Ciao

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Mi piacciono sempre di più i silenzi. Anche quelli imbarazzati, quando la gente ha finito i convenevoli e non sa più cosa dire. Perché penso che in realtà quell’imbarazzo nasca proprio dal fatto che sapremmo esattamente cosa dire. Dopo i ciao come stai inizierebbe la verità. Ma la verità non si può. Non si può quasi mai. Quindi silenzio.

Antonioni questi silenzi li aveva cercati, voluti. Non ha fatto altro che studiarli. La soglia della verità. Non dava lo stop per un’infinità di tempo oltre la fine dei dialoghi scritti. Gli attori non sapevano cosa fare. Lo sfinimento del personaggio. Inseguirlo oltre le parole, oltre il provato, oltre quel che si era deciso insieme per raccordare campo e controcampo.

L’amore è un azzardo. Brucia forze, tempo e pellicola. E’ un pensiero sul cinema ma è soprattutto un pensiero sulla vita. C’è un modo di fare film perfetti e di fare perfetta la vita. Analizzare, pianificare, realizzare. E c’è un modo di fare film sbagliati. Sentire, cercare, amare quello che si troverà per come sarà.

Antonioni decideva molte cose proprio per potersi affacciare sull’ignoto. Lo trovo un modo coraggioso e splendido di pensare la vita. Lavorare duro per aprire le porte a qualunque luce. E accettare la luce che verrà perché sarà quella giusta per noi, per il nostro film e per la nostra storia.

Mi piacciono i silenzi perché non sono reazionari, sono pericolosi, stanno in bilico, sono opinabili, imperscrutabili e nella loro volatilità hanno il peso della pietra scolpita. I momenti in ascensore, in cui passi le chiavi fra le dita e ti ci concentri come fossero pepite d’oro pur di non guardare il condomino che sale con te. Stupendo. E’ una dichiarazione di impotenza totale. Non ci guardiamo più.

Mi piace anche il contrario perché è la stessa cosa. Mi piace il cinema di Woody Allen, perché la sua cascata di parole è la stessa cascata di silenzio di Antonioni. Sono due versanti della medesima montagna di paura della verità. Mi piace la loro camera così diversa che osserva in modi diversi due strategie della stessa paura.

E sì. Mi piace l’indigestione degli occhi che ti provoca Bernardo Bertolucci. L’ho odiato per le sue immagini così perfette, ostentate e piene. Che cavolo le faceva a fare tutte quelle cartoline? L’ho pensato per anni. Perché pensavo al cinema in termini di forza consapevole, di scelta estetica, del resto è questo che si insegna ancora nelle scuole. E invece ho riscoperto Bertolucci, Antonioni e Allen quando ho ripensato al cinema in termini di debolezza, di non sapere, di ciglio del burrone.

Le immagini di Bertolucci o sono piene di bellezza – e allora sono sganciate dalle storie che raccontano, avulse e pubblicitarie – o sono organiche al racconto. E allora si entra nel regno della paura, della vera inquietudine. La paura di Bertolucci è il vuoto. La sua cascata di immagini così importanti è la bulimia degli occhi che temono il buio. Ancora. Ancora. Ancora luce. Ancora bellezza perché la bellezza ci salverà.

Più passano gli anni mi accorgo che non c’è nessun bisogno di insegnare il cinema. Tantomeno di spiegare “come si fa” – il che presupporrebbe un “come non si fa”. Tendiamo a guardare il cinema per i risultati che raggiunge e non per i percorsi che compie. In altre parole, possiamo oggi omaggiare la perfezione e la bellezza delle immagini di Bertolucci, oppure rimanere in ascolto del suo lato sottile, silenzioso e coperto: la fragilità. La paura del buio, del nulla, del vuoto che lo ha spinto a correre verso tanto splendore. E’ una cosa semplice che non ho capito per moltissimi anni.

Dietro i traguardi ci sono i percorsi, dietro le soluzioni gli errori, dietro i trionfi le paure. Cascate di silenzi, di parole, di luce. Cinema allo stato puro. Grazie Bertolucci per quello che (non) ci hai mostrato e che si vede chiarissimo in tutti i tuoi film.

Allora. L’ultimo tango è finito. Iniziano le danze. Buon viaggio.

Due parole su Who’s Romeo

Mi è difficile raccontare Who’s Romeo, anche perché credo che un film debba avere la forza di raccontarsi da sé. Ma ci sono alcune cose che mi piace condividere riguardo  questa piccola grande avventura. La prima è che attraversare questi due anni di riprese è servito a farmi capire meglio che cosa mi piace del cinema e che cosa ci trovo di così seducente.

Mi innamorai del cinema a 16 anni. Ero alla Biblioteca Sormani di Milano, infilato in sala video anziché a tradurre la versione di latino. Guardavo “L’amour en fuite” di Truffaut. C’erano troppe donne troppo belle per immaginarsi qualcosa di più elettrizzante.

Non capivo che le donne troppo belle erano dappertutto, anche vive intorno a me. Non ci sarebbe stato bisogno del cinema per averci a che fare. Non capivo che quella bellezza era lo sguardo di Truffaut. La verità di quello sguardo. Sentivo la differenza tra i suoi film e un catalogo di moda, ma non sapevo perché. Avrei risposto che mi piacevano proprio quelle attrici che sceglieva lui.

Ci sono voluti moltissimi anni per arrivare a capire che il baricentro di tutto era la verità del suo sguardo. Che non mi interessava altro, non amavo altro che la verità dello sguardo sulla vita. Entrare nella verità di un’altra persona e vedere il mondo con i suoi occhi mi aiutava a vedere un po’ meglio il mio stesso modo di vedere e soprattutto che anche il mio era solo un modo di vedere e non il principio di realtà che pensavo. Era una via per incontrare gli altri in una dimensione diversa da quella delle regole della vita sociale, ma anche da quella delle regole della natura. Perché scoprivo che si poteva volare, comprimere il tempo, spezzarlo, negarlo, farlo scivolare. Capivo qualcosa per la quale non c’erano parole e al tempo stesso era esperienza comune.

Tutto questo mi faceva battere il cuore. Ma c’erano – e ci sono – ancora molti ostacoli per arrivare a farlo battere liberamente. Con questi discorsi non si mangia, non si fa una famiglia, non si dà una stabilità a nessun tipo di futuro. E il cinema che paga difficilmente ha a che vedere con i significati. Tantomeno in Italia. E dopo una serie di anni in cui tenti strade piene di compromessi, un giorno tutto si semplifica e accetti il fatto che la verità a compromessi non scenda.

Appena hai abbastanza risorse – moltissime umane, di talento, di amicizia, di intelligenza, di spirito – accetti di giocare la partita con quello che c’è. E scopri che ti va benissimo, perché è tutto regalato. C’è una sola cosa che non deve mancare mai: la verità davanti alla camera. Ma la condizione che pone la verità è di essere libera. Se non siamo liberi non siamo noi, quindi non siamo veri. Quando ti innamori di questo livello, il resto non conta più. Non contano i soldi – che guadagni con un altro lavoro qualsiasi – non conta il successo, che pertiene ai registi molto più che ai filmaker. Conta incontrare più persone possibili e più confronti autentici possibili attraverso le storie.

La seconda riflessione che per me esce da questo film riguarda il significato del dire la verità. Non basta che quel che avviene davanti alla camera sia vero, bisogna anche che sia comprensibile nei diversi piani su cui si articola. Dire la verità non significa solo dire quel che è vero ma anche che sia vero che lo stiamo dicendo. Che la nostra lingua parli mirando al cuore, all’occhio e all’orecchio degli altri. E cioè che in luogo dell’attenzione verso il nostro stile ci sia l’attenzione verso chi ci seguirà nel discorso.

Il baricentro del tuo linguaggio è l’orecchio di chi ti ascolta. Il tuo stile profondo è il tuo modo di trovare il cuore dell’altro. Credo che tutta la riflessione sul linguaggio cinematografico dovrebbe ruotare intorno a questo centro in continua evoluzione: come passare la vita di bocca in bocca. Nel caso del nostro film, come raccogliere in un  solo progetto le parole di Shakespeare, quelle dei ragazzi del Gratosoglio, quelle di un Docente di Filosofia e quelle di un Agente di Polizia e mille altre diverse. Come far diventare tutti questi linguaggi la lingua del film.

E quel che abbiamo trovato è che tutte le lingue diventano una lingua sola se ogni lingua è integralmente rispettata per ciò che è. Significa modificare la nozione di “lingua corretta”, accettare l’oltre e l’altro come dizionari di una grammatica nuova. Abbandonare alcune solidità che da sempre costituiscono la nostra lingua per aprirsi a contenuti ogni volta da tradurre, da verificare, da fraintendere per poi intendere. E forse questo ci libererebbe da molte guerre: abituarci all’idea che parlare sia tradurre. La vera lingua universale forse è la traduzione continua. Una grammatica fluttuante e di volta in volta impervia o distesa che continua a significare il nostro volerci intendere e il nostro volerci incontrare.

La terza riflessione riguarda il fatto che questa famosa verità da dire, io non ce l’ho. Anzi, ho intitolato il film con una domanda senza punto interrogativo, come quelle che ci facciamo nella mente. Secche, affermative. Senza cortesie. Forse anche per questo un film così non lo avrebbe mai prodotto nessuno. Non si può andare da un produttore a dire che non hai niente da dire ma molto da capire. Simpatico, ma fallo a spese tue. Ed è giusto che sia così. Se fai un film per capire ti muovi come chi cerca di capire, cioè taci e ascolti. Senza sapere dove ti porteranno le parole che sentirai e sperando di saper ascoltare tutte le risposte.

Che cosa sia Who’s Romeo me l’hanno spiegato di volta in volta i ragazzi del Gratosoglio, Shakespeare, gli ospiti che fanno parte del nostro cammino e Valentina Malcotti, che è stata il crocevia di questo molteplice ascolto.

Spero di aver parlato il meno possibile del film, spero che riuscirà a farlo da sé. Non esiste un ringraziamento adeguato per tutti quelli che hanno fatto questo viaggio con me. Perciò semplicemente grazie di cuore. Buon viaggio.

Ricordi? – di Valerio Mieli

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Chiunque abbia vissuto una storia d’amore ha provato quanto distanti si possa essere seduti allo stesso tavolo e quanto vicini si possa essere pur divisi da un oceano. E chiunque abbia amato qualcuno che non c’è più sa che continua a sentirlo nel cuore.

Sembra che l’amore sia un sentire profondo che prescinde dai falsi parametri di tempo e di spazio. Perché ogni sentire si dà nel presente. Questa è la porta d’uscita dall’illusione dello spazio e del tempo ed è quella che meravigliosamente imbocca Ricordi? di Valerio Mieli. Ricordare significa portare al cuore e portare al cuore significa rendere presente a se stesso qualcuno o qualcosa. Contro lo spazio e contro il tempo.

Ricordi? è tutto qui, secondo me. Racconta la fatica di capire che siamo una cosa sola. Per questo facciamo tentativi su tentativi, paghiamo conseguenze dolorose, reiteriamo gli sbagli. Perché stiamo capendo. Se la vedessimo da questo punto di vista, la Storia dell’uomo non sarebbe la sequenza delle guerre e dei soprusi, ma quella dei dolori che l’uomo è stato costretto ad attraversare per riuscire a capire.

Il film falsa continuamente il tempo perché ogni momento è visto da dopo e ogni dopo è visto da dopo ancora. E’ uno dei pochissimi lavori italiani in cui mi sembra di vedere nella sceneggiatura e nella regia la consapevolezza che raccontare una storia è compiere un’azione precisa e di volta in volta specifica. In questo caso, il rapporto della camera con noi è di tipo ipnotico.

Valerio Mieli ci ipnotizza fino a farci sentire che la vita vera e interiore è totalmente fuori dal tempo come noi lo intendiamo, totalmente indifferente all’illusorio spazio in cui ci spostiamo nella nostra vita quotidiana. Il film ci conduce a questa consapevolezza con un’immersione vera e propria, con un flusso di eterno presente. Un’impresa ambiziosa che gli riesce quasi del tutto.

Immagino che diranno di questo film che è un film sul tempo. Può essere che lo dica anche Mieli. Per me non è così. E’ un film sull’assenza del tempo, sul fatto che la vita è tutta presente sempre. Ed è un film sull’illusorietà dello spazio. Esplora quel livello di noi in cui ci sono le cose che abbiamo sempre saputo e che nel flusso dei giorni abbiamo fatto finta di non sapere, il silenzio autentico e trasparente che sta dentro ognuno di noi seppellito dalla cascata delle parole di circostanza e di copertura. Ci connette al livello di noi che è il nostro vero nome, quello che siamo da sempre.

Per fare questo, Mieli ha trovato la collaborazione di due attori sul serio meravigliosi. Linda Caridi e Luca Marinelli sono pericolosamente veri, profondamente connessi agli stati dei loro personaggi e al loro fluttuare con concretezza laddove altri avrebbero deviato per i sentimenti. Questa è un’altra cosa preziosa del film: che per recitare gli stati interiori hanno lavorato sulle azioni fisiche. Piccole, precise, luminose. Scolpite.

Vorrei tanti film come questo. Film che mi accompagnino e mi spingano fin dove ho paura, fin dove non ho ancora capito e temo di andare. Anche se non perfetto, Ricordi? ti rimane dentro. Continui a sentirlo, a portarlo al cuore. Presente.

 

Con me non attracca – elementi di struttura di un Capitano

Se una parte del mio presente funziona è per la spudorata benevolenza di molte Capitanerie di Porto. Quelle che non hanno controllato il mio carico né questionato sulla bandiera che battevo, né chiesto il giusto compenso per l’acqua che ho bevuto e il suolo su cui mi sono adagiato sfinito.

Senza queste Capitanerie fatte di sguardi che mi hanno perdonato, silenzi che mi hanno coperto, sconsiderata fiducia in non si sa quale aspetto di me, fatte di parole ripetute infinite volte perché io le capissi, di errori che non mi sono stati fatti pagare, senza questa disobbedienza al buon senso che avrebbe imposto l’affondamento immediato della mia barcarola, non sarei arrivato a questo punto del viaggio.

Poi c’è stato anche il vento a favore. Quando le intese sono così forti che sembra di volare. È così leggero abitare l’amore che mi sono dimenticato dei piloni dei tiranti e degli stralli . Eppure sapevo perfettamente che si trattava di un ponte, che l’uomo può costruire un cammino in mezzo al cielo ma non può volare. Ho bisogno di amore proprio perché non sono l’amore, sono fatto di una materia diversa e devo progettare costruire e manutenere qualunque provvisoria intesa perché questo è il peso specifico della leggerezza.
Quanto più sogno tanto più le mie mani si impastano di cemento armato, cavi d’acciaio e pazienza.

Eppure.

La Capitaneria del mio Porto è sempre all’erta. Ci sono persone e cose che non possono attraccare. Non so cosa scriveranno su questa pagina del loro viaggio ma la mia Capitaneria non si piega e non retrocede di un passo.
Tiene duro e non ha paura del dolore degli altri. Le sono molto chiari i concetti di confine di casa di diritto e di lingua. Pesa su una stadera truccata l’import export e tiene il saldo del dare e avere. Ha temerari giochi di parole per battezzare gli estranei oltre la rada e nessun silenzio per ascoltarli.

So che dentro di me è così e so che come è dentro così è fuori. La chiusura dei Porti è la mia politica nonostante la loro apertura sia stata infinite volte la mia salvezza.
Ah sì. C’è anche un Capitano. Una sorta di SuperGio’ che indica alle Capitanerie le meravigliose sorti e progressive del mio Paese.

Una cosa so per certo. Che questo Capitano non comunica con le sue flotte ospitate da altri Porti. Forse non lo sa. Se lo sapesse e le amasse farebbe di tutto per accogliere chiunque e mettersi almeno in pari.
Il Capitano ha una malintesa idea di forza. La sua è una forza che non contatta la debolezza. Il popolo interno che lo sostiene tanto ardentemente dentro di me non considera questo fatto. Quando il debole sarò io si occuperà di me? Tutte le volte che lo sono già lui scompare per imprese che non conosco.

Ma questo Capitano ha anche una malintesa idea di Capitano. Il Capitano mi dovrebbe insegnare la rotta, la scoperta, dovrebbe leggere il mare con le sue correnti e saperle attraversare. Il Capitano è il condottiero di un viaggio, che quando posa il piede a terra non vede l’ora di ripartire. Questo mio Capitano non vuole che entrino stranieri ma non mi spinge nemmeno a uscire per incontrarli. Non vuole che io sogni orizzonti, non mi aiuta a raggiungerli e neanche a desiderarli. Sarà forza o paura?

Il tempo di questo mio Capitano passerà. La tempesta dell’ignoranza deve ancora sfogare la sua forza e nessuno può dire dove potrà arrivare. Niente di buono in vista e non so se si possa far nulla per fermare questa violenta perturbazione.
Ma è questo momento della Storia ed è scritto dentro di me. Lo abito ma anche mi abita. È il risultato anche di quello che c’è dentro di me.

Allora voglio dire grazie a tutti quelli che mi hanno accolto nelle più diverse forme in cui si può accogliere un naufrago e chiedo scusa a tutti gli stranieri che tengo oltre la rada.
Attraversiamo questo tempo con il passo della salita. La cima c’è, anche se da questo punto non si vede.

Salvini, Di Maio e un cuore di panna per noi

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Guardo il panorama politico italiano con gli occhi di un filmaker, senza una particolare competenza politica. Mi limito a osservare in quali tipi di storie la gente ha creduto e pare credere sempre di più. Perché la campagna elettorale è sempre il racconto di una storia, è l’if lanciato nel futuro e che ci riguarda. Se voteremo per l’uno succederanno delle cose, se voteremo per l’altro ne succederanno altre.

Da una parte la promessa del reddito di cittadinanza. Abbiamo avuto voglia di crederci, a giudicare dalle percentuali una voglia endemica e senza discussioni. E’ bellissimo crederci. E’ la voglia di una mamma amorevole che ci darà da mangiare finché camperemo. Diciamo magari anche un po’ viziandoci, certamente non facendo di noi dei guerrieri che escono di casa determinati a procacciarsi il necessario per vivere. In definitiva abbiamo creduto ad una storia di onnipotenza. Una mamma onnipotente che  finora non si era palesata ma che da oggi ci sarà per sempre.

Dall’altra parte i profughi. Abbiamo creduto in una percentuale enorme allo sceriffo costiero. Un bello sceriffo che le canti un po’ giuste a questi invasori che stanno troppo stretti nei barconi per l’ingente quantità di armi che ci nascondono dentro e che sbarcano in Italia persuasi alla sostituzione della razza cristiana con quella musulmana.

L’Italia ora è un cornetto Algida. Croccante fuori con lo sceriffo di granulato, col cuore di panna dentro come la mamma del vitalizio. Ci vuol bene un po’ di scorza dura per difendere il paese degli innocenti dallo sporco di tutto il resto del mondo. E’ la storia di una coppia perfetta, padre e madre che insegnano a difendersi dal mondo e ad amare la famiglia.

In tutto questo, noi siamo i ragazzini. Il rapporto mediatico che intratteniamo come paese con i due vicepresidenti del Consiglio non è come quello tra adulti, ma come quello tra genitori e figli. E sembra non ci dispiaccia poi tanto. I genitori si prendono la responsabilità della lettura del mondo, conoscono e stabiliscono i confini, sono due grandi contenitori che selezionano i contenuti per noi.

Quella dei contenitori è la nave sulla quale questo momento sta scorrendo. Facebook, Instagram, Twitter e molti altri sono solo contenitori cui noi, completamente gratis, diamo contenuti. In cambio acquisiamo il diritto a esistere mediaticamente e viviamo nella disperata illusione di poter dire la nostra e diventare dei soggetti quando è ormai chiaro a tutti che nei social siamo la merce.

Cosa c’entra questo? Questo è il canale informativo più seguito. E’ il regno delle fake news e le fake news sono ancora storie. Storie alle quali crediamo. La raccapricciante quantità di condivisioni sulla storia che i musulmani presto ci avrebbero costretti a usare numeri arabi è un’informazione preziosa per chi la deve usare: gli abbiamo detto – sempre gratis – in che cosa crediamo e fino a che punto siamo stupidi. Altro che privacy. Crediamo all’invasione a dispetto di qualsiasi buon senso. Non importa se Gentiloni aveva ridotto gli sbarchi del 90%. Non si crede all’evidenza, si crede alla mappa interiore e la nostra mappa interiore nazionale è conformata alla dipendenza dalla mamma e alla paura del cattivo.

Siamo in un mondo magico. Come uno stregone, un viceministro cui mancano 5 esami per laurearsi in scienze storiche dice: Ritengo che 10 vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”. E indipendentemente da quel che pensiamo dei vaccini, crediamo che parli con cognizione di causa.

Vengo all’ultimo pensiero. Crediamo anche alla storia di noi stessi come a quella dei cittadini che hanno solo diritti e che sono appunto in grado di dire la propria su qualunque cosa. Abbiamo perso la capacità di dire: Non lo so. Per me è troppo difficile. Non me ne intendo. Scendiamo in piazza – più nelle piazze virtuali ormai – come gladiatori non per difendere un’idea, ma per difendere uno schieramento cui la nostra fragilità mentale ci ha spinti a voler appartenere.

Questo ci ha resi merce. Questa stupidità ci ha resi comprabili. Il terreno è stato sparso di sale in modo che nessuna idea possa nascere. Il popolo è in larga parte ipnotizzato, incapace di qualunque distinguo. E’ un momento in cui la ragione è messa sotto silenzio, la complessità è rigettata nella frantumazione dei talk show, il discernimento è polverizzato.

Ecco. Questo è il momento di lottare per ripulire le parole, per far brillare i significati, per connettere i cuori, che non hanno mai avuto schieramenti. E’ il momento di fare bellezza davvero. Per chi racconta storie scrivendo, al cinema o in teatro, questo è il momento di trovare il coraggio di insistere con amore sulla verità.

Dire la verità

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Lavorare con i registi e gli autori della Paolo Grassi sul realismo è sempre un momento imprevedibile, solitamente bellissimo. Il problema del dire la verità in una storia è spinoso, in particolar modo per chi lavora all’interno di convenzioni recitative e drammaturgiche che permettono qualche nascondimento formale.

Così voglio fissare qualche punto, che magari può restare per chi stesse attraversando lo stesso guado che stiamo attraversando con i ragazzi nella nostra veranda estiva.

Innanzitutto la convenzione. Qualunque essa sia. La convenzione narrativa, recitativa, drammaturgica. Consideriamola come un guanto. La mano che lo indossa si muove veramente, compie azioni reali, non finge. Semplicemente è vestita. La Commedia dell’Arte non è meno vera di un film dei Dardenne. Semplicemente ha un vestito (che comunque hanno anche i film dei Dardenne). Se la Commedia dell’Arte fosse solo una questione formale, più o meno gli attori con un minimo di tecnica sarebbero tutti uguali. Ma non è così.

Il quid che li differenzia è esattamente la verità con la quale compiono le azioni che compiono all’interno di quel guanto.

Per gli autori non è diverso. La fantascienza è il genere più realistico che ci sia. Perché si tratta di creare un altro mondo con regole e coerenze interne pari a quelle del mondo reale. Dato un IF potente all’inizio, il resto procede secondo verità. Ed è esattamente su questo che si gioca il livello di una sceneggiatura di fantascienza: quanto posso crederci. Quanto mi rimandi alla mia vita e a me stesso.

Quando siamo preoccupati di dire la verità – e cioè che il nostro film sia credibile, appunto – volgiamo tutta la nostra attenzione alle scelte di merito. Lei può alzare la cornetta qui? L’alieno può essersi nascosto nello yogurt? Davvero il raggio che esce dagli occhi dell’extraterrestre fa guarire i denti cariati?

Ma ci dovremmo concentrare anche su questioni di metodo. Dire la verità in una storia significa occuparsi seriamente della verità del dire. In pratica: può essere che tu stia dicendo la verità, che i personaggi siano profondamente fondati. Molto bene. Ma il tuo dire è un dire percepibile? Ti stai occupando di accoglierci nella tua storia? Hai definito bene il mondo il genere e i personaggi? Sì, proprio come da manuale, perché i manuali a volte sono scritti per un motivo buono.

Cioè: non basta che tu abbia scavato e trovato qualcosa di vero. Ora devi fare in modo che quel qualcosa arrivi a noi. E’ il tuo lavoro. Organizza i segni, le scelte, la tattica in modo che mentre dici la verità sia anche vero che la stai dicendo. E cioè che possiamo comprenderla. Sintetizziamo? Non ce ne frega niente di te, del tuo stile e del tuo talento.

Noi vogliamo la storia.  Tu vuoi la nostra attenzione. Facciamo così: noi ti diamo fiducia e veniamo al cinema, tu ci garantisci che dirai quello che pensi ma anche che penserai a quello che dici. A come lo dici. A chi lo dici. Firmiamo?

Buon lavoro.

Salutarsi

Benvenuti

Bisogna imparare a salutare. Prima che sia tardi. Piccoli esercizi su cose di poco conto.  Un vecchio maglione, una fotografia. Avere il coraggio di regalare o di buttare. Cominciare a vedere l’effetto che fa. Se senza maglione sono ancora io, il maglione non ero io.

Piccoli esercizi senza importanza. Azzardare di smettere di fare qualcosa che si è sempre fatto. Superare l’idea del sacrificio come contrizione di non si sa cosa e considerarlo come una porta che dischiude spazi infiniti di conoscenza e di libertà. Tutto quel che non è me, riempie la mia vita al posto mio, quindi perché me lo tengo così stretto?  Perché  offre anche delle garanzie.

Tutto quel che mi tengo stretto c’è e continua ad esserci come me lo tengo. Non cambia. Mi conferma nella mia esistenza. Mi salva da quel che temo più di ogni altra cosa: il grande cambiamento del tempo è la sua fine, il grande cambiamento della vita è la morte.

Il prezzo di questo tenere è che, per continuare ad esserci e a non morire, non nasco. La stasi della vita che mi tengo stretta è un siero dell’immortalità. Ma è anche un allucinogeno, perché il tempo finisce eccome. Finisce per tutti e per tutto, grazie a Dio. La vita che mi tengo stretta è pura fuga da quel che sono in realtà.

Salutarsi è una piccola azione che ci sveglia. Salutarsi davvero.

Bisogna farlo da molto presto, forse da subito, dalla prima volta che ci si vede, o da quando si capisce che sarà una storia importante. Non sappiamo se ci rivedremo, perché le cose cambiano di minuto in minuto. Per questo il presente è un’avventura: perché ha la qualità dell’avventura, che è il pericolo. Non esiste film d’avventura senza che il nostro eroe sia per un momento in mano ai nemici con le mani legate dietro la schiena.

Bisogna salutarsi ogni volta come prima di un’impresa, quando non sappiamo se torneremo o no. Con gratitudine, con felicità, accettando il rischio e guardandolo per quello che è: un regalo. Infatti correre il rischio di perdersi è un privilegio di chi ha avuto il bene di incontrarsi.

Bisogna decidersi a mollare questa irritante, pietosa scaramanzia che ci rende allergici a ogni discorso sulla fine dei tempi e su quella del nostro. Accettare che è grazie alla fine che la vita è viva e decisiva ogni attimo. La scaramanzia per cui non affrontiamo mai né dolore né morte è un retaggio magico infantile per il quale se non ne parliamo le cose non esistono.

Salutare significa cogliere la piena, maestosa nudità di ciò che siamo. Nulla ci appartiene. Non ci è mai appartenuto nemmeno nel momento della nostra più fulgida impresa, o della nostra più abbagliante bellezza. Mai. Lo abbiamo pensato, forse. E la vita ci ha attesi con pazienza alla salita.

La meraviglia di questa luce che ci trapassa e ci folgora sta in questo totale, arbitrario, semplicissimo e incomprensibile dono. Il singolo minuto che passa è un’impresa per ognuno di noi: non tutti ne vedremo la fine. Senza la bellezza di questo bilico che ci lascia sospesi tra entusiasmo e paura, la vita è mancata, rimane non colta.

Salutarsi è un modo di fare il tifo per l’avventura dell’altro. Perché è in viaggio come me, perché temiamo le ondate e indoviniamo la rotta a fatica. Perché tra marinai ci si aiuta.

I passeggeri dell’Aquarius hanno salutato tutto il loro mondo, il loro passato e la loro storia. Sanno molto bene che un minuto è lungo e che si tratta di un dono piuttosto che di un diritto. Noi forse un po’ meno. Domenica mattina alle 8, tra poche ore, approderanno a Valencia, dove li attende il cartello: Casa Vostra.

Un porto che si apre è la casa degli uomini che si incontrano. Che sono vivi in questo minuto. Che fanno il tifo per il minuto degli altri. E’ una cosa semplice. Il luogo per incontrare è l’altro, il tempo è il presente, il presente è questo preciso momento, che dura sempre.

Felice quel porto che domani si apre.

Cosa ci stiamo perdendo

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C’è una piccola storia che racconta il profeta Isaia, alla quale oggi ci sembra di poter rispondere al massimo con un sorriso. Quella in cui profetizza che un giorno il lupo dimorerà con l’agnello e un bambino li guiderà. Sappiamo benissimo che il lupo si mangerà prima il bambino – che se no corre a chiedere aiuto – e poi l’agnello.

Non è cinismo. E’ cronaca.

Nelle storie il lupo è cattivo da sempre e quando ha avuto a che fare con una bambina le ha mangiato via la nonna e voleva mangiarsi anche lei. Insomma, quel che ci sembra chiaro è che il mondo sarebbe bellissimo se ci fossero solo gli agnelli.

Ed è quel che accade nel nostro sistema comunicativo. Cinema, televisione. E naturalmente politica. Non siamo più capaci di gestire il lupo. In particolare il nostro cinema si difende in due modi: con alcune storie ne nega l’esistenza ben oltre le più elementari regole di logica, con altre si compiace della sua cattiveria. Dimenticando che il lupo non è né buono né cattivo. Il lupo ha fame e mangia come tutti noi.

La nostra paura del lupo non dimostra la sua cattiveria. Dimostra solo che abbiamo capito che le prede potremmo essere noi. Il lupo non è scemo, mangia l’agnello più lento. E’ per questo che gli agnelli che si salvano sono i più veloci, i più forti, i più avveduti. Perché un gregge sia forte deve perdere molto sangue. Niente che non sia morto almeno una volta può essere vivo davvero, diceva Maria Zambrano.

Ci siamo persi l’amorevole dono della morte. L’abbiamo rimossa come gli struzzi e con questo abbiamo rinunciato al suo aiuto. Che è l’aiuto del limite di ognuno di noi ed è  l’aiuto della verità che ci riguarda, cioè che i nostri giorni finiranno. Avere questa elementare, contadina chiarezza, provocherebbe una cascata di cose meravigliose.

Per esempio ci sarebbe evidente che se possedessimo la vita non la perderemmo così facilmente, quindi in realtà siamo noi che le apparteniamo. Difatti ci sono dati tempo corpo salute e psiche e niente di questo abbiamo progettato o comprato. E se lo abbiamo fatto in qualche Aldilà non ne siamo consapevoli oggi.

Alla fine del percorso di ognuno di noi c’è il lupo che seleziona. Anche questo non è cinismo ma solo cronaca. La morte non è cattiva, è solo molto dolorosa. Ma non sappiamo fare la differenza fra le due cose. Se aboliamo i lupi dalle nostre storie precipitiamo in un burrone di narcisismo e di perdita di contatto con la realtà.

Senza i lupi pensiamo davvero di non essere aggressivi, sviluppiamo facili filosofie del benessere interiore ma il lupo è libero e la rimozione che ne abbiamo fatto ce lo rende anche invisibile. Un vero regalo del gregge e il lupo ringrazia.  I diseredati, gli esclusi, i rottami della società, i nuovi poveri, i poveri da sempre… sono tutti nella sua dieta.

E’ incredibile come il nostro cinema se ne occupi – le poche volte che lo fa – con un gusto sentimental televisivo e con un approccio puramente estetico. E’ tutto un po’ addomesticato. Un po’ già visto. E li facciamo apposta i film già visti. Mettiamo i piedi solo dove conosciamo il territorio, così che siamo sicuri di non trovarci il lupo. E’ un modo per non varcare mai i confini di niente.

Mi manca, il lupo. Mi manca nelle storie italiane, da morire. Un lupo vero, quindi non inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Un lupo doloroso e necessario, quindi sempre “giusto” nel corso delle storie e del tempo. Mi mancano storie sui lupi che ci abitano il cuore. Noi siamo così buoni che ora qualcuno mangia solo la frutta caduta dall’albero per non provocare dolore alla pianta. Bene. Prossimo passo mettere dei materassi tutti intorno all’albero per evitare traumi alla susina.

Finché non accettiamo le forze del nostro regno interiore, non lo potremo guidare. Il bambino di cui parla Isaia ci sta davanti. Sa che ci sono entrambi. Vivi e presenti. Gli agnelli sono agnelli e i lupi sono lupi. Gli uni hanno bisogno degli altri, perché ciò di cui la vita non ha bisogno muore e questi ci sono da sempre.

Auguro all’Italia di uscire da questo tunnel, di riprendere in mano se stessa, la propria intelligenza il proprio coraggio e tutto il talento che ha sempre avuto e che ha. Se come popolo ci guardassimo dentro, con tutte quelle che abbiamo passato e che stiamo passando, avremmo vagonate di storie pazzesche da raccontare…

Steve Jobs – II Parte

Lo spirito d’amore di Joanna adesso è fuori campo e padre e figlio si scontrano duramente. In 40 minuti è impossibile riparare la funzione vocale. “Io sono la persona che può farlo, e non posso” chiude Andy. Il dio distopico è schiacciato dalla propria impotenza e la sua ira è tremenda, poiché proviene dall’umiliazione di non poter ottenere quello che vuole, dall’umiliazione di dover dipendere. Per questo oltre che distopico è dispotico. Siamo all’inizio del film e il personaggio è completamente inconsapevole di avere questo problema.

Adesso Danny Boyle gioca con l’altezza e il Macintosh guarda dall’alto i suoi atterriti creatori. Alle loro spalle inizia a entrare un po’ di gente, qualche giornalista accreditato.

E si pone il problema di non far capire a nessuno che le cose vanno male. È questo che interessa davvero a Steve: non il fatto che il Macintosh non funzioni a dovere, ma il fatto che la gente se ne accorgerà. Non ama la creatura ma teme il giudizio. Il tutto ha certamente un senso concreto a livello di trama, quindi in questo caso di marketing, ma ne ha uno anche a livello di significato profondo. Steve non è un Dio di Verità ma un dio di rappresentazione. E d’altra parte è anche un uomo di spettacolo sul palco di un teatro. È semplice: se siamo sinceri vogliamo che il consenso vada alla verità, se mentiamo vogliamo che il consenso vada a noi.

“Sorry, an error occurred”. È parola di Macintosh. Danny Boyle ci abbassa sotto il monitor. Siamo dominati da questa scritta replicata enorme sul fondo, fuori fuoco come l’ultimo orizzonte possibile e la sentiamo come un responso su di noi e sulla nostra vita. Non esiste che dio possa sbagliare e passare dall’errore è una tappa inevitabile per Steve se vuole raggiungere la sua vera forza. Per usare la propria forza bisogna conoscerla e Steve non la conosce perché è ancora nella fase infantile in cui ritiene che sia senza limiti.

La consapevolezza dei propri limiti è figlia dell’umiltà, ma è difficile arrivare all’umiltà senza passare dall’umiliazione. L’errore, se e quando riconosciuto, è l’occasione buona perché ci infligge l’umiliazione che quest’inquadratura rappresenta perfettamente. L’umiliazione è proprio questo: il nostro scontro con le cose che non vanno come vorremmo noi, come avevamo impostato, preteso, immaginato. Non siamo l’Alpha e l’Omega ma una delle infinite lettere che stanno nel mezzo. Le cose non ci obbediscono. La nostra volontà non è sufficiente per scrivere la Storia e la presunzione ci rende troppo deboli per scrivere anche solo la nostra, perché la presunzione ci toglie il contatto con la nostra vera forza e ci mette in contatto con una forza che è solo immaginaria. È questo che il presuntuoso fa: immagina. Ebbene sì, siamo nelle mani degli altri e ci vuole tutto un cammino per capire che non è necessariamente una cattiva notizia.

Joanna propone di tagliare la parte in cui il Macintosh dovrebbe dire ciao. “Sono 20 secondi su un totale di due ore. Tagliamolo e basta”. Joanna parla della funzione vocale, ma Danny Boyle va sulla figlia di Steve e sulla di lei madre. Queste parole, che Steve non vuol sentir pronunciare a proposito del Macintosh, le penserà anche senza dirle riguardo a queste due donne per un lungo tratto del film: gli errori si tagliano. Le relazioni su cui lavorare intensamente si amputano. È il modo del presuntuoso di rimanere nella storia di se stesso alla stregua di un dio che non sbaglia mai.

Il tempo stringe, bisogna prendere una decisione. Padre e madre avevano fatto una promessa, con un annuncio mediaticamente fortissimo: il Mac avrebbe salvato il mondo. Questa promessa non ha a che vedere con il lavoro vero, con quello che serve nel concreto per realizzare il Mac. Ha a che vedere con i deliri di onnipotenza. Riguarda il padre e la madre. Qui Boyle ha un colpo d’ala meraviglioso. Andy si accovaccia per allacciarsi una scarpa. È il gesto dei ragazzini. Che senso ha farlo ora, mentre è fermo in piedi che sta parlando di una cosa tanto seria e urgente?

Danny Boyle ha bisogno di lasciare sola la coppia originaria: padre e madre litigano sulle false promesse che hanno fatto. Ma l’unico che sa far funzionare le cose è quel ragazzino con le stringhe slacciate. Quello che non ha diritto di parlare.

Joanna sferra un colpo dialettico da KO. “Lo spot diceva che il Mac avrebbe salvato il mondo. Non annunciava che avrebbe detto ciao”. È un paradosso solo apparente che in realtà è una delle chiavi principali di questo film: dire ciao sembrerebbe più facile che salvare il mondo da una o da tutte le guerre. E invece le guerre si fanno proprio perché non ci diciamo ciao. È proprio la semplicità, la verità della relazione umana che può costruire la rete della vita. Quella per la quale se io sto male tu mi soccorri, perché soccorrendo me soccorri la rete, che è la vita alla quale entrambi apparteniamo. In conclusione è vero, doveva salvare il mondo e non dire ciao. Ma dire ciao è l’unico modo per salvare il mondo.

 

 

 

 

Steve Jobs, di Danny Boyle – Appunti sui primi 60 secondi.

 

Mentre ancora scorrono i loghi iniziali della Legendary Pictures, l’audio di una storica intervista ci introduce al film. È il 1974, Arthur Clarke ci parla di come sarà il computer nel 2001 e non sbaglia praticamente niente.

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Questo inizio quasi da cinegiornale contiene in realtà la linea portante del film. Il giornalista incontra Clarke avendo portato con sé il proprio figlio. Sono tre generazioni: Clarke potrebbe essere il padre del giornalista, che è il padre del fanciullo. Clarke vede il futuro e lo descrive con una precisione quasi millimetrica. Chi ci avvisa del futuro è un profeta e il profeta parla per conto di Dio. Siamo già nel film.

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Boyle apre con un’inquadratura dall’alto delle poltrone di un teatro. Sono vuote, c’è silenzio. Questa è la sala parto nella quale nascerà il Nuovo Mondo, quello con il Macintosh 128k. E’ il mondo preparato per l’uomo prima che l’uomo ci entri. E quel che vediamo di questo mondo è già tutto un destino: posti a sedere. Spettatori.

Fuori dal teatro la calca della gente che aspetta, sempre dall’alto. È l’immagine di tutto un mondo che attende di entrare nel futuro, nella Storia. Nel tempo. E il tempo ci viene dato: è il 1984, dieci anni dopo l’intervista a Clarke. Steve Jobs sta per lanciare il Macintosh 128k. Tutta quella gente andrà a sedersi in quei posti vuoti. E capiamo di conseguenza quale ruolo avranno gli uomini nella creazione di questo mondo: quello di spettatori. Il protagonista è là dentro, dietro le quinte, un creatore potente, accentratore, che tutto il mondo anela a vedere e che più di ogni altra cosa invidia.

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La camera si fa più bassa e cominciamo ad entrare nel mondo. Quei posti tutti uguali preparati per l’Umanità e per la sua vita da spettatrice della propria esistenza anziché da protagonista di se stessa, sono in realtà riservati, prenotati, nominati. La lotta tra poveri non conosce confini e persino gli spettatori si dividono in caste.

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Le voci dei protagonisti in over sulle immagini configurano un problema: il Macintosh non dice “ciao”. C’è un errore di sistema. È il problema della nuova creatura e anche del suo creatore, dato che la creatura è fatta a sua immagine e somiglianza: non dice ciao. Tutto il mondo aspetta la rivelazione che porterà la rivoluzione nelle vite di tutti. Ma la creatura non saluta.

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E finalmente eccoci qui, davanti alla trinità che ha partorito la creatura: il padre Steve, il figlio Andy – l’ingegnere, colui che ha dato corpo alla visione del padre – e lo spirito d’amore di Joanna, quella che ama il padre Steve, che non è interessata al suo successo se non in quanto motivo di felicità per lui. Ma il suo è un amore che può poco, in questa trinità. È un amore visto di spalle, che non riesce a placare l’ira del padre per questa pecca. Steve vuole che la creatura sia perfetta, non ha alcuna comprensione per i limiti del figlio e della tecnica in generale. E comincia a configurarsi il disegno di Danny Boyle: presentarci un Anti – Dio. Steve è un Dio che crea al contrario. Che esige e non perdona.

“Ha troppe funzioni”, si lamenta Andy.

“Ieri sera funzionava. Anche la sera prima. E anche tre ore fa”. Steve davvero non si capacita, ma è interessante come questo creatore si fondi sul passato. Ha sempre funzionato, funzionerà sempre. È paradossale – e geniale – che il sommo creatore parli così, che colui che dovrebbe schiudere le porte del futuro sia così attaccato al passato, così miope sul presente e così tremebondo sul futuro immediato della presentazione del Macintosh.

“Ha troppe funzioni”, aveva detto Andy. Le svolge tutte ma non saluta. È quella cui davvero non arriva. La più difficile. La relazione umana.

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Lo scontro tra padre e figlio cresce e Danny Boyle ci porta in controcampo, dal basso. Il lavoro sulle altezze di camera è incessante: tra creatore e creature, tra potenza e limite, tra visioni divine e problemi concreti. Ora padre e figlio si stagliano di fronte a una trinità superiore: il Macintosh proiettato gigante e ai lati le proiezioni del leggio con il logo della mela morsicata.

“Correggi l’errore” intima Steve. Di che cosa si tratta in realtà? Di far salutare chi non saluta, di far parlare un muto. I muti li aveva fatti parlare Cristo e quella correzione dell’errore si chiamava miracolo. I miracoli avvenivano attraverso Cristo grazie alla forza d’amore del Padre. Ora tocca a Andy e non c’è nessuna forza sopra di lui che possa aiutarlo, perché qui siamo di fronte a un dio distopico, incapace di guarire, di cambiare persone e cose, incapace di dare ma bravissimo a esigere. Il padre chiede al figlio qualcosa che lui non saprebbe fare. Anzi, la esige come la si può esigere da un servo. E in effetti sembra più questa la loro dinamica, ma senza il servo Andy la visione del padrone Steve è inutile, com’è inutile ogni visione non realizzabile, ogni progetto che non potrà mai farsi storia. La differenza fra i servi e i padroni è che i servi servono e i padroni non servono. (segue)

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