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La struttura profonda della libertà

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Quando ero allievo della Paolo Grassi ero pieno di capelli e di idee sul teatro e sulla vita. Tra queste idee c’era quella che non esistessero testi teatrali giusti per me. L’unico modo per fare teatro sarebbe stato scrivermeli da solo. Una cosa che non ricordo è quale fosse la mia idea di umiltà. Ma se non la ricordo un motivo ci deve essere.

Molti anni dopo mi domando che cosa ci fosse che non andava in Shakespeare, per me. O in Cechov. O nel teatro americano naturalistico. O in Pinter. Tutte cose che negli anni successivi avrei amato infinitamente. Che cosa non avevo capito nella mia presunzione?

Credo la libertà. Non la loro di autori ma la mia di lettore. Volevo che i miei personaggi dicessero cose più mie, più moderne, più poetiche, più drammatiche. Non devo essere stato un allievo facile perché quando quel po’ di intelligenza che magari c’è in fondo al barile è sommersa da quintali di ego la storia diventa lunga.

Perciò grazie, cari insegnanti di allora.

Oggi che amo Cechov forse più di ogni altro autore – Shakespeare incluso – dirigo il mio risentimento verso il Fantasy. E dispiaccio ai ragazzi come ieri dispiacevo ai docenti. Sembra quasi di ferirli. Nel Fantasy ripongono una tale gioia, i loro occhioni si spalancano in orbite di stupore per i cagnoloni che volano con le orecchie, i mezzosangue che sono maghi però solo a metà però solo a volte, i morti che però non erano proprio morti morti morti ma solo un po’ morti però poi con un magicamento oplà siamo vivi. Più mi raccontano di boschi pieni di gnomi e fate più il piromane estivo si fa largo dentro di me.

Ho deciso che davanti ai ragazzi non farò più commenti lesivi del genere, perché non si distruggono le passioni giovanili – tanto più se si tiene a difendere le proprie senili. Lo farò solo con gli allievi. Ma tengo a spiegare il perché, dato che questo è il nostro tempo e queste sono le nostre storie.

Nella mente di un autore navigano infinite soluzioni per una scena. Alcune sono fantasiose, altre intuitive, altre poetiche o drammatiche. E poi ce ne sono di semplicemente logiche. Non ce ne sono di “giuste”, ma ce ne sono di organiche, credibili e funzionanti. Di “vere” dal punto di vista del personaggio e del racconto.

Non è detto che una soluzione logica sia di per sé una soluzione “vera”. Perché in assoluto ciò che è logico non è detto che sia “vero”. Ma so che tra tutte le possibili strade, quella “vera” la troverò tra quelle logiche. In altre parole: una scena che funziona può essere fantasiosa, poetica, eccentrica e spiazzante, ma funzionerà solo se sarà anche logica.

Prima di sentirci morire – perché di questo passo aboliremo la creatività e non si potrà più inventare niente – possiamo provare ad applicare questo principio a noi stessi e possiamo ricordarci che i personaggi che ci convincono sono quelli che troviamo congruenti al nostro modo di sentire/pensare/agire.

Ogni personaggio parte da un setup iniziale di circostanze interne ed esterne. Chi è, dove vive, quanti anni ha, cosa fa nella vita…. ma anche cultura, carattere, traumi, desideri, bisogni…. Da questa base complessa e mai del tutto sondabile, il personaggio si trova a desiderare e ad agire. Non lo fa a partire da una zona asettica e senza influenze. Lo fa dal centro del suo inferno personale. E ogni azione che compie è la cosa più logica secondo il suo sistema cognitivo e secondo il suo mondo affettivo. Non può fare stranezze. Ciò che può rendere eccentrica una sua scelta non è altro che il carattere estremo del suo setup interno ed esterno. A partire da premesse folli, andando per logica si avranno cose folli. Se scriviamo realistico – ma non solo – è nel mantenimento di questa catena logica che il nostro personaggio troverà una spina dorsale, uno spessore vero e una verosimiglianza autentica.

Lo so, il problema è la libertà. Quella del personaggio e quella dell’autore. Se tutto è una catena logica a partire da premesse specifiche, dove sta lo spazio per la scrittura, per l’arte e per l’imprevedibilità della vita?

Giusto, ma se parliamo di libertà, di cosa parliamo? La libertà alla fine è libertà di poter dire o fare la cosa che ci sembra migliore. Se ci viene negata proveremo con la seconda in graduatoria, perché è una scelta logica. Se no la terza, la quarta… fino a non poter fare proprio nulla, che è la logica conseguenza dell’essere impediti in tutto. Far fare a un personaggio una cosa strana semplicemente perché è originale è proprio di un autore per niente libero dal proprio ego e di un personaggio ancora più schiavo di chi lo mette al mondo.

Siamo economici, strategici, calcolatori. Vivere ci piace da morire. Non faremmo mai una mossa che non fosse inquadrata in una strategia. Sì, nemmeno quando commettiamo ingenuità ed errori catastrofici. Non ci sono gli errori. Sono scelte ponderate secondo le carte che avevamo in mano e quindi logiche secondo quella visione miope. Dato l’errore di inquadramento del problema, ecco l’errore dell’azione conseguente. Logico non significa necessariamente vincente. Logico è solo logico.

Per questo non amo il Fantasy, ma nemmeno gran parte delle storie che scriviamo. I personaggi troppo spesso compiono le azioni che piacciono al pubblico o all’editore o al regista invece di quelle che compirebbero davvero se potessero scegliere.

Per me è stato un lungo cammino cogliere la libertà che avrei potuto sperimentare da giovane nei testi di Cechov e di tutti gli altri. Preferivo scrivermi i miei perché pensavo che essere libero significasse poter scrivere quello che volevo. Oggi ringrazio il tempo e le musate contro i muri. Oggi credo che l’ordine sia la struttura più vera e profonda della libertà.

 

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