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La velocità del suono (ovvero: perché ho smesso di pescare)

galleggianteeee

I fichi lungo la sterminata ciclabile che congiunge Arma di Taggia a Ospedaletti sono maturi. Rimangono da prendere quelli più alti, dove non si arriva. Più bassi e a portata di mano ci sono i fichi d’india, che non sa prendere quasi nessuno e difatti trionfano di strafottenza e colori. Mentre cammino da solo una bici mi si avvicina alle spalle. Sento la voce dell’uomo che pedala: “...quando dici una cosa magari con rabbia…” Ora mi supera: è un uomo sui 40 anni con una bambina di non più di 10 accoccolata sul seggiolino posteriore. “…non sei proprio tu che la dici. Perché la rabbia non è la tua essenza. Difatti la rabbia ti passa ma tu ci sei ancora“…

La bici si allontana, io rimango indietro ma la mia mente salta in braccio alla bambina e arriva nel 1973. Ho 5 anni e sono sulla barca di Ianuzzo, il barcaiolo che ci porta a pescare al largo di Siracusa. “Il mare chiuso è“. Significa che non sai mai cosa ti darà. Decide lui, giochi in trasferta e il pesce nessuno lo conosce davvero.

Sono sugli scogli esterni di Porto Santo Stefano. È la Primavera del 1992. Ho i blue jeans e le scarpe da ginnastica bianche. È circa l’una di notte e sto decidendo di andare via perché fino a quel momento non ha abboccato quasi niente. A un tratto la canna fissata tra gli scogli si piega. Lentamente ma senza sosta e soprattutto senza accennare a fermarsi. La prendo e do una ferrata energica. È stato il primo e unico grongo della mia vita. Una lotta vera. Quando lo tiro fuori dall’acqua ho quasi paura. Alla fine in pratica è un serpente. È un predatore formidabile, ha la dentatura retroversa e la preda se vuole liberarsi non può che lasciargli in bocca una parte di sé. Una grossa goccia di sangue va sulle mie scarpe bianche e per tutto l’anno le tengo così. Nei momenti più diversi abbasso lo sguardo e ricordo il grongo.

È l’estate del 2004. Aspettiamo Francesca e di anni ne ho 36. Quando Giada fa il bagno, Samuele le mette una manina sulla pancia per proteggere la sorellina dal freddo dell’acqua. È notte, sono al Porto di Marina di Camerota. Dice male. Nessuno prende niente. Questione di correnti e di luna. Pare che dopo mezzanotte qualcosa di muoverà. Quando vado via sono quasi le due senza che nessuno abbia visto un’abboccata. Quella sera c’è una partita di calcio. La finale di qualche coppa estiva. Dagli yacht arrivano le voci e i clamori dei tifosi. In paese impazza uno spettacolo per bambini cui porto Samuele per più volte. Più tardi sciamano i ragazzi che passeggiano, poi si diradano. Infine gli yacht spengono le luci. Restiamo solo noi. I pescatori. Il mare è chiuso stanotte. Ma ascoltare Marina di Camerota addormentarsi pian piano e restituire al mare il suo potere silenzioso è come possedere un segreto.

Pescare per me è stato cercare sotto il mare chiuso di Ianuzzo. Sondarlo. Maree, stagioni, venti, correnti, fondali. È una questione di tattica, di istinto, di tecnica. Ore di solitudine, scuffie e uscite a vuoto che non si contano. Ma sei tu davanti al mare e lo interroghi. Lui parla con te e se lo ascolti ti parla di te.

Porto di Sanremo. Agosto 2003. Naturalmente notte. Una discreta nottata di cefali. Bruno è seduto a pochi metri da me. Bravo, pesca bene. Usa una bellissima canna, una bolognese di 6 metri. L’ho appena conosciuto. Ma i convenevoli tra pescatori notturni non esistono. Si parla a bassa voce perché c’è buio, è notte, si è intimi per forza. Sta lì tutte le sere ma non gli piace pescare. Rido, penso a una battuta. Invece no. Vive con una moglie che non sopporta più e d’estate c’è anche la suocera con loro. Diventa matto. E ha trovato un modo per uscire di casa la notte e dormire di giorno. Ma di pescare non glie ne frega niente.
– Come fai a essere così bravo se non ti interessa?
– Eh. Il tempo. Ci son delle donne… un altro gli spacca la testa. Io vengo qua.

Fine agosto 2014. Pomeriggio. Stiamo quasi chiudendo la casa per tornare a Milano ma c’è ancora mezzo pomeriggio a disposizione. Samuele mi chiede di andare a fare un ultimo bagno. Non ne ho la minima voglia, ci sono i bagagli a metà. Ma è l’ultimo, non posso pensare per tutto l’inverno di averglielo negato per pigrizia. Andiamo sotto una scogliera diversa dal solito. Vediamo tantissimi pesci. Poi a un metro e mezzo di profondità ci passa sotto il naso un polpo meraviglioso. Glie lo indico. Cacciamo la testa fuori dall’acqua.
– Oh, lo prendo. Questo è stupendo!
– Ma no, non prendiamolo. Guardiamolo.
Guardiamolo. Ma che ti dice il cervello?

Mi immergo e gli arrivo sopra. Lui danza fra i sassi del fondale. Gli faccio toc toc sulla testa con l’indice della mano destra. Non sembra neanche spaventato. Lo guardo da vicinissimo e non lo disturbo più.
Non mi passa quel giorno la voglia di pescare, ma il processo comincia lì. Inspiegabilmente. Non prendiamolo. Guardiamolo.
Io che smetto di pescare.
C’erano più possibilità di vedere la Apple cambiare logo con una pera.

Appena la bici si perde avanti a me, cerco verso riva se vedo pescare. E sì, naturalmente. C’è un po’ di mare e un tizio con una maglietta rossa fa spinning. Mi sorprende la distanza tra me e quello che vedo, perché oggi non potrei più prendere una canna in mano. Ancora non mi capacito di questo cambiamento avvenuto senza alcuna decisione dentro di me.

Alla fine sono quello che ha ucciso il grongo, quello che ascoltava Bruno o quello che ha giocato con il polpo e lo ha lasciato andare? Forse la risposta corre su quella bici: non sei niente di quello che provi, né di quello che fai, né di quello che pensi dato che tutte queste cose – come la rabbia – passano e tu ci sei anche dopo.

Tu sei quello che sei ora.
Grazie al grongo, a Bruno, a Marina di Camerota.
Grazie a tutti gli errori, che se ti trovi a ringraziarli forse erano semplicemente passi.

E la bambina come farà mai a nemmeno 10 anni a capire il discorso di suo padre sull’essenza?

Pensandoci, tra quando la corda vocale del padre ha vibrato e quando ha vibrato il timpano di sua figlia è passato del tempo. Non sentiamo le cose quando ci vengono dette, ma quando arrivano a noi. Questa distanza tra corda vocale e timpano può durare anni. Per esempio oggi capisco che “il mare chiuso è” significa per me la bellezza di accettarne la chiusura, di rispettarla, di amarla.

Il discorso sull’essenza arriverà ai timpani quando sarà il tempo.
Nessuna fretta.
La vita non è stupida, nessuna parola d’amore si perde.

3 comments on “La velocità del suono (ovvero: perché ho smesso di pescare)

  1. liz ha detto:

    Bravo.

    "Mi piace"

  2. Anna Scardovelli ha detto:

    Ciao Giovanni.
    Ci sei tutto intero dentro questo “racconto”. Diventerà un video?
    Baci

    "Mi piace"

  3. Diana ha detto:

    Finalmente parole che è formativo leggere

    "Mi piace"

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