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Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Attenzione spoiler)

fir9om

Sono tre manifesti.

Sui quali vengono scritte poche parole. Starebbero tutte su un manifesto solo e per Mildred che ne paga l’affitto sarebbe un’operazione più sensata. Invece i manifesti sono tre e sono a distanza di diversi metri l’uno dall’altro. Li si coglie nell’insieme solo percorrendo una strada. Sono, insomma, tre tempi della vita.

Raped while dying. Stuprata mentre moriva. Questo è il fatto. Il primo manifesto è il tempo dei fatti. Quando le cose sono capitate. Non c’è alcun soggetto, tipo A girl raped while dying. La presenza del soggetto ne farebbe un fatto personale, specifico. Invece questo stupro è sospeso sulle nostre vite e sui nostri destini. Qualunque donna può esserne la vittima e qualunque uomo l’autore. Qui si gioca la prima grossa questione: se siamo una comunità, nessun fatto è così privato da riguardare solo il diretto interessato.

Ma è importante anche la natura di questo fatto. Stuprata mentre moriva. Tutto il mondo maschile del basta che respiri precipita nel burrone del finché respira. L’Altro è un limone da spremere prima che ammuffisca, in una divaricazione irreversibile tra principio di piacere e principio di realtà.

Dopo i fatti, dobbiamo metabolizzare. Ci vogliono metri di strada. Giorni, mesi, anni. A volte non bastano nemmeno quelli che ci restano da vivere. Le persone che ci rimangono vicine dopo fatti tragici sono poche, pochissime. Sempre per la logica del limone da spremere: quando stiamo male non possiamo dare granché e spesso non siamo piacevoli. Così proseguiamo in solitudine, lungo una strada per la quale non passa mai nessuno, come quella dei tre manifesti. E dopo una serie di fasi arriva il momento in cui perdiamo la pazienza. E arriviamo al secondo manifesto della vita.

And still no arrests? E ancora nessun arresto? Abbiamo bisogno di un riscontro dalla vita. Possiamo perdere una figlia così senza che nessuno faccia niente per noi? Uno strazio tanto devastante non merita una risposta? Sono gli anni dell’attesa, della solitudine, del rancore e del dolore silenziosi. Finché la domanda viene fuori: ma non paga nessuno? Abbiamo bisogno di vedere in faccia il colpevole, è un diritto sacrosanto potersi confrontare con chi ci ha fatto così tanto male. Abbiamo perso una figlia e adesso anche la fiducia nelle istituzioni e nelle relazioni.

In questo deserto la vita prosegue, fino a chiedere spiegazioni gridando con l’ultima voce che ci rimane: How come, chief Willoughby? Siamo al terzo manifesto. E la parola che ci rimane è una sola: perché? Come è potuto accadere?

Mildred si rivolge al capo della polizia come ci si rivolgerebbe a un padre: tu non hai punito il colpevole, come mai? Questo è il battito più alto del film. Perché intercetta il nostro desiderio di giustizia ma anche il nostro aspettarci giustizia da qualcuno. Il nostro affidarci a un’autorità che in questo caso è il corpo di polizia.

Ma il corpo di polizia ha il cancro e pone fine alla propria vita sparandosi. Il corpo di polizia è malato, fragile. E la polizia è impotente. Non ci sono possibilità di risalire al colpevole, in nessun modo. I poliziotti sono uomini sui quali spesso si riversa la nostra fragilità di fronte al dolore: loro devono fare giustizia, esattamente come i medici devono guarirci sempre e comunque.

Conosciamo l’assenza di Dio e conosciamo anche la morte di Dio. Ma rimaniamo con questa domanda: perché il male non viene punito? L’unico a sbloccare qualcosa sulle indagini è Jason, il poliziotto scemo. Ma lo fa una volta uscito dal corpo di polizia. Cioè di fronte al male e al dolore non ci sono autorità competenti.

Dio si è sparato ma ha pagato un mese di affitto dei manifesti perché quelle domande rimanessero vive, perché finché vivono quelle domande nessuno si dimenticherà di lui. Il film che si declina sulla ferita dell’abbandono alza il suo tiro poetico. Su quella strada di dolore per la quale non passa nessuno, quei tre manifesti ora sono l’unica relazione che ci rimane oltre la morte: la memoria. Della ragazza e di Willoughby.

Viene fuori che il colpevole che Jason pensava di aver trovato vive in Idaho e non è il responsabile dello stupro della figlia di Mildred. Ma ha certamente stuprato. Mildred decide di farsi e di fare giustizia su di lui. Jason le chiede: “Vuoi compagnia?” – “Ma certo”, risponde lei.

E la strada continua verso l’Idaho, dove sta appunto lo stupratore di chissà chi. Finalmente si parte verso la vita. Si caricano in macchina i fucili. Ma Mildred e Jason non sono sicuri di voler portare a termine il loro progetto. Da quando qualcuno ci chiede se vogliamo compagnia, il terzo manifesto diventa un po’ più superabile. Non un Dio Poliziotto che ci faccia uscire dal dolore, ma un ex poliziotto abbastanza scemo che ci offra di stare con noi nel nostro dolore. Finalmente Mildred esce dal romanticismo del suo strazio, smette di considerarsi la donna pura che ha soltanto subìto e che ha diritto di rivendicare qualsiasi cosa per sempre e si lascia alle spalle l’ultimo manifesto. Confessa  il male che anche lei ha portato nel mondo – le ustioni sul viso di Jason – e smette di pretendere l’impretendibile. Così incontra un compagno di viaggio con cui condividere quel che non potrà essere mai più cancellato.

Il terzo manifesto è passato.

 

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