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Steve Jobs – II Parte

Lo spirito d’amore di Joanna adesso è fuori campo e padre e figlio si scontrano duramente. In 40 minuti è impossibile riparare la funzione vocale. “Io sono la persona che può farlo, e non posso” chiude Andy. Il dio distopico è schiacciato dalla propria impotenza e la sua ira è tremenda, poiché proviene dall’umiliazione di non poter ottenere quello che vuole, dall’umiliazione di dover dipendere. Per questo oltre che distopico è dispotico. Siamo all’inizio del film e il personaggio è completamente inconsapevole di avere questo problema.

Adesso Danny Boyle gioca con l’altezza e il Macintosh guarda dall’alto i suoi atterriti creatori. Alle loro spalle inizia a entrare un po’ di gente, qualche giornalista accreditato.

E si pone il problema di non far capire a nessuno che le cose vanno male. È questo che interessa davvero a Steve: non il fatto che il Macintosh non funzioni a dovere, ma il fatto che la gente se ne accorgerà. Non ama la creatura ma teme il giudizio. Il tutto ha certamente un senso concreto a livello di trama, quindi in questo caso di marketing, ma ne ha uno anche a livello di significato profondo. Steve non è un Dio di Verità ma un dio di rappresentazione. E d’altra parte è anche un uomo di spettacolo sul palco di un teatro. È semplice: se siamo sinceri vogliamo che il consenso vada alla verità, se mentiamo vogliamo che il consenso vada a noi.

“Sorry, an error occurred”. È parola di Macintosh. Danny Boyle ci abbassa sotto il monitor. Siamo dominati da questa scritta replicata enorme sul fondo, fuori fuoco come l’ultimo orizzonte possibile e la sentiamo come un responso su di noi e sulla nostra vita. Non esiste che dio possa sbagliare e passare dall’errore è una tappa inevitabile per Steve se vuole raggiungere la sua vera forza. Per usare la propria forza bisogna conoscerla e Steve non la conosce perché è ancora nella fase infantile in cui ritiene che sia senza limiti.

La consapevolezza dei propri limiti è figlia dell’umiltà, ma è difficile arrivare all’umiltà senza passare dall’umiliazione. L’errore, se e quando riconosciuto, è l’occasione buona perché ci infligge l’umiliazione che quest’inquadratura rappresenta perfettamente. L’umiliazione è proprio questo: il nostro scontro con le cose che non vanno come vorremmo noi, come avevamo impostato, preteso, immaginato. Non siamo l’Alpha e l’Omega ma una delle infinite lettere che stanno nel mezzo. Le cose non ci obbediscono. La nostra volontà non è sufficiente per scrivere la Storia e la presunzione ci rende troppo deboli per scrivere anche solo la nostra, perché la presunzione ci toglie il contatto con la nostra vera forza e ci mette in contatto con una forza che è solo immaginaria. È questo che il presuntuoso fa: immagina. Ebbene sì, siamo nelle mani degli altri e ci vuole tutto un cammino per capire che non è necessariamente una cattiva notizia.

Joanna propone di tagliare la parte in cui il Macintosh dovrebbe dire ciao. “Sono 20 secondi su un totale di due ore. Tagliamolo e basta”. Joanna parla della funzione vocale, ma Danny Boyle va sulla figlia di Steve e sulla di lei madre. Queste parole, che Steve non vuol sentir pronunciare a proposito del Macintosh, le penserà anche senza dirle riguardo a queste due donne per un lungo tratto del film: gli errori si tagliano. Le relazioni su cui lavorare intensamente si amputano. È il modo del presuntuoso di rimanere nella storia di se stesso alla stregua di un dio che non sbaglia mai.

Il tempo stringe, bisogna prendere una decisione. Padre e madre avevano fatto una promessa, con un annuncio mediaticamente fortissimo: il Mac avrebbe salvato il mondo. Questa promessa non ha a che vedere con il lavoro vero, con quello che serve nel concreto per realizzare il Mac. Ha a che vedere con i deliri di onnipotenza. Riguarda il padre e la madre. Qui Boyle ha un colpo d’ala meraviglioso. Andy si accovaccia per allacciarsi una scarpa. È il gesto dei ragazzini. Che senso ha farlo ora, mentre è fermo in piedi che sta parlando di una cosa tanto seria e urgente?

Danny Boyle ha bisogno di lasciare sola la coppia originaria: padre e madre litigano sulle false promesse che hanno fatto. Ma l’unico che sa far funzionare le cose è quel ragazzino con le stringhe slacciate. Quello che non ha diritto di parlare.

Joanna sferra un colpo dialettico da KO. “Lo spot diceva che il Mac avrebbe salvato il mondo. Non annunciava che avrebbe detto ciao”. È un paradosso solo apparente che in realtà è una delle chiavi principali di questo film: dire ciao sembrerebbe più facile che salvare il mondo da una o da tutte le guerre. E invece le guerre si fanno proprio perché non ci diciamo ciao. È proprio la semplicità, la verità della relazione umana che può costruire la rete della vita. Quella per la quale se io sto male tu mi soccorri, perché soccorrendo me soccorri la rete, che è la vita alla quale entrambi apparteniamo. In conclusione è vero, doveva salvare il mondo e non dire ciao. Ma dire ciao è l’unico modo per salvare il mondo.

 

 

 

 

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