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Steve Jobs, di Danny Boyle – Appunti sui primi 60 secondi.

 

Mentre ancora scorrono i loghi iniziali della Legendary Pictures, l’audio di una storica intervista ci introduce al film. È il 1974, Arthur Clarke ci parla di come sarà il computer nel 2001 e non sbaglia praticamente niente.

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Questo inizio quasi da cinegiornale contiene in realtà la linea portante del film. Il giornalista incontra Clarke avendo portato con sé il proprio figlio. Sono tre generazioni: Clarke potrebbe essere il padre del giornalista, che è il padre del fanciullo. Clarke vede il futuro e lo descrive con una precisione quasi millimetrica. Chi ci avvisa del futuro è un profeta e il profeta parla per conto di Dio. Siamo già nel film.

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Boyle apre con un’inquadratura dall’alto delle poltrone di un teatro. Sono vuote, c’è silenzio. Questa è la sala parto nella quale nascerà il Nuovo Mondo, quello con il Macintosh 128k. E’ il mondo preparato per l’uomo prima che l’uomo ci entri. E quel che vediamo di questo mondo è già tutto un destino: posti a sedere. Spettatori.

Fuori dal teatro la calca della gente che aspetta, sempre dall’alto. È l’immagine di tutto un mondo che attende di entrare nel futuro, nella Storia. Nel tempo. E il tempo ci viene dato: è il 1984, dieci anni dopo l’intervista a Clarke. Steve Jobs sta per lanciare il Macintosh 128k. Tutta quella gente andrà a sedersi in quei posti vuoti. E capiamo di conseguenza quale ruolo avranno gli uomini nella creazione di questo mondo: quello di spettatori. Il protagonista è là dentro, dietro le quinte, un creatore potente, accentratore, che tutto il mondo anela a vedere e che più di ogni altra cosa invidia.

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La camera si fa più bassa e cominciamo ad entrare nel mondo. Quei posti tutti uguali preparati per l’Umanità e per la sua vita da spettatrice della propria esistenza anziché da protagonista di se stessa, sono in realtà riservati, prenotati, nominati. La lotta tra poveri non conosce confini e persino gli spettatori si dividono in caste.

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Le voci dei protagonisti in over sulle immagini configurano un problema: il Macintosh non dice “ciao”. C’è un errore di sistema. È il problema della nuova creatura e anche del suo creatore, dato che la creatura è fatta a sua immagine e somiglianza: non dice ciao. Tutto il mondo aspetta la rivelazione che porterà la rivoluzione nelle vite di tutti. Ma la creatura non saluta.

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E finalmente eccoci qui, davanti alla trinità che ha partorito la creatura: il padre Steve, il figlio Andy – l’ingegnere, colui che ha dato corpo alla visione del padre – e lo spirito d’amore di Joanna, quella che ama il padre Steve, che non è interessata al suo successo se non in quanto motivo di felicità per lui. Ma il suo è un amore che può poco, in questa trinità. È un amore visto di spalle, che non riesce a placare l’ira del padre per questa pecca. Steve vuole che la creatura sia perfetta, non ha alcuna comprensione per i limiti del figlio e della tecnica in generale. E comincia a configurarsi il disegno di Danny Boyle: presentarci un Anti – Dio. Steve è un Dio che crea al contrario. Che esige e non perdona.

“Ha troppe funzioni”, si lamenta Andy.

“Ieri sera funzionava. Anche la sera prima. E anche tre ore fa”. Steve davvero non si capacita, ma è interessante come questo creatore si fondi sul passato. Ha sempre funzionato, funzionerà sempre. È paradossale – e geniale – che il sommo creatore parli così, che colui che dovrebbe schiudere le porte del futuro sia così attaccato al passato, così miope sul presente e così tremebondo sul futuro immediato della presentazione del Macintosh.

“Ha troppe funzioni”, aveva detto Andy. Le svolge tutte ma non saluta. È quella cui davvero non arriva. La più difficile. La relazione umana.

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Lo scontro tra padre e figlio cresce e Danny Boyle ci porta in controcampo, dal basso. Il lavoro sulle altezze di camera è incessante: tra creatore e creature, tra potenza e limite, tra visioni divine e problemi concreti. Ora padre e figlio si stagliano di fronte a una trinità superiore: il Macintosh proiettato gigante e ai lati le proiezioni del leggio con il logo della mela morsicata.

“Correggi l’errore” intima Steve. Di che cosa si tratta in realtà? Di far salutare chi non saluta, di far parlare un muto. I muti li aveva fatti parlare Cristo e quella correzione dell’errore si chiamava miracolo. I miracoli avvenivano attraverso Cristo grazie alla forza d’amore del Padre. Ora tocca a Andy e non c’è nessuna forza sopra di lui che possa aiutarlo, perché qui siamo di fronte a un dio distopico, incapace di guarire, di cambiare persone e cose, incapace di dare ma bravissimo a esigere. Il padre chiede al figlio qualcosa che lui non saprebbe fare. Anzi, la esige come la si può esigere da un servo. E in effetti sembra più questa la loro dinamica, ma senza il servo Andy la visione del padrone Steve è inutile, com’è inutile ogni visione non realizzabile, ogni progetto che non potrà mai farsi storia. La differenza fra i servi e i padroni è che i servi servono e i padroni non servono. (segue)

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