Anche andare va bene

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L’esperienza di noi stessi a un certo punto si compie.

C’è un momento in cui diventa chiaro che questo io che ci portiamo dietro da più o meno tempo è troppo ristretto perché possiamo continuare a capire. Si può imparare fino all’ultimo istante ma lo si può fare sempre nel recinto dell’io nel quale viviamo. Non si può assumere il punto di vista di un altro. Tutt’al più lo si può presumere.

Lavorare con le storie, con la scrittura e con la direzione degli attori avrebbe dovuto allenarmi ad immergermi nello sguardo altrui. A me non è bastato. A volte mi trovo ancora a supporre che quel che vedo sia davvero come lo vedo io. Cose comiche, insomma. Siamo rondini che si schiantano sulle vetrate perché credono a quello che vedono e ignorano l’invisibile.

Le diversità dei nostri sguardi sono muri che rimangono invalicabili a meno di sforzi dialettici continui, ma che comunque servono a mantenere rapporti civili, non certo a capire da dentro la visione e l’esperienza dell’altro. Se è vero che solo tu puoi capire cosa significhi essere te, l’unica via per comprenderti è diventare te. E questo limite è invalicabile.

Rivaluto la terza falena. Quella che per conoscere la fiamma più da vicino delle altre due ci si brucia dentro e non torna più a casa. Diventa fuoco. Conosce il fuoco. Ecco. Conoscere è diventare, non venire semplicemente a sapere. E certo che quando diventi qualcosa non sei più quel che eri prima. La falena diventa fiamma.

Diventare non è semplice, richiede molto coraggio.

Per diventare devo accettare di perdermi. Di non identificarmi in quest’io che porto in giro da più di 50 anni. In effetti, già nel momento in cui faccio questo ragionamento non coincido più con questo me. Non intendo quello da cui vari maestri hanno cercato di liberarci più o meno onestamente, non intendo cioè l’ego e i suoi mille egoismi. Intendo la mia profonda identità. Le mie risorse più vere. I miei talenti, se vogliamo chiamarli così. Lasciare il mio sguardo significa lasciare la mia cultura, le mie risorse, la mia storia. Che mi hanno fatto da culla ma che mi hanno anche tenuto all’interno di un’esperienza di separazione. Il mio modo è anche il mio mondo. E siccome questo vale per tutti, i mondi sono tanti quanti sono i modi.

Alla fine, tocchiamo il punto di non ritorno oltre il quale nessuna relazione sembra più possibile. Da un certo punto di vista la cosa è anche liberante. Se accetto di non poter sentire il tuo sentire, accetto di non possederti, di non poterti giudicare, di non poterti “sapere” a memoria. Accetto di non poter essere nemmeno sicuro che tu ci sia e accetto che in ogni caso tu non sia come io ti vedo.

Per recuperare una relazione con te devo scendere ancora più giù, in un piano basico e primordiale che viene prima di quello che penso, che credo, che mi piace o che non mi piace. Prima di tutto quello che sento nella vita, c’è la vita che sento. Posso stare con quella, all’interno della quale ci sei tu, di cui non so niente. Non so cosa pensi nemmeno quando me lo spieghi perché posso capire un concetto ma non comprendere una visione, la sua visceralità, la sua necessità, il suo dolore.

Posso sentire il tuo sentire, anche senza arrivare a diventarlo. Sapendo di non saperti. Posso sentire come ti fa sentire quello che faccio o dico. E giocando di sponda, nel mistero abbagliante delle differenze, muovermi per mandarti segnali d’amore. Per tentativi ed errori. Come fa la natura, come si regola l’evoluzione. Tentativi ed errori.

Anche nel più grande degli amori, tu rimani l’inarrivabile diversità, la prospettiva che non vedrò mai, il sentire che non coglierò. Amarti è volerti raggiungere dove ti trovi senza paura di perdermi e di non tornare più indietro, perché nel raggiungere qualcuno non c’è perdita di quel che sono, ma crescita di quel che sono in quel che saremo. Tu sei la mia insufficienza, il mio bisogno di altro da me.

Anche andare va bene, quando è il tempo. Quando il giro dell’io è compiuto e cominciamo a non farcene più granché del nostro sguardo. Quando sentiamo di essere stanchi dei nostri occhi delle nostre parole e delle nostre idee. Delle risposte che diamo perché noi diamo quelle risposte, anche se non è più vero che pensiamo così, che sentiamo così. Quando succede questo, significa che stiamo andando via, fuori dai nostri confini, dove trovare qualcosa di più vicino a noi stessi.

 

Quando perdi un amico

Quando un amico muore, ruota il mondo.

Anche se nei tuoi pensieri già da qualche anno ti stai preparando ad andare, non sei mai pronto al fatto che un altro se ne vada. Uno che non aveva l’età per farlo – perché nel tuo mondo immaginario che dai per reale e concreto, c’è un’età “giusta” per morire – uno che non avvisa e che soprattutto non ti chiede il permesso.

Quando un amico se ne va, perdi questo tipo di idea della vita e di te. Vieni risvegliato a cazzotti dall’illusione di decidere le cose che succedono e ti rendi conto che sei fra le cose che succedono. Passi dall’idea di sostenere la tua opinione a chiederti se hai veramente capito, dall’idea di poter agire come credi alla domanda sul perché credi che bisogna agire in quel modo, dalla determinazione nel dire quello che pensi allo sgomento del pensare a quello che dici.

In poche parole passi dalla tua vita alla vita che è per te ma che non è tua. Non lo è mai stata, nemmeno nell’eternità dei vent’anni. Un’avventura complessa nella quale gli incontri, gli affetti e gli amori ti sono dati già incisi in un tempo chiuso. Lo sai ma giochi a ignorarlo. E quando il tempo si chiude capisci che proprio la morte mette il sigillo dell’unicità su un’amicizia.

Quando muore un amico impari a raccattare anche le briciole delle cose che vi siete detti, il suono della sua risata, l’ironia silenziosa dei suoi sguardi. E incassi il duro colpo di un discorso interrotto a metà. Siamo cercatori di significati e vogliamo chiudere il cerchio. Tirare la riga, dirci ciao e fare sintesi di ogni amore. A volte non va così.

Non decidi tu. Non scegli tu che dolore incontrare, quando incontrarlo, per quanto tempo sentirlo. Non scegli tu nemmeno di chi innamorarti, che se si riuscisse a non farlo mai sai quanti dolori di meno.

Scrostato dell’illusione di una vita che possiedi, che decidi e che non finirà mai, sbarchi sulla soglia della realtà e ne vedi barlumi di lacerante bellezza. La totale gratuità delle cose fondamentali, il costo altissimo di quelle meno importanti. Il configurarsi dei significati secondo logiche per te inarrivabili, per cui è perfettamente compiuto un percorso che tu vedi solo troncato. La necessità buona con la quale ogni cosa avviene del tutto indipendentemente dal fatto che ti faccia piacere o no.

Alla fine, la morte di un amico è il momento in cui cominci a ricordarlo e forse il dolore ha questa funzione: aiutarci a portare nel cuore. Quando le persone non sono più davanti a noi, il loro posto è dentro di noi. Le portiamo in giro, gli parliamo senza più bisogno di mentire, di smussare, di dissimulare.

Una morte ci rimette al mondo come lo schiaffo buono di chi ci rianima se abbiamo perso i sensi. Dunque, Carletto. Non me lo aspettavo. E leggendo le tue ultime parole consapevoli della fine prossima, ci rivedo tutta la serenità e gli orizzonti che hai sempre dischiuso a chi ti stava vicino. A me adolescente citasti Gide, che ancora non conoscevo:
“Que ce soit l’important ne soit pas ce que tu regardes, mais ton égard”

Era l’inizio di un viaggio che oggi mi richiama ancora. Non è importante che io veda la tua morte, ma lo sguardo risvegliato e grato che anche tu mi hai insegnato.

Buon viaggio amico mio.
Al tempo, vienimi a prendere.

La velocità del suono (ovvero: perché ho smesso di pescare)

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I fichi lungo la sterminata ciclabile che congiunge Arma di Taggia a Ospedaletti sono maturi. Rimangono da prendere quelli più alti, dove non si arriva. Più bassi e a portata di mano ci sono i fichi d’india, che non sa prendere quasi nessuno e difatti trionfano di strafottenza e colori. Mentre cammino da solo una bici mi si avvicina alle spalle. Sento la voce dell’uomo che pedala: “...quando dici una cosa magari con rabbia…” Ora mi supera: è un uomo sui 40 anni con una bambina di non più di 10 accoccolata sul seggiolino posteriore. “…non sei proprio tu che la dici. Perché la rabbia non è la tua essenza. Difatti la rabbia ti passa ma tu ci sei ancora“…

La bici si allontana, io rimango indietro ma la mia mente salta in braccio alla bambina e arriva nel 1973. Ho 5 anni e sono sulla barca di Ianuzzo, il barcaiolo che ci porta a pescare al largo di Siracusa. “Il mare chiuso è“. Significa che non sai mai cosa ti darà. Decide lui, giochi in trasferta e il pesce nessuno lo conosce davvero.

Sono sugli scogli esterni di Porto Santo Stefano. È la Primavera del 1992. Ho i blue jeans e le scarpe da ginnastica bianche. È circa l’una di notte e sto decidendo di andare via perché fino a quel momento non ha abboccato quasi niente. A un tratto la canna fissata tra gli scogli si piega. Lentamente ma senza sosta e soprattutto senza accennare a fermarsi. La prendo e do una ferrata energica. È stato il primo e unico grongo della mia vita. Una lotta vera. Quando lo tiro fuori dall’acqua ho quasi paura. Alla fine in pratica è un serpente. È un predatore formidabile, ha la dentatura retroversa e la preda se vuole liberarsi non può che lasciargli in bocca una parte di sé. Una grossa goccia di sangue va sulle mie scarpe bianche e per tutto l’anno le tengo così. Nei momenti più diversi abbasso lo sguardo e ricordo il grongo.

È l’estate del 2004. Aspettiamo Francesca e di anni ne ho 36. Quando Giada fa il bagno, Samuele le mette una manina sulla pancia per proteggere la sorellina dal freddo dell’acqua. È notte, sono al Porto di Marina di Camerota. Dice male. Nessuno prende niente. Questione di correnti e di luna. Pare che dopo mezzanotte qualcosa di muoverà. Quando vado via sono quasi le due senza che nessuno abbia visto un’abboccata. Quella sera c’è una partita di calcio. La finale di qualche coppa estiva. Dagli yacht arrivano le voci e i clamori dei tifosi. In paese impazza uno spettacolo per bambini cui porto Samuele per più volte. Più tardi sciamano i ragazzi che passeggiano, poi si diradano. Infine gli yacht spengono le luci. Restiamo solo noi. I pescatori. Il mare è chiuso stanotte. Ma ascoltare Marina di Camerota addormentarsi pian piano e restituire al mare il suo potere silenzioso è come possedere un segreto.

Pescare per me è stato cercare sotto il mare chiuso di Ianuzzo. Sondarlo. Maree, stagioni, venti, correnti, fondali. È una questione di tattica, di istinto, di tecnica. Ore di solitudine, scuffie e uscite a vuoto che non si contano. Ma sei tu davanti al mare e lo interroghi. Lui parla con te e se lo ascolti ti parla di te.

Porto di Sanremo. Agosto 2003. Naturalmente notte. Una discreta nottata di cefali. Bruno è seduto a pochi metri da me. Bravo, pesca bene. Usa una bellissima canna, una bolognese di 6 metri. L’ho appena conosciuto. Ma i convenevoli tra pescatori notturni non esistono. Si parla a bassa voce perché c’è buio, è notte, si è intimi per forza. Sta lì tutte le sere ma non gli piace pescare. Rido, penso a una battuta. Invece no. Vive con una moglie che non sopporta più e d’estate c’è anche la suocera con loro. Diventa matto. E ha trovato un modo per uscire di casa la notte e dormire di giorno. Ma di pescare non glie ne frega niente.
– Come fai a essere così bravo se non ti interessa?
– Eh. Il tempo. Ci son delle donne… un altro gli spacca la testa. Io vengo qua.

Fine agosto 2014. Pomeriggio. Stiamo quasi chiudendo la casa per tornare a Milano ma c’è ancora mezzo pomeriggio a disposizione. Samuele mi chiede di andare a fare un ultimo bagno. Non ne ho la minima voglia, ci sono i bagagli a metà. Ma è l’ultimo, non posso pensare per tutto l’inverno di averglielo negato per pigrizia. Andiamo sotto una scogliera diversa dal solito. Vediamo tantissimi pesci. Poi a un metro e mezzo di profondità ci passa sotto il naso un polpo meraviglioso. Glie lo indico. Cacciamo la testa fuori dall’acqua.
– Oh, lo prendo. Questo è stupendo!
– Ma no, non prendiamolo. Guardiamolo.
Guardiamolo. Ma che ti dice il cervello?

Mi immergo e gli arrivo sopra. Lui danza fra i sassi del fondale. Gli faccio toc toc sulla testa con l’indice della mano destra. Non sembra neanche spaventato. Lo guardo da vicinissimo e non lo disturbo più.
Non mi passa quel giorno la voglia di pescare, ma il processo comincia lì. Inspiegabilmente. Non prendiamolo. Guardiamolo.
Io che smetto di pescare.
C’erano più possibilità di vedere la Apple cambiare logo con una pera.

Appena la bici si perde avanti a me, cerco verso riva se vedo pescare. E sì, naturalmente. C’è un po’ di mare e un tizio con una maglietta rossa fa spinning. Mi sorprende la distanza tra me e quello che vedo, perché oggi non potrei più prendere una canna in mano. Ancora non mi capacito di questo cambiamento avvenuto senza alcuna decisione dentro di me.

Alla fine sono quello che ha ucciso il grongo, quello che ascoltava Bruno o quello che ha giocato con il polpo e lo ha lasciato andare? Forse la risposta corre su quella bici: non sei niente di quello che provi, né di quello che fai, né di quello che pensi dato che tutte queste cose – come la rabbia – passano e tu ci sei anche dopo.

Tu sei quello che sei ora.
Grazie al grongo, a Bruno, a Marina di Camerota.
Grazie a tutti gli errori, che se ti trovi a ringraziarli forse erano semplicemente passi.

E la bambina come farà mai a nemmeno 10 anni a capire il discorso di suo padre sull’essenza?

Pensandoci, tra quando la corda vocale del padre ha vibrato e quando ha vibrato il timpano di sua figlia è passato del tempo. Non sentiamo le cose quando ci vengono dette, ma quando arrivano a noi. Questa distanza tra corda vocale e timpano può durare anni. Per esempio oggi capisco che “il mare chiuso è” significa per me la bellezza di accettarne la chiusura, di rispettarla, di amarla.

Il discorso sull’essenza arriverà ai timpani quando sarà il tempo.
Nessuna fretta.
La vita non è stupida, nessuna parola d’amore si perde.

La Penisola dei Famosi

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Devo questo titolo all’amico e grande attore Tommaso Ragno, che cito e ringrazio per la meravigliosa intuizione.

Dunque, pare che ci siamo. Cade questo Governo e si apre una prospettiva destrissima, mai tanto vicina alla dittatura da quando la dittatura c’era davvero.

Quasi tutto il mio ambiente è preoccupato perché quasi tutto il mio ambiente si dice di sinistra. Non faccio eccezione, quindi eccomi qua preoccupato come gli altri.

Nel nostro specifico ambiente – cinema e teatro – sento molto sarcasmo verso l’ignoranza del Popolo dei 5 Stelle e dei discepoli del Capitano. Sottoscrivo, alcune sono perle indimenticabili. Bene, ci abbiamo riso e anche adesso che erano al Governo non abbiamo smesso per un secondo di sentirci superiori. In media, culturalmente, è davvero così. Si tratta di una media, nessuno si offenda.

Ho letto con attenzione e prolungatamente i commenti dei tifosi di Salvini e Di Maio nelle più diverse occasioni di forum. Commenti Youtube, Facebook, in calce agli articoli sulle diverse testate on line. Perché mi ero reso conto che il mio sguardo era di commiserazione e di giudizio. D’altro canto che vuoi: congiuntivi sconosciuti, machismo come se piovesse (ma come fa una donna a votare Lega? Boh), insulto libero e sgrammaticato, ortografia creativa. Di tutto. Prima gli italiani ma senza l’italiano.
E la ferocia. La ferocia senza pari contro chi sta dall’altra parte, di qualunque parte si tratti.

Nel nostro ambiente si commentano molto l’incapacità degli italiani di affrontare discorsi complessi e il loro rifiuto della sfaccettatura. E così si rinforza anche il nostro senso di superiorità intellettuale. Ma comunque è vero: meglio una falsità comprensibile che una verità incomprensibile. La stampa lo sa.

In pratica Salvini aizza l’odio del popolo bue e noi come facciamo a dirozzare la gente in modo che capisca?

Forse è vero che Salvini aizza la gente, forse però non è solo questo. La sua azione determinante è stata quella di accoglierla. Ha sentito la sua paura, non l’ha giudicata, l’ha fatta sua e si è fatto braccio armato di quella paura. Ha ascoltato come stava la gente. In modo strategico, finalizzato e demagogico quanto si vuole, ma è quello che ha saputo fare. Ha usato le parole del popolo. Le tinte unite, le forme nette e chiare, le frasi brevi. L’indicativo compulsivo.

E la gente si è sentita accolta. Finalmente. Ora piangiamo, perché sentiamo che la gente non ha a disposizione una complessità di pensiero per rendersi conto dell’inganno.

Ma quando la gente – che noi chiamiamo pubblico – usciva di casa per andare al cinema, cosa trovava a livello italiano? O film per deficienti in vacanza a Natale, o film incomprensibili, astratti e inutilmente complicati. Non che non si producesse altro, ma quel pochissimo altro – talvolta meraviglioso – non è quasi mai arrivato alle sale e non è mai stato sostenuto davvero.

E in teatro? Ne so di meno, ma sono incappato in cose disarmanti anche ad altissimo livello. Come costi e come contenuti. Davvero pensiamo che sia per la gente normale un biglietto tipo da 35 euro per andare a vedere (invento ma non tanto) un Goldoni di 4 ore che riesce a essere complicato e noioso? Va benissimo eh, ogni passione ha diritto di cittadinanza, ma questa cosa è per il popolo?

Allora mi sento di dire che i porti li abbiamo chiusi prima noi. I porti della cultura, della mente, la possibilità per una persona che non ha potuto studiare di appassionarsi a Pirandello, a Kafka, di seguire una storia che lo introduca alla complessità dei rapporti umani attraverso un linguaggio per lui arrivabile. Questo lo abbiamo chiuso noi.

Sto generalizzando, lo ripeto alla nausea. Parliamo di clima generale.

Sul teatro e sul cinema italiani “impegnati” vorrei dire una cosa che sento molto. La prima volta che si parla di “avanguardie” nella Storia, avviene con Cicerone a proposito di Giulio Cesare. Ne parla come di uomini mandati in avanscoperta. Per vedere se la spedizione avrebbe potuto avere successo.

Le avanguardie spesso pagavano con la vita.
Non avevano nessun interesse al successo personale, non venivano promosse a chissà quali ranghi superiori.
Osservavano la realtà e avevano dietro di sé un popolo cui riferirla.
Oggi la parola avanguardia viene spesso usata per il teatro e per il cinema impegnati o, come si dice, di ricerca.
Vorrei capire meglio con quale pertinenza di merito.

Adesso il Capitano ha raccolto la gente che abbiamo lasciato in mare. Quelli che non abbiamo aiutato a vedere il futuro con storie semplici e comprensibili. Abbiamo scelto il cotè culturale o quello del successo facile. Nessuno dei due riguardava la gente.
Ma la gente, adesso, vota.
Di colpo ci  accorgiamo che c’è e che si sta presentando alla porta con la clava.

Credo che nella vita non sia mai tardi, anche se a questo giro pagheremo salatissimo – spero di sbagliarmi, lo spero tanto.
O facciamo uno scatto, o ci prendiamo carico di questo ruolo che gli artisti e i narratori hanno, di sviluppare la coscienza profonda della società, oppure preferirei non vedere più i sarcasmi da gente di sinistra superiore e sofisticata. Preferirei un silenzio siderale, almeno mi darebbe un senso di serietà.

Riapriamo innanzitutto i porti che abbiamo chiuso noi. Ascoltiamo la gente. Non la deridiamo. Non dormiamo finché non siamo certi di aver fatto di tutto perché la nostra storia sia comprensibile. Che senso ha fare quelli di sinistra e sbavare per andare a Venezia sul red carpet? Che senso ha dirsi teatro sociale a quelle cifre d’ingresso e con linguaggi di scena così inarrivabili?

In definitiva credo che dobbiamo lavorare per rompere questo assioma: che il linguaggio semplice possa essere usato solo per le sghignazzate e le banalità, mentre quello complesso serva per le cose alte. La semplicità è l’unica strada percorribile per molti. E può arrivare a vette altissime, non solo essere usata come fa il Capitano.

Detto questo, ritengo il linguaggio sofisticato e complesso un patrimonio conquistato dall’Umanità e pertanto lo ritengo sacro. Per chiarire: non sto dicendo di buttar via Wes Anderson che adoro.

Grazie a tutti quelli che raccontano storie con la gente, per la gente, insieme alla gente.
A tutti quelli che mi aiutano a capire ogni volta che i miei mezzi sono troppo ridotti per farlo.

L’illogica allegria dei Tre Jolie

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Una delle sfide più ardite che ho incontrato nel mio breve percorso di insegnante di cinema, è stato trasmettere ai ragazzi la fertilità del dolore nel racconto delle storie. Di solito si pensa che considerare il dolore significhi sviluppare storie drammatiche, mentre per un percorso brillante si crede meglio evitare e ripiegare su territori più consolidati e sicuri.

È un pensiero molto frequente, splendidamente smentito da Illogical Show dei Tre Jolie.

I Tre Jolie non spiazzano per la loro creatività, ma per la loro sincerità. Di giocolieri danzatori e danzattori ne abbiamo visti decine, ma di così connessi al nostro cuore ne abbiamo contati pochi.

Per quel poco che capisco di teatro, il bersaglio del loro lavoro non sono i luoghi comuni, ma i riti consapevoli e non consapevoli cui partecipiamo. La differenza è che i luoghi comuni si giudicano, i riti si agiscono. E il loro teatro è pieno di azioni. È un flusso ininterrotto di azioni fisiche.

Uno inizia a fare una cosa, un altro si accoda e il terzo fa lo stesso. Questo insieme di azioni non si sa perché sia nato, ma è nato. E lo si segue per un motivo molto semplice: sopravvivere nel gruppo. Questo è il dolore con cui ci mettono a contatto i Tre Jolie. La paura dell’abbandono. Di non andare bene per il giro in cui siamo o in cui vorremmo entrare. Di non essere “giusti” abbastanza per la vita come deve essere.

Per questo il lavoro dei Tre Jolie non è meramente comico. Non ti massacra di sghignazzate perché continuamente affiora il disagio di chi resta fuori dalla vita e fa di tutto per rientrarci. Ed è molto chiaro, nel loro teatro, che il prezzo da pagare per aderire con successo al gioco del mondo è rinunciare a se stessi.

Dì che non senti dolore anche se lo senti. Prova a cantare in coro anche se non sai le parole. Difendi l’indifendibile. Sostieni l’insostenibile. Cambia parere se conviene. Sii incongruente quanto basta per andare bene per qualunque evoluzione la storia possa prendere. Credi all’incredibile, che siano il Personal Trainer o la Raccolta Differenziata. Fottitene di quello che sei. Dimentica quello che ami. Se vuoi essere nel Trio hai scelto di appartenere alle forme, all’imponderabile, hai sposato l’estenuante fatica dell’andare bene sempre per tutto e per tutti.

Illogical Show coglie nel cuore la fabbrica dei miti nella quale tutti ci troviamo e per la quale in qualche misura lavoriamo. Perché non siamo più capaci di vivere qualcosa senza farne una religione, di sentire un’identità senza farne una bandiera, di parlare insieme senza sentirci dei “noi” contro degli “altri”. Viene smascherata la profonda e inconsapevole religiosità del nostro tempo. L’ossequio delle palestre, l’essere conformi persino all’ambiente teatrale che vaneggia di essere anticonformista. Rigidità, stilemi, credo assoluti degni della più fulgida Inquisizione.

Sotto lo splendore delle loro gag pulsa la solitudine del passerotto caduto fuori dal nido, che molto presto verrà predato, o schiacciato da qualcosa e smembrato da file di formiche. Non sono teneri, come ho sentito dire. Sono chiarissimi nel raccontarci le nostre paure più nere. E a dispetto di quel che dice il titolo, sono logici. Assolutamente logici.

L’ultima nota è quella che mi ha colpito di più. Perché il J’accuse contro il sistema è una cosa che alla mia età non posso più vedere. Ma qui siamo tutti perdonati. Riconosciuti nella nostra paura di morire, di scomparire, di essere separati e segregati. Qui siamo amati, compresi, sentiti in pancia come tutti parte dello stesso cammino in salita che è la vita.

Grazie Tre Jolie per questa promettente apertura. Mi avete connesso a me stesso con il sorriso. E dopo aver tanto detto che nasciamo da una ferita perché l’utero è una ferita, stasera ho pensato che è una ferita anche un sorriso che si apre.

Ancora per qualche giorno vi si trova qui:
https://www.elfo.org/stagioni/20182019/illogicalshow.html

E sono contento di poter incoraggiare la gente a venirvi a vedere.
In bocca al lupo ragazzi.

La struttura profonda della libertà

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Quando ero allievo della Paolo Grassi ero pieno di capelli e di idee sul teatro e sulla vita. Tra queste idee c’era quella che non esistessero testi teatrali giusti per me. L’unico modo per fare teatro sarebbe stato scrivermeli da solo. Una cosa che non ricordo è quale fosse la mia idea di umiltà. Ma se non la ricordo un motivo ci deve essere.

Molti anni dopo mi domando che cosa ci fosse che non andava in Shakespeare, per me. O in Cechov. O nel teatro americano naturalistico. O in Pinter. Tutte cose che negli anni successivi avrei amato infinitamente. Che cosa non avevo capito nella mia presunzione?

Credo la libertà. Non la loro di autori ma la mia di lettore. Volevo che i miei personaggi dicessero cose più mie, più moderne, più poetiche, più drammatiche. Non devo essere stato un allievo facile perché quando quel po’ di intelligenza che magari c’è in fondo al barile è sommersa da quintali di ego la storia diventa lunga.

Perciò grazie, cari insegnanti di allora.

Oggi che amo Cechov forse più di ogni altro autore – Shakespeare incluso – dirigo il mio risentimento verso il Fantasy. E dispiaccio ai ragazzi come ieri dispiacevo ai docenti. Sembra quasi di ferirli. Nel Fantasy ripongono una tale gioia, i loro occhioni si spalancano in orbite di stupore per i cagnoloni che volano con le orecchie, i mezzosangue che sono maghi però solo a metà però solo a volte, i morti che però non erano proprio morti morti morti ma solo un po’ morti però poi con un magicamento oplà siamo vivi. Più mi raccontano di boschi pieni di gnomi e fate più il piromane estivo si fa largo dentro di me.

Ho deciso che davanti ai ragazzi non farò più commenti lesivi del genere, perché non si distruggono le passioni giovanili – tanto più se si tiene a difendere le proprie senili. Lo farò solo con gli allievi. Ma tengo a spiegare il perché, dato che questo è il nostro tempo e queste sono le nostre storie.

Nella mente di un autore navigano infinite soluzioni per una scena. Alcune sono fantasiose, altre intuitive, altre poetiche o drammatiche. E poi ce ne sono di semplicemente logiche. Non ce ne sono di “giuste”, ma ce ne sono di organiche, credibili e funzionanti. Di “vere” dal punto di vista del personaggio e del racconto.

Non è detto che una soluzione logica sia di per sé una soluzione “vera”. Perché in assoluto ciò che è logico non è detto che sia “vero”. Ma so che tra tutte le possibili strade, quella “vera” la troverò tra quelle logiche. In altre parole: una scena che funziona può essere fantasiosa, poetica, eccentrica e spiazzante, ma funzionerà solo se sarà anche logica.

Prima di sentirci morire – perché di questo passo aboliremo la creatività e non si potrà più inventare niente – possiamo provare ad applicare questo principio a noi stessi e possiamo ricordarci che i personaggi che ci convincono sono quelli che troviamo congruenti al nostro modo di sentire/pensare/agire.

Ogni personaggio parte da un setup iniziale di circostanze interne ed esterne. Chi è, dove vive, quanti anni ha, cosa fa nella vita…. ma anche cultura, carattere, traumi, desideri, bisogni…. Da questa base complessa e mai del tutto sondabile, il personaggio si trova a desiderare e ad agire. Non lo fa a partire da una zona asettica e senza influenze. Lo fa dal centro del suo inferno personale. E ogni azione che compie è la cosa più logica secondo il suo sistema cognitivo e secondo il suo mondo affettivo. Non può fare stranezze. Ciò che può rendere eccentrica una sua scelta non è altro che il carattere estremo del suo setup interno ed esterno. A partire da premesse folli, andando per logica si avranno cose folli. Se scriviamo realistico – ma non solo – è nel mantenimento di questa catena logica che il nostro personaggio troverà una spina dorsale, uno spessore vero e una verosimiglianza autentica.

Lo so, il problema è la libertà. Quella del personaggio e quella dell’autore. Se tutto è una catena logica a partire da premesse specifiche, dove sta lo spazio per la scrittura, per l’arte e per l’imprevedibilità della vita?

Giusto, ma se parliamo di libertà, di cosa parliamo? La libertà alla fine è libertà di poter dire o fare la cosa che ci sembra migliore. Se ci viene negata proveremo con la seconda in graduatoria, perché è una scelta logica. Se no la terza, la quarta… fino a non poter fare proprio nulla, che è la logica conseguenza dell’essere impediti in tutto. Far fare a un personaggio una cosa strana semplicemente perché è originale è proprio di un autore per niente libero dal proprio ego e di un personaggio ancora più schiavo di chi lo mette al mondo.

Siamo economici, strategici, calcolatori. Vivere ci piace da morire. Non faremmo mai una mossa che non fosse inquadrata in una strategia. Sì, nemmeno quando commettiamo ingenuità ed errori catastrofici. Non ci sono gli errori. Sono scelte ponderate secondo le carte che avevamo in mano e quindi logiche secondo quella visione miope. Dato l’errore di inquadramento del problema, ecco l’errore dell’azione conseguente. Logico non significa necessariamente vincente. Logico è solo logico.

Per questo non amo il Fantasy, ma nemmeno gran parte delle storie che scriviamo. I personaggi troppo spesso compiono le azioni che piacciono al pubblico o all’editore o al regista invece di quelle che compirebbero davvero se potessero scegliere.

Per me è stato un lungo cammino cogliere la libertà che avrei potuto sperimentare da giovane nei testi di Cechov e di tutti gli altri. Preferivo scrivermi i miei perché pensavo che essere libero significasse poter scrivere quello che volevo. Oggi ringrazio il tempo e le musate contro i muri. Oggi credo che l’ordine sia la struttura più vera e profonda della libertà.

 

Wildlife, di Paul Dano – Anatomia di una famiglia in 100 secondi

Condivido qualche appunto sul primo film di Paul Dano, con l’intento di farne poi una versione più ampia in video. E’ uno dei film principali del mio nuovo workshop, un film che ho molto amato.

Con la solita premessa che di semplice punto di vista si tratta, che i film non sono fatti per essere “capiti” nel loro messaggio ma per essere attraversati nell’esperienza e che quindi ogni analisi onesta può solo rappresentare se stessa. L’analisi filmica per me è solo il diario di viaggio di uno che si avventura in un film.

Premesso questo, partiamo.

1.Papà lancia palla

Wildlife apre in sezione aurea. L’albero sul terzo di destra dell’inquadratura e la “conchiglia” a girare formata dalle fronde, la casa nel grembo e padre e figlio nel grembo della casa. Una meravigliosa ostrica che sa di infanzia, di orgine, di culla. Il padre lancia la palla al figlio e inizia con lui un’amorevole sfida. La luce del tardo pomeriggio, l’auto che intravediamo parcheggiata davanti alla villetta di fronte. Tutto è nella pace.

 

2.Papà acchiappa figlio

Siamo ancora nella prima inquadratura, ma i due sono finiti a destra macchina, nello spiraglio oltre l’albero. Chi era centrale si è decentrato, chi era vicino si è allontanato. Albero e casa rimangono immobili nella fissità della mdp. Comincia a delinearsi, dopo pochi secondi, uno degli elementi portanti del film: il rumore di tutto ciò che passa e il silenzio di ciò che rimane.

 

3. Albero e casa rimasti soli

Siamo ancora nella prima inquadratura e la mdp è sempre fissa. I due sono corsi dietro la casa proseguendo la loro sfida. Rimaniamo in attesa, contempliamo solo albero e casa. Natura e Cultura. Passano gli uomini ma albero e casa rimangono. Natura e Cultura di tutti e di sempre. Della nostra partita non resterà nulla. Delle nostre risate, delle nostre serate. Sparirà tutto rotolando prima ai margini e poi nel passato. Questo mondo che rimane impassibile anche oltre il nostro sparire, che osserva il nostro trascorrere, che non ha mai creduto che saremmo durati più di tanto, è un richiamo alla nostra coscienza silenziosa e profonda. A quella parte inascoltata di noi che queste cose le sa perfettamente. E’ sera del resto, adesso questa luce inclinata sembra trovare un suo senso.

 

4. Papà vince sfida

Ma qui, all’improvviso, comincia il film. La mdp è ancora ferma e i due rientrano da destra, di ritorno dalla loro corsa. Perché vale la pena seguire questa storia? Perché è la storia di un padre che vuole vincere anche con suo figlio. E’ il primo segno di inversione rispetto a tutto quello che di consolidato abbiamo visto. Albero Casa Padri e Figli. Ma qui il padre annienta il figlio. E’ la provocazione di partenza da cui la narrazione prende l’avvio.

 

5. A pranzo Tesoro dov''è il coltello

Siamo in cucina. L’altro luogo centrale della vita, dove si mangia e si parla. Tutta la scena è sui toni dell’ocra e del marrone. Svettano a sinistra la maglietta turchese di Jerry e in basso a destra – purtroppo non visibile in questa immagine compressa ma molto evidente nel film – il ventilatore. Maglietta e ventilatore si chiamano cromaticamente e racchiudono tutta la scena. Una delizia per gli occhi, che sentono il bisogno di aria di Jerry rispetto a moglie e figlio. Va spazzato via tutto ciò che sta fra lui e il ventilatore. Tutta la sua vita attuale.

Eppure sono appena arrivati in questa casa. Jerry non sa nemmeno dove siano i coltelli. Alla seconda inquadratura ci è già chiarissima la sua inquietudine profonda. Vince con il figlio, sta al margine dell’inquadratura ed è connesso al ventilatore.

 

6. Jeannette aiuta Joe con i compiti

Siamo in soggiorno. Jerry ascolta la partita alla radio con una birra in mano e un’altra sul tavolino. Jeannette aiuta Joe con i compiti. Sono due colonne. A sinistra madre, figlio e compiti, a destra Jerry, birra e maglietta turchese. Jerry è fuori fuoco. Insomma, spazio colore e presenza diversi. L’elemento sottile di questa inquadratura è la seconda bottiglia di birra, quella sul tavolino. Perché oltre a dividere i due settori, ci racconta il progetto di Jerry per la serata. Ha intenzione di restare lì a lungo.

Questa diversità di spazi è anche una divergenza di sentire. Jeannette è attiva, fa di tutto per aiutare un figlio che – nelle sfumature qui non analizzabili ma molto chiare nel flusso – non ha nemmeno bisogno di essere aiutato. E’ la parte di noi che si sbatte, che fa un sacco di cose per realizzare o per mantenere la vita che vogliamo. Indipendentemente dal bisogno che c’è di quel fare.

Jerry è altrove. L’abbiamo visto giocare e vincere, poi fremere a tavola e adesso bere birra e ascoltare la partita. Si profila come libro fuori scaffale, come adolescente in un corpo adulto, come padre mancato, come secondo figlio di Jeannette.

 

7.Jeannette chiede aiuto a Jerry che beve birra

Jeannette è andata in cucina a sparecchiare. Joe lavora ai compiti, Jerry beve. Jeannette gli chiede di aiutarla. Cominciamo a osservare il giovane Joe. Mentre studia lancia un’occhiata alla madre. E’ un acting molto preciso: non ci dice ascolto, ci dice allarme. Il sentire di Joe è su un livello molto più alto e profondo, lui sa che la madre ha bisogno. Sente la sua fatica, il suo darsi da fare. Jerry invece è davvero fuori fuoco e ha bisogno di essere chiamato per rendersi utile. Non sente il sentire di Jeannette. Qui cominciamo a cogliere chi agisce come uomo di casa e chi come adolescente.

Dano sta muovendo pochissimo i volumi e mai la camera per ora. Si muovono gli attori. Uno shooting terribilmente economico per il quale non è necessario avere un alto budget ma un alto pensiero.

 

9.Jerry aiuta Jeannette in cucina

E certo. Jerry ci va. Lascia la bottiglia sul tavolo della cucina e si mette a giocare con Jeannette. E’ simpatico. E’ bello. Si capisce perché Jeannette si possa essere innamorata di lui. Non è un mostro violento. Si sa comportare. Ma in questo spazio è sempre più incastrato da cose più grandi di lui. E confonde una precisa richiesta di aiuto di Jeannette con qualche momento piacevole passato con lei. Non ha bisogno di giocare, ha bisogno di essere aiutata. Ma siamo proprio all’inizio e gli equilibri reggono ancora. Ora Jerry è piacevole, ma è già una macchia turchese isolata – sezionato dal muretto, dal frigo. Nel frattempo la radio continua a raccontare la partita.

 

10.Joe rimane a guardarli

E Joe sorride. La matita tenuta in quel modo ci dice che per un momento smette di studiare e li guarda. Sorride ma i suoi occhi guardano lontano. Oltre la mamma e il papà. Joe controlla la situazione. Teme la frattura, la frana. Non c’è bisogno che la gente si picchi per cogliere il pericolo. E questo film ruota attorno alla prevenzione degli incendi.

Ricapitoliamo. Che cosa ha fissato Paul Dano in questi 100 secondi di film?

Ha rifatto la prima scena. Allo stesso modo in cui la casa e l’albero rimanevano fissi in silenzio anche dopo il passaggio di Jerry e di Joe, Joe resta fermo anche dopo l’uscita di campo di padre e di madre. La mdp inchiodata rende questa indicazione chiarissima.

Joe è l’albero di questa casa e di questa famiglia. E’ la radice. E’ il sentire più antico ed evoluto. E’ quel che rimane uguale mentre tutto cambia. E’ il senso sempre presente nel tutto che sembra trascorrere. E’ l’amore silenzioso che compatisce lo sbattersi degli uomini e delle donne nel mare dei desideri e delle angosce.

Un’anatomia familiare perfetta, con pochissime inquadrature e tutte fisse.
E’ il magnifico inizio di un film acuto e potente.

 

 

 

 

 

Before I fall – DAY 7, Parte II -Tutto è compiuto.

Alla fine, si va via per sempre.

Si esce dal tempo, dal corpo, dalle relazioni. Dalle nostre idee sulla vita, dalla nostra cultura. La cosa ci spaventa oltremodo difatti non ne parliamo. Eppure è lì, davanti a noi. Nemmeno troppo lontana.

Non accettiamo l’interruzione perché non accettiamo le stelle senza configurarle in costellazioni. Senza dargli significati compiuti, magari immaginari ma comunque compiuti.

Samantha ci porta in questa ultima virata a compiere un significato. Per niente facile da comprendere a dispetto della sua semplicità.

E’ che l’amore è una forma particolare di conoscenza. Non lo si capisce nel senso del contenere in noi una qualche nuova idea come un secchio può contenere l’acqua.

L’amore non è qualcosa che si possiede. E’ qualcosa che si diventa.

Grazie a chi ha seguito fin qui e anche a chi ha mollato. Facciamo diventare il mondo un luogo in cui le idee sono di tutti e le usiamo per capire insieme.

Before I Fall, Giorno 7, Finale.

https://vimeo.com/331251353

 

Before I Fall – Day 7, Parte I – Gli eroi che non siamo

Siamo alla fine.

I fatti finiscono, la storia si compie. Come quella di ognuno di noi.

Narrativamente è una zona a rischio: i violini sbrodolano, le battute si fanno epiche, viene inserito il magone automatico.

E’ così che Samantha si sofferma a ringraziare la pioggia che le cade sul viso. Classico esempio di romanticismo ormonale.

Vero. Perché alla fine quale sarebbe un’idea non romantica della vita? La nostra, quella di chi sa che ogni giorno ci si alza, si lavora – nel migliore dei casi – si pagano tutti i desideri e le necessità, si corre dietro alle cose, finché – finalmente – l’avventura finisce.

Proprio quest’idea “concreta”, disincantata e spiccia della vita, è la più romantica. Con l’aggravante di esserlo inconsapevolmente.

Before I Fall, giorno 7. Prima parte.

https://vimeo.com/328577142

Casa Sollievo Bimbi e il palmo della mano

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Tengo la mano sulla spalla di Francesca mentre usciamo dalla fermata di Bonola. Davanti a noi cemento, alberi e gemme. Oltre i rami il muro rosso, nuovissimo, della Casa Sollievo Bimbi di Vidas. Con il palmo della mano sento la giacca di Francesca, la sbircio mentre camminiamo e le dico che ha la stessa proprietà di sua madre: cambia completamente cambiando vestito. Cambia energia, anima, identità. E’ la proprietà del mutaforme che rende così affascinanti alcune donne. Affascinanti e pericolose, perché hanno molti posti interiori da cui ti parlano e non sai mai da che parte del cuore ti ascoltano, ammesso che lo stiano facendo.

I metri di marciapiede che percorriamo per arrivare all’ingresso sono l’ultimo tratto di un racconto iniziato in casa nostra anni fa. L’idea, il progetto, il senso, gli errori, i malintesi, i successi, le spese… e alla fine il giorno della presentazione. Casa Sollievo Bimbi è un parto a tutti gli effetti. E noi stiamo andando a vedere il bambino.

Entriamo e sbarchiamo al quinto piano, dove è in corso la conferenza di presentazione. L’inevitabile diluvio di dati economici, metri quadrati e tempistiche. Poi comincia il giro guidato da Giada. Che indossa un cappellino rosso per farsi riconoscere dal gruppo. La madre di un mutaforme è mutaforme. Devo andare a lavorare e posso rimanere poco ancora. Non faccio in tempo a vedere tutto. Ma quello che vedo mi basta.

E’ come il varo di una nave. Tutti sorridono, immaginano, in qualche modo anche sognano. Poi bisognerà partire, senza più cocktail e champagne. E per quanto ben equipaggiati, nessun viaggio è sicuro. Tra tutte le cose che i relatori hanno raccontato di questa nuova Casa, nessuno ha detto: siamo capaci di affrontare il dolore di due genitori che perdono un figlio.

E forse proprio questa è la parte della Casa che ho amato di più: quella viva. La consapevolezza che la nostra accoglienza non può superare la lunghezza delle nostre braccia. Che l’unica cosa possibile è metterle per intero a disposizione. Che l’assurdo di un bambino che muore è troppo per tutti.

Assurdo significa: che suona male, detto senza saggezza. Questo è il posto in cui si accoglie la vita quando suona male, quando – come lamenta Erodoto a proposito della guerra – i padri seppelliscono i figli. Cosa c’è di assurdo in questo? Il fuori tempo. Il fatto che riteniamo che la vita dovrebbe costituire per tutti un’esperienza di una certa minima durata. Il fatto che attribuiamo all’infanzia la valenza di un inizio. Alla gioventù la caratteristica dell’energia: di che sollievo deve aver bisogno un giovane?

La malattia terminale non è interessata alle nostre attribuzioni di significati e di tempi e ce ne mostra l’evanescenza. In questo testa coda in cui muore un bambino, questa è Casa. La Casa è un luogo in cui si è accolti ma è anche il luogo da cui si parte per andare nel mondo. Forse la scommessa di questo nome che Vidas ha scelto sta nel tentativo di trasformare una vita che si interrompe senza senso in un percorso che si compie.

Francesca decide di restare in Vidas con la mamma. Torno da solo verso la metropolitana. Non ho più la sua spalla da toccare. Ecco cos’è. La mano che rimane vuota. Il palmo che era il calco della sua spalla. Chi si prende cura del palmo vuoto di un genitore? Tutta la mia vita è stata dedicata a fisicalizzare le emozioni, a cercare di capire che cosa fa il tuo corpo quando senti qualcosa. E non ci avevo mai pensato. Più che mille discorsi è quel vuoto. Siamo il calco l’uno dell’altro,  plasmati dalle reciproche forme. E per quanto mutaforme si possa essere, l’ultima forma che prendiamo è l’assenza.

Mi volto a guardare da fuori. Le luci nel frattempo si sono accese. Il transatlantico sembra pronto a partire. Non riesco a impedirmi di pensare che questa è la strada che faranno molti genitori che avranno lasciato un figlio là dentro. Sento il vento nella mano, piccoli soffi di primavera.

Buon viaggio Casa Sollievo Bimbi. Ci sarà mare.

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