio è un ponte verso i contenuti, e non la meta del discorso: se non abbiamo le idee chiare sulle radici, è inutile lisciare le foglie.

    Come si vede, Cinema e Dintorni coinvolge la persona in quanto tale e non solo come professionista o appassionata di cinema. E’ un peccato che questo testo sia così difficile da trovare e per questa ragione qui di seguito metto il link dal quale si possono ricavare informazioni precise.

http://www.cinemaedintorni.com

 

 

Lo spunto di oggi – Il lavoro dell’attore sul personaggio (3)

3. PERIODO DELLA PERSONIFICAZIONE

 

    “(…) Il terzo periodo,  quello della personificazione, è simile alla nascita e alla crescita di una giovane coscienza. Adesso hanno preso forma i desideri, i compiti, le aspirazioni e si può quindi passare alla loro attuazione; è indispensabile agire non solo interiormente, spiritualmente, ma anche esteriormente, cioè parlando, agendo per trasmettere, con parole o movimenti, i pensieri e i sentimenti, oppure per portare a compimento quei compiti esteriori meramente fisici, quali il camminare, spostare degli oggetti, bere, mangiare, scrivere, ricambiare i saluti che ci permettono di raggiungere, successivamente, compiti più complessi.
(…)
    Non vanno mai sottoposti alla natura compiti irrealizzabili, come trasformarsi in un’altra persona: così facendo la si pone in una situazione senza via d’uscita. Di fronte a una coercizione, essa si arresta e ricorre a clichés e recitazione meccanica. L’attore, una volta su palcoscenico, rimane sempre e unicamente se stesso, e agisce in prima persona.” 

      

 In questa terza fase secondo Stanislavkij comincia la vita attiva. Agire. Compiere azioni al fine di capire, di entrare in contatto. Nulla ci è più utile per comprendere la vita dell’altro che provarla sulla nostra pelle almeno per un giorno. Non sapere cosa fa l’altro, ma conoscere cosa significhi farlo. Per questo la prima indicazione è: non chiedere a te stesso cose impossibili, non puoi essere che te stesso, è inutile fingere di immedesimarsi. Ma puoi cominciare da piccole azioni concrete una relazione con il personaggio (con l’altra persona) che si farà sempre più stretto.

    Metodo, umiltà, cammino meticoloso verso un risultato che poi, se le cose andranno bene, potrà essere anche illuminato dal talento.

    Provare – l’azione – dell’altro – su – di – noi….

 

 

Lo spunto di oggi – Il lavoro dell’attore sul personaggio (2)

PERIODO DELLA REVIVISCENZA

    “Denominerò il secondo processo creativo periodo della reviviscenza.

 

Se il primo momento, quello della conoscenza, è stato paragonato al primo incontro, al corteggiamento di due giovani innamorati, il secondo, quello della reviviscenza, può essere paragonato al momento di unione, inseminazione, concepimento, formazione del feto.
    Nemirovic-Dancencko illustra questo momento creativo con il seguente paragone: perché cresca il frutto o la pianta c’è bisogno di porre il seme nel terreno; appena esso inizia a marcire spuntano le radichette del frutto o della nuova pianta. Il seme della creazione deve anch’esso essere posto nell’animo dell’attore, per poi marcire, mettere le radici, dalle quali avrà origine una nuova creazione, che apparterrà all’attore ma anche all’autore, per “affinità di parentela”.
    Come il periodo di conoscenza è preparatorio, così il periodo di reviviscenza è costruttivo; il primo periodo ha arato il terreno, preparandolo al secondo, quando si getterà il seme della vita in quei brani del personaggio ancora atrofici.”

    La parola che mi viene in mente leggendo questa seconda fase del lavoro, è tempo. Tempo per ascoltare cosa muove dentro di noi un personaggio, e come si muove dentro di noi. Il tempo dedicato alla relazione sembra spesso il più inutile del mondo. Non so, prendiamo il caso di un bambino piccolo, come può essere un personaggio che conosciamo ancora poco. Tutte quelle ore passate a giocare con un lego che non sa nemmeno costruire, piuttosto che a mettere cubi di plastica in un barattolo per poi rovesciarli per terra…. a cosa serve ? Si parte da cose semplici: che piatto gli piacerà ? Che film guarderà ? Che vestiti indosserà ? Man mano ci si conosce e il personaggio diventa grande con noi e dentro di noi. Come l’altro che stiamo conoscendo nella vita normale, si delinea in noi con il passare del tempo e delle inezie.

    Ma in ogni caso, in quest’epoca di risultati subito senza fatica e senza percorso, di produzioni pressate dai tempi e dal budget, fa piacere riascoltare Stanislavskij.

 

Saper – aspettare….
 

(Prosegue) 

Lo spunto di oggi – Il lavoro dell’attore sul personaggio

Un percorso di qualche giorno, breve, sintetico, sulle parole di Konstantin Stanislavskij riguardo al lavoro dell’attore sul personaggio. Un aspetto di cui si parla molto a livello superficiale nelle interviste, nei rotocalchi, nei trailers. Ma della cui natura profonda si sa davvero pochissimo.

 

1. PERIODO DELLA CONOSCENZA

    “La conoscenza  è un periodo preparatorio che ha inizio con il primo approccio al ruolo e con la lettura della parte. Questo momento creativo, paragonabile al primo incontro tra futuri innamorati, è della massima importanza in quanto le prime impressioni sono vivaci, gli stimoli più acuti: assumono un ruolo fondamentale nel processo, giungono all’improvviso, sono immediati e molto spesso lasciano la loro impronta su tutto il successivo lavoro dell’attore. La natura delle prime impressioni non è precostituita, filtrata dalla critica; tali impressioni dunque penetrano liberamente nella profondità dell’animo dell’attore imprimendovi tracce indelebili, che saranno la base della creazione e l’embrione del personaggio futuro.
(…)
Sappiamo dunque, che per la percezione delle prime impressioni, sono necessarie una disposizione d’animo favorevole, una sensibilità appropriata e anche una concentrazione, senza la quale è impossibile attuare il processo artistico e impostare la fase della conoscenza”.

 Prepararsi a incontrare. Essere aperti, in tensione, concentrati per l’altro. Il lavoro dell’attore sul personaggio non comincia con la recitazione. E’ coltivare un’interiorità silenziosa a prescindere da tutto il resto e da ogni personaggio futuro. Mi chiedo se la cosa debba essere diversa per un medico, un insegnante, un panettiere.

Prepararsi – a – incontrare….

(prosegue) 

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