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Quando eravamo gocce

fienocadfc

Credo che ci sarà un prato a cui arriveremo nudi alla fine di molti passi. E usciti dal tempo avremo una marea di presente per poterci parlare di tutto.

Ad esempio del perché a un certo punto eravamo spariti senza spiegare. E lo faremo così, senza paura, perché non sarà per farci giustizia, quindi nessuno si sentirà ferito.

Oppure spiegheremo perché abbiamo detto quella cosa spietata e non vera. Ci scopriremo spettatori di questo tempo, platea comune di vincitori e vinti, di accusatori e offesi, di derubati e ladri che erano diventati ladri perché derubati anch’essi.

Riconosceremo le vittime e i carnefici che siamo stati nel rutilante replicarsi dello stesso equivoco, la danza dell’io e del non-io, l’illusione del vincere e perdere. Ci ricorderemo di quando eravamo gocce e abbiamo passato lo schizzo del nostro tempo a discutere e gareggiare prima di tornare semplicemente acqua, senza perdere nulla e anzi, tutto trovando di noi.

Potremo parlare della violenza delle vittime e della fragilità dei carnefici sapendo di essere stati insieme gli uni e gli altri. Lo faremo con verità perché saremo liberi dai generi, dai partiti, dalle fedi. Saremo quello che siamo sempre stati ma allora lo sapremo.

Poi ci saranno da spiegare i tradimenti. Quelli emersi e quelli mai scoperti. Con il dolore dei traditori e dei traditi che visto da fuori si chiama sempre paura del non amore. Magari ci sorprenderemo a scoprire che sono equidistanti e che nessuno dei nostri io stava da una parte sola.

Poi le violenze, le guerre, le stragi. Tutte catastrofi che ci superano. E di così tanto che abbiamo ritenuto che non fosse sensato intervenire. Allora forse guarderemo con tenerezza tutti questi generi di ragionamenti e ne coglieremo il senso, che è quello di giustificare la nostra indifferenza.

Un giorno guarderemo le gocce schizzare contro gli scogli e capiremo che la loro vera natura è l’onda da cui provengono e a cui ritornano. Ci sembrerà chiaro quello che possiamo osservare senza sosta sulla riva, cioè che grandezza, traiettoria e velocità delle gocce sono solo un momento in cui ogni minuscola parte dell’onda sperimenta se stessa.  Infinite volte, quante ne servono a ogni goccia per capire l’illusione ridicola dell’io e del mio.

Ma noi siamo qui, gocce nel momento del volo, nella fulgente illusione che ci spinge ad amarci e a odiarci sulla base di forme e traiettorie di quest’attimo. Siamo nati dall’impatto con lo scoglio e stiamo rimbalzando in archi spettacolari e convulsi prima di tornare al mare. Ci guardiamo stupiti, immemori della nostra vera appartenenza, ignari e quasi sempre disillusi del senso.

Vivere è difficile sia da comodi che da scomodi. Perciò stiamo facendo un buon lavoro. Forse nascere è stato un impatto terribile da cui la memoria ci difende oscurandosi. Ma è proprio questo l’attimo della bellezza. Quando riconosciamo in ogni goccia attorno a noi la stessa onda profonda da cui proveniamo. Né belli né brutti, né buoni né cattivi, né innamoramenti fulminanti né odi di parte. Siamo l’onda, che non si divide in noi e che non ci divide da lei, una coscienza sola che prende coscienza di se stessa. L’onda che è ugualmente presente nel criminale e nel santo, del tutto indifferente al loro modo di pensare e di agire.

Quando lo capiremo davvero, successo e insuccesso non avranno più senso, perché ci sarà chiaro che non eravamo qui per cambiare il mondo, ma per cambiare la nostra incoscienza in coscienza e che non ha la minima importanza se le cose ci riescono o no. Non abbiamo bisogno di un mondo pieno di gente a cui riescano le cose, abbiamo bisogno di gente che ama. Quando siamo portati da questo amore, poi, finisce che ci riescono anche le cose, semplicemente perché riescono all’onda. Siamo solo meravigliosi veicoli. Relax: non c’è niente da guidare, basta dire sì. Il resto è gratis.

E’ che abbiamo paura, non ci fidiamo e cerchiamo di guidare noi. Ma se mi guardo indietro posso percepire il profondo significato anche dei momenti che avrei evitato di più, quelli più dolorosi del mio viaggio. L’onda non sbaglia mai: ci scaraventa contro quel punto dello scoglio perché ha pensato per noi quel rimbalzo. La facilità o la difficoltà tanto difformi delle nostre vite – per quanto così laceranti, inaccettabili e stridenti – sono un aspetto secondario. Forse il disegno non è pescare la vita più piacevole ma uscire dalle categorie di piacevole e spiacevole. E anche se questa può sembrare una cosa stupida detta da chi ha avuto un’esistenza serena, in altre latitudini della Terra che rigurgitano sofferenza e dolore, questo è un approccio normale alla vita.

Ancora una cosa, perché quando parlo di paura il mio pensiero corre sempre alla pubblicità. Se solo riuscissimo a vedere la paura che la genera. Quella di non essere amati e quella di morire. Se solo cogliessimo l’inesistenza di ogni io e di ogni mio non compreremmo più nulla per essere amati, perché non c’è bisogno di comprare o di fare nulla al riguardo e nulla di quel che possiamo fare può avere il minimo effetto sull’amore. Non si fa un film per essere amati. Non si ha successo per essere amati. Non si fanno figli per essere amati. Non si copre nessuno di soldi per essere amati.
Per essere amati, si ama.

Un giorno mi sarà chiaro che questa realtà è già qui, davanti a me, nella natura delle cose che non so osservare. Un giorno mi convincerò che quel giorno è ogni giorno. E che ogni giorno è oggi.

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