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La Nigeriana

Nel primo pomeriggio scendo con Saphira. Facciamo un giro sotto casa, lungo il campo. Estrema periferia sud, a ridosso di un grande viale d’accesso alla città. Abbastanza aperto per il passaggio delle cicogne e dei germani. Qualche fagiano ogni tanto sbuca con voli brevi e tozzi dai cespugli di more e dagli alberi da frutto incolti. Prugni, meli selvatici, alianthus.

Molti di quegli alberi sono caduti e non sono mai stati sistemati. Uno ha continuato a vegetare e ogni anno fiorisce e lancia fronde dal basso. Un angolo di abbandono e degrado, dicono i condomini. A Saphira piace. Annusa tutto un universo prima di tornare sul divano.

In primavera gli alberi da frutto sparsi qua e là fioriscono insieme con una violenza cromatica che dopo un inverno mi stupisce sempre.

In mezzo al vialone ad alta velocità di scorrimento c’è un’aiuola e sull’aiuola c’è il gruppo delle nigeriane. Prostitute che vanno avanti e indietro tra le siepi. Nel controviale, dove passeggio con Saphira, arrivano i clienti. I più giovani hanno la mia età. Alcuni non diresti che potrebbero essere mai più interessati. Invece. Accostano e agganciano le nigeriane con uno sguardo. Le ho osservate spesso attraversare il vialone per arrivare alle macchine. Controllano la strada e attraversano con passi lenti, non si scompongono mai. Una camminata maestosa che non ha paura di niente.

Per arrivare al loro posto di lavoro passano sotto casa mia. Sciàmano, ciarlano, qualcuna ogni tanto grida un po’. Ridono. Tra loro ridono moltissimo. Vestono bene. Colori caldi e forti, nessuna volgarità particolare. Non ce n’è bisogno. Chi passa di qui sa cosa cerca e sa dove trovarlo.

Al di là del vialone ci sono gli orti e alcune capanne. Tre anni fa divampò un incendio. Mi trovavo lì proprio in quel momento. Scesi dalla macchina, c’erano altre tre o quattro persone. Un incendio che distrusse tutto, era un vero muro di fiamme. Ci domandammo se potesse esserci qualcuno dentro quelle fiamme, mentre stavano chiamando i vigili del fuoco. Davanti a me c’era lo stradone a due sensi. Rimasi bloccato, senza sapere cosa fare se non aspettare i soccorsi. Alla fine dentro non c’era nessuno.

Ma la domanda mi è rimasta sempre e non me la toglierò mai. So benissimo che là dentro sarei morto, ma se là dentro ci fossero stati i miei figli avrei fatto questo ragionamento? Porterò questa domanda con me perché ci sono fotogrammi che arrivano apposta a porti un limite e a mostrarti la tua incapacità di venire a capo della vita. Dieci anni fa ero in autostrada e incappai in un incidente. Era circa 100 metri avanti a me. Le macchine inchiodarono e così feci anch’io. Mentre stavo raggiungendo in frenata brusca l’auto davanti, vidi chi c’era dentro. Il padre guidava e la madre era seduta di fianco. Ai posti dietro, due bambini piccoli. Il padre si voltò in un lampo e ne prese uno per portarlo davanti e salvarlo dall’impatto imminente, poi fece lo stesso con l’altro.

Ecco. L’uno e l’altro. Chi dei due per primo? Quello che scegli in quel momento l’avrai scelto per sempre. E non basterà una vita a cercare il perché. Quando penso a quell’incendio penso a quel padre. Ci penso con un’amicizia viscerale, come a chi è messo davanti a un bivio e poi magari gli va bene ma nello stomaco non smetterà di chiedersi il motivo delle proprie scelte.

Sulla stessa strada dell’incendio, poche mattine fa, verso le 6 vedo un riccio con la testolina incastrata in un pezzo di tubo di ferro. Sbatteva piano da una parte e dall’altra, condannato. Chissà cosa stava cercando quando ci si è infilato dentro. Mi sono avvicinato piano con Saphira e delicatamente ho sfilato il tubo dalla sua testa. Si è rannicchiato in difesa, tutti gli aculei fuori. Mi sono allontanato e dopo qualche minuto ha risollevato la testolina, si è guardato intorno e ha ripreso la strada.

Esiste una mano che ci sfila la testa da ogni tipo di tubo, forse.

Nel frattempo ieri pomeriggio scendo per il solito giro e una delle nigeriane sta andando al lavoro. È qualche metro davanti a me e a Saphira. È alta, non bella. Ma cammina come una gazzella (devo rivedere le mie idee sulla bellezza). Passa sotto il prugno. Sotto quel prugno ci vanno un sacco di persone. Con sedie, scalette, sgabelli. Ho sempre pensato di non prendere quella frutta perché è così tanta la gente che ci va e molta di quella gente ha l’aspetto di chi la frutta quella volta è riuscita a non doverla comprare. Ne assaggiai una tre o quattro anni fa ed era meravigliosa, comunque.

Allora. Lei passa sotto il prugno e noi le siamo dietro. E all’improvviso, senza fermarsi, alza il braccio e ne strappa una tenendola tra l’indice e il medio. Non si ferma neanche, è un gesto solo, selvaggio e magnifico. Cammina, strappa e mangia. E con lo stesso passo attraversa il vialone e si mette sull’aiuola.

Ai miei occhi non c’è nulla come la bellezza involontaria delle donne. Quella non preparata, non allestita. E che ovviamente non si paga perché chi la sparge attorno a sé non sa di averla.
La bellezza non cercata dagli uomini.

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