Before I Fall – Day 6, Parte II – Liberi di sentire l’altro.

A volte stiamo male al pensiero di aver fatto del male. Abbiamo chiamato questo star male “senso di colpa”. Abbiamo capito che ce l’hanno inculcato da piccoli e ci siamo armati per combatterlo.
Essere liberi dai sensi di colpa è una grande conquista e non è sempre facile ottenerla. E’ un bene liberarsene, perché il senso di colpa non ha niente a che vedere con il dolore che possiamo aver provocato. Riguarda solo l’immagine che abbiamo di noi e la voglia di prendere le distanze da un’azione di cui non siamo esattamente orgogliosi.

A volte con i sensi di colpa ci si libera anche del senso di responsabilità. Magari adesso sappiamo come sentirci meglio, ma pare che l’altro il male che gli abbiamo fatto continui a sentirlo.

C’è un modo per tagliare la testa al toro e capire: ascoltare che cosa l’altro ha da dirci di noi. Essere disposti a questo momento delicato, che può – come nel caso di Samantha – essere doloroso e umiliante. Metterci di fronte al fatto che forse non siamo le persone che pensavamo di essere. L’umiliazione peggiore è sempre e solo questa. Al tempo stesso, è una cura di realtà.

Questo momento non ha a che vedere con il senso di colpa né con la colpa. Ha a che vedere con l’identità. Ci dice che cosa abbiamo fatto e chi siamo. Ma l’altro che ci parla di noi certe volte è un salto nel buio e ci vuole molto, molto coraggio per starlo a sentire.

Before I Fall – Giorno 6 – II Parte

https://vimeo.com/325028658

Before I Fall – Day 6, Parte I – Il giorno libero

Il sesto giorno, Dio creò l’Uomo.

Per Samantha, il sesto giorno è il “giorno libero”.

Non poteva essere che così: l’uomo è uomo solo se è libero di essere quello che è. Ma questa libertà è un percorso a tappe: dopo la libertà di dire, fare e volere, si apre la libertà dal dire, dal fare e dal volere.  Dopo la libertà delle idee, inizia la libertà dalle idee. Sul mondo, sugli altri e su noi stessi. Dopo la libertà di parola, c’è la libertà dalle parole, da quelle che dette con apparente libertà ci incastrano nei pregiudizi, nei giudizi e nelle appartenenze.

Venire al mondo è un lavoro bellissimo e terribilmente complicato.

Before I Fall – Giorno 6. Prima parte.

https://vimeo.com/322356845

Before I Fall – Day 5, II Parte – Scatenare l’inferno

Piazza pulita, finalmente.

Dai nemici, dagli amici, dai familiari e dalle situazioni.

Vomitare fa bene: viene fuori tutto quello che non va. A volte poi ci sono delle sorprese. Che vomita e vomita alla fine vengono fuori anche le cose che pensavamo andassero bene. Persino alcune nostre idee su noi stessi e sugli altri. Buone all’inizio, pessime alla digestione.

La cosa bella della rabbia è la sua verità. Il suo essere presente. Il suo sospendere il nostro controllo. Il suo avvisarci nitido di qualcosa che non va e della sua natura. La rabbia non fa prigionieri ma ne è prigioniero il portatore.

Perché nel suo erompere distruttivo e liberatorio, non tiene conto del poi. Non dà futuro, non apre. Ma c’è un tempo per tutto. Questo, è il tempo di distruggere.

Before I Fall, fine del V giorno.

https://vimeo.com/319859870

Before I Fall – Day 5 – Parte I – Il giorno dell’Ira

Dedicato a tutti quelli che hanno attraversato anni reinventando la vita e se stessi in un’estenuante fila di cene, hobbies, palestre, mostre, religioni, diete, amicizie. E che si rendono conto della grande illusione. Dedicato a tutti quelli che sono arrabbiati.

 

https://vimeo.com/318272846

The Children Act – Analisi dei primi 150″

Schermata 2019-01-01 alle 09.24.36.png

The Children Act comincia da dentro. Dalle profondità del corpo. Un vaso sanguigno che pulsa al ritmo del battito cardiaco. Il fondo è fuori fuoco e cromaticamente morente. E’ in realtà l’esterno, lontano e indistinto. Da subito, il film ci connette al nostro sentire. Il battito cardiaco sul silenzio, poi pian piano una musica, poi finalmente…

Schermata 2019-01-01 alle 09.25.57.png

…emergiamo dalle viscere per vedere il mondo. E percepiamo una musica diversa, stavolta scandita, matematica, quasi algida. E’ la Partita n. 2 in do minore di Bach per pianoforte solo. Il suono ci arriva con un’eco potente. L’eco ci dice distanza e vuoto. Bach ci dice cultura. La casa che vediamo ci dice denaro. Le finestre illuminate sono poche e sono quelle più in alto, più ricche e lontane.

Schermata 2019-01-01 alle 09.26.21

Finalmente, entriamo in casa. Ora la musica è senza eco, presente e pulita. Il pensiero di Bach è luminoso e scandito. Tutto è perfetto. Fiona è seduta di spalle. Digita sui tasti del computer. E questa è la seconda mossa separativa, dopo quella dell’inizio tra profondità del corpo ed esteriorità vuota e disabitata. Questo secondo livello di separatività lo conosciamo anche meglio: è l’esperienza che abbiamo quando sentiamo che il nostro battere sui tasti – e cioè il nostro procedere ognuno nel proprio lavoro e nella propria vita – non produce nessuna musica. La musica è un’altra, è quella di Bach, così pulita e perfetta e così inarrivabile per noi. E nemmeno gli altri sembrano contattabili: lavoriamo di spalle, faccia al muro, chiusi nell’eleganza formale delle nostre ripetizioni. Fiona non ci sente, mentre noi la guardiamo da dietro. Forse non sente nemmeno Bach. Forse nemmeno il rumore dei tasti.

Schermata 2019-01-01 alle 09.28.10

E non sente nemmeno Jack, il marito. Che entra in scena già in movimento, in piena dinamica, dal fondo del corridoio. Svolta per entrare in soggiorno e raggiungere lo studio di Fiona. E nella volée della mdp scorgiamo il pianoforte. A questo serviva il suo cammino: a mostrarci il pianoforte. Aperto. Con lo spartito davanti. Vuoto e muto. Ecco cos’è Jack: è il pianoforte abbandonato di Fiona. E’ la musica che lei non sente più nella sua vita.

Schermata 2019-01-01 alle 09.29.08

E questa è la prima immagine, l’imprinting della loro relazione. Sono due persone di spalle rispetto alla vita, che siamo noi che guardiamo. Jack insegue uno sguardo che non verrà mai. Fiona non vede e non sente più. Il dialogo sembrerebbe dire il contrario, perché lei risponde alla domanda. Ma il fatto è che risponde il falso. Non andrà a letto, soprattutto non ora. Ci sono dei sì che diciamo per allontanare e questo è uno di quelli. Rispondiamo alla domanda ma non alla persona che ce la sta ponendo. Questo perché sentiamo le parole ma non sentiamo la verità relazionale dalla quale provengono. E’ strategica, questa prima battuta, perché è anche la prima battuta di un amore. Ragazzo chiede a ragazza: vieni a letto con me? E’ la domanda delle domande, quella che manda avanti l’amore e la vita. E posta qui, da questo capolinea del cuore che batte organicamente come abbiamo appena visto, ma non esistenzialmente, acquisisce il senso di un cerchio che si chiude nella morte, nella fine di ogni cosa e nello spegnersi di ogni luce.

Tanta tristezza sarebbe insostenibile e anche un po’ patetica se non fosse sostenuta da un linguaggio intelligentissimo e di grande rigore formale. I segni servono a indicare i significati ma anche ad arginarli all’interno di un discorso che deve rimanere tale se vuole avere la forza di comunicare. Questo lo dico perché mi sembra che in Italia per timore di essere patetici abbiamo imparato a evitare temi e momenti cruciali della vita. Ma se il nostro mestiere è raccontare, dobbiamo poter raccontare tutto, quindi tanto vale misurarsi con la complessità di un linguaggio che ce lo consenta.

Schermata 2019-01-01 alle 09.29.31

Tra ascoltare una persona e ascoltare solo quello che la persona ci dice c’è una differenza che porta a compiere azioni diverse. La domanda di Jack è semplice: vieni a letto con me? La risposta richiesta è sì o no. O anche “più tardi”. Invece Fiona spiega a Jack quello che sta facendo. Ti spiego perché non posso venire. Va bene, sembra una cosa gentile da dire. Ma si accorda male con il “Sì sì” precedente. E Fiona non si gira nemmeno. Alla fluidità e al movimento di Jack corrisponde l’immobilità chiusa di Fiona. In questa densità di segnali in contrasto fra loro sta un’informazione importante sulla loro coppia. Usano molto bene le parole ma le usano spesso per nascondere e per confondere.

Qui però emerge il tema che diventerà decisivo nel film. Quel che Fiona sta facendo è prepararsi al verdetto sui gemelli congiunti. Dunque, Fiona è un giudice. E il caso è delicatissimo, doloroso e difficile. Autorizzare l’ospedale a separarli o no? Ecco spuntare il tema profondo del film: la difficoltà di distinguere quel che non va confuso senza separare ciò che deve rimanere unito. Vedremo.

Schermata 2019-01-01 alle 09.29.45

Che meraviglia quest’inquadratura. E’ uno specifico mondo maschile che soffre, un mondo assolutamente poco raccontato finora. Guardiamo i fondi, alle spalle di Jack. A sinistra la cultura, accumulata nella libreria in penombra, a destra l’eleganza con il suo nitore. Che però si configura come un sistema di sbarre. Un elegantissimo carcere, al quale Jack si aggrappa sfinito, sconfitto. Né cultura né classe sociale bastano a far girare Fiona verso di lui. Chi ha costruito tutto questo? Che corsa è stata arrivare in questa casa con la musica di Bach e il pianoforte disabitato e muto e la gente che lavora faccia al muro e non si gira nemmeno in caso di incendio? La tristezza di Jack è un oceano, ma Fiona non sente. Non ancora.

Schermata 2019-01-01 alle 09.29.58

Poi Jack si riprende e avanza un’altra proposta: giocare un doppio sabato mattina con gli amici. E’ una proposta articolata. La prima era stata una proposta di intimità, andare a letto insieme, ed era una proposta per il presente, da accettare adesso per adesso. Declinata quella, Jack tenta una proposta per appuntamento. magari se te lo dico prima. Magari se è sabato mattina. Magari se ci sono gli amici. E’ una proposta ludica. Se non facciamo più l’amore almeno proviamo a giocare. Ed è una proposta di relazione sociale: se non abbiamo più una dimensione intima almeno proviamo a fare qualcosa insieme con gli amici. E’ interessante il punto macchina scelto da Richard Eyre, perché in teoria è un punto macchina che conferisce forza al soggetto. Siamo più in basso di lui e lui come postura potrebbe essere Terminator che guarda l’avversario di turno a terra. Ma tutto intorno ci dice il contrario. Splendido modo di farci sentire la debolezza e la fragilità dentro tanto ruolo sociale e dentro tanta ricchezza. Fiona declinerà senza nemmeno bisogno di dirlo e Jack se ne andrà sussurrando: Singoli. Che è quel che succederà sabato al campo da tennis senza Fiona e anche la fotografia della loro coppia: due singoli che vivono nella stessa casa.

Schermata 2019-01-01 alle 09.31.22.png

Quando Jack se ne va, Fiona si gira verso di lui. E questa è la sintesi del suo percorso nei confronti di Jack. Una cosa è essere presenti fisicamente nella stessa stanza, una cosa è essere simultanei. La simultaneità è la vibrazione comune, empatica. Due corde di violino accordate sulla stessa nota vibrano nello stesso modo. E’ il sentire. Credo che questa sia una delle linee più intense del film. Supponiamo di essere seduti su una panchina in un parco con qualcuno che ci dice una cosa importante. E supponiamo di capire, di realizzare veramente questa cosa solo diversi anni dopo. Ci rendiamo conto che solo in quel momento siamo seduti su quella panchina con lui. Solo in quel momento di molti anni dopo siamo davvero simultanei, siamo davvero lì. Anche se la realtà fisica può essere tale che l’altra persona non esista neanche più. Il piano del sentire è completamente altro rispetto al piano fisico. Questo ritardo di Fiona è il ritardo di una vita, è il disallineamento del nostro cuore. E’ la nostra solitudine.

Schermata 2019-01-01 alle 09.33.40

E finalmente entriamo nel merito di quel che Fiona sta scrivendo. Capitiamo sull’ultima riga, mentre lei digita le parole: “Il cuore di Michael è normale e sostiene entrambi. Il cervello di Luke….” E’ il ritratto della sua situazione affettiva. Il cuore di Jack sostiene la coppia, sostiene anche il cervello di Fiona. Ma non si può delegare il cuore a uno solo dei due e in ogni caso il cervello deve essere connesso al proprio cuore. Nessuna persona è un’altra e se vogliamo che la creatura della coppia viva, dobbiamo distinguere un cervello dall’altro e un cuore dall’altro, se no tutto diventa simbiotico e muore. Esattamente come i due gemelli con un cuore solo.

Schermata 2019-01-01 alle 09.33.56.png

Intanto, Jack spegne la luce. E questa inquadratura è la spiegazione del testo che Fiona sta scrivendo in studio. L’intero dell’inquadratura, cioè in questo caso del mondo interiore di Jack, è la sua parte di letto più il vuoto a sinistra macchina. La parte di Fiona non c’è. Di fatto la sua vita è questa. Se vuole mantenerla intera e accettarla come tale, deve accettarne la divisione strutturale, la separazione che c’è di fatto con Fiona. La sua vita di marito non coincide più con il suo letto matrimoniale, ma con la sua parte di letto più una parte di solitudine e di esclusione.

Qui c’ èun passaggio importante della sceneggiatura, perché vista così quest’inquadratura potrebbe sembrare abbastanza inutile. Sappiamo già che Jack è andato a dormire, perché farcelo vedere, dato che non succede niente di particolare? E’ un problema di sguardo, appunto. Jack potrebbe rimanere in piedi, fare qualcosa e aspettare Fiona alla fine del suo lavoro. Ma se Jack vuole rispettare l’unità interna della propria vita, deve avere il coraggio di distinguersi da Fiona: la scelta rimane quella di andare a dormire. Non può essere quella di con-fondersi con le scelte dell’altro. Per non separare la vita, bisogna distinguere le vite.

Schermata 2019-01-01 alle 09.34.17

E in studio, invece, arriviamo al centro del problema. I due gemellini congiunti. L’inquadratura è perfetta, solo apparentemente banale. Perché si gioca sulla distanza fra Fiona e le foto che tiene in mano. Distanza espressa dai fuochi e dalla luminanza. Lei è ancora lì, nel livello di coscienza di chi pensa che i problemi vadano ponderati sapendo sempre che noi siamo una cosa e i problemi da risolvere un’altra. E’ un’illusione di separatività destinata a frantumarsi nel meraviglioso e difficile viaggio che attende Fiona.

Schermata 2019-01-01 alle 09.34.24

E qualcosa, la prima di questa storia, comincia a cambiare in lei. Ruota la fotografia. La domanda è preistorica rispetto a un’evoluzione seria, ma è il suo primo passo e lo accogliamo con tutta la felicità del caso. Ruotare la fotografia significa pensare: da che parte si guarda? Chi disegna come me, da bambino ha visto i propri disegni roteare mille volte nelle mani di adulti smarriti e disperati.

Dunque. Da che parte guardiamo il problema? Questa è l’ultima inquadratura della prima sequenza e come spesso accade, la risposta la troviamo nella prima. Il vaso sanguigno che pulsa al battito del cuore. Dall’interno. Né orizzontale né verticale. Né prima né poi. Ora e dal cuore. La rotazione è meravigliosa perché apre il campo al dubbio: avrò inteso bene? Avrò visto giusto? Se non si passa da qui, nulla è possibile. Fiona ci riesce, ma adesso deve arrivare alla camera da letto, che è la camera dell’intimità e della verità. Da che parte si guarda il problema è solo la premessa a chiedersi da che parte mi guarda il problema. Fiona deve ripristinare l’inquadratura sbagliata della vita di Jack e della sua. Deve capire che la foto dei gemelli è un ritratto di lei e della sua esistenza: un cuore solo che tiene in vita due persone non è possibile.

E’ il viaggio che l’attende: scoprire come i problemi esterni ci parlino di noi prima di giudicare la soluzione dei problemi. La prima scena è finita. Se non l’avete ancora visto, buona visione e buon viaggio.

Quando eravamo gocce

fienocadfc

Credo che ci sarà un prato a cui arriveremo nudi alla fine di molti passi. E usciti dal tempo avremo una marea di presente per poterci parlare di tutto.

Ad esempio del perché a un certo punto eravamo spariti senza spiegare. E lo faremo così, senza paura, perché non sarà per farci giustizia, quindi nessuno si sentirà ferito.

Oppure spiegheremo perché abbiamo detto quella cosa spietata e non vera. Ci scopriremo spettatori di questo tempo, platea comune di vincitori e vinti, di accusatori e offesi, di derubati e ladri che erano diventati ladri perché derubati anch’essi.

Riconosceremo le vittime e i carnefici che siamo stati nel rutilante replicarsi dello stesso equivoco, la danza dell’io e del non-io, l’illusione del vincere e perdere. Ci ricorderemo di quando eravamo gocce e abbiamo passato lo schizzo del nostro tempo a discutere e gareggiare prima di tornare semplicemente acqua, senza perdere nulla e anzi, tutto trovando di noi.

Potremo parlare della violenza delle vittime e della fragilità dei carnefici sapendo di essere stati insieme gli uni e gli altri. Lo faremo con verità perché saremo liberi dai generi, dai partiti, dalle fedi. Saremo quello che siamo sempre stati ma allora lo sapremo.

Poi ci saranno da spiegare i tradimenti. Quelli emersi e quelli mai scoperti. Con il dolore dei traditori e dei traditi che visto da fuori si chiama sempre paura del non amore. Magari ci sorprenderemo a scoprire che sono equidistanti e che nessuno dei nostri io stava da una parte sola.

Poi le violenze, le guerre, le stragi. Tutte catastrofi che ci superano. E di così tanto che abbiamo ritenuto che non fosse sensato intervenire. Allora forse guarderemo con tenerezza tutti questi generi di ragionamenti e ne coglieremo il senso, che è quello di giustificare la nostra indifferenza.

Un giorno guarderemo le gocce schizzare contro gli scogli e capiremo che la loro vera natura è l’onda da cui provengono e a cui ritornano. Ci sembrerà chiaro quello che possiamo osservare senza sosta sulla riva, cioè che grandezza, traiettoria e velocità delle gocce sono solo un momento in cui ogni minuscola parte dell’onda sperimenta se stessa.  Infinite volte, quante ne servono a ogni goccia per capire l’illusione ridicola dell’io e del mio.

Ma noi siamo qui, gocce nel momento del volo, nella fulgente illusione che ci spinge ad amarci e a odiarci sulla base di forme e traiettorie di quest’attimo. Siamo nati dall’impatto con lo scoglio e stiamo rimbalzando in archi spettacolari e convulsi prima di tornare al mare. Ci guardiamo stupiti, immemori della nostra vera appartenenza, ignari e quasi sempre disillusi del senso.

Vivere è difficile sia da comodi che da scomodi. Perciò stiamo facendo un buon lavoro. Forse nascere è stato un impatto terribile da cui la memoria ci difende oscurandosi. Ma è proprio questo l’attimo della bellezza. Quando riconosciamo in ogni goccia attorno a noi la stessa onda profonda da cui proveniamo. Né belli né brutti, né buoni né cattivi, né innamoramenti fulminanti né odi di parte. Siamo l’onda, che non si divide in noi e che non ci divide da lei, una coscienza sola che prende coscienza di se stessa. L’onda che è ugualmente presente nel criminale e nel santo, del tutto indifferente al loro modo di pensare e di agire.

Quando lo capiremo davvero, successo e insuccesso non avranno più senso, perché ci sarà chiaro che non eravamo qui per cambiare il mondo, ma per cambiare la nostra incoscienza in coscienza e che non ha la minima importanza se le cose ci riescono o no. Non abbiamo bisogno di un mondo pieno di gente a cui riescano le cose, abbiamo bisogno di gente che ama. Quando siamo portati da questo amore, poi, finisce che ci riescono anche le cose, semplicemente perché riescono all’onda. Siamo solo meravigliosi veicoli. Relax: non c’è niente da guidare, basta dire sì. Il resto è gratis.

E’ che abbiamo paura, non ci fidiamo e cerchiamo di guidare noi. Ma se mi guardo indietro posso percepire il profondo significato anche dei momenti che avrei evitato di più, quelli più dolorosi del mio viaggio. L’onda non sbaglia mai: ci scaraventa contro quel punto dello scoglio perché ha pensato per noi quel rimbalzo. La facilità o la difficoltà tanto difformi delle nostre vite – per quanto così laceranti, inaccettabili e stridenti – sono un aspetto secondario. Forse il disegno non è pescare la vita più piacevole ma uscire dalle categorie di piacevole e spiacevole. E anche se questa può sembrare una cosa stupida detta da chi ha avuto un’esistenza serena, in altre latitudini della Terra che rigurgitano sofferenza e dolore, questo è un approccio normale alla vita.

Ancora una cosa, perché quando parlo di paura il mio pensiero corre sempre alla pubblicità. Se solo riuscissimo a vedere la paura che la genera. Quella di non essere amati e quella di morire. Se solo cogliessimo l’inesistenza di ogni io e di ogni mio non compreremmo più nulla per essere amati, perché non c’è bisogno di comprare o di fare nulla al riguardo e nulla di quel che possiamo fare può avere il minimo effetto sull’amore. Non si fa un film per essere amati. Non si ha successo per essere amati. Non si fanno figli per essere amati. Non si copre nessuno di soldi per essere amati.
Per essere amati, si ama.

Un giorno mi sarà chiaro che questa realtà è già qui, davanti a me, nella natura delle cose che non so osservare. Un giorno mi convincerò che quel giorno è ogni giorno. E che ogni giorno è oggi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: