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La strada di casa

Salgo sull’autobus sbagliato e capisco troppo tardi che devo fare tutta un’altra strada per portare il mio corpo a casa. Perché rispetto al corpo, la mente e il cuore sono per altri percorsi, nel testo che sto leggendo sul mio kindle. La vita è periferia quando entriamo in un sogno. Reparti di bassa manovalanza del mio cervello si occupano di farmi prendere il 24 per recuperare la situazione. Quando mi siedo finalmente la mia storia d’amore con le parole che leggo continua.

Adesso però c’è un respiro quasi rantolante. Ah sì, è il vecchio seduto con badante due sedili più in là sull’altro lato del tram. Dev’essere pesante sentirlo tutto il giorno e ancor più pesante sapere di imporlo agli altri. Poveri entrambi, insomma: vecchio e badante. Ma questo amore per le parole che leggo che si fa distrarre da un respiro di anziano? Ne vogliamo parlare? Fragile amore alla prova dei fatti.

Fermata. Entra una signora più vecchia del tipo del respiro. Cammina praticamente piegata ad angolo retto.

-Posso sedermi?

Incongruente ai miei occhi, dato che i posti liberi sono moltissimi. Ma lei vuole sedersi lì, di fronte al suo sconosciuto coetaneo. Forse invece è congruente: se mi metto piegato così faccio fatica anche io ad andare alla sedia successiva. Il punto forse non è l’eros ma la stanchezza, il dolore fisico. Non vuole quel sedile perché è di fronte a quel signore ma semplicemente perché è il primo sedile libero. Quanti anni sono che lavoro sui personaggi? Ecco, troppo pochi. Sviluppo ancora pensieri da spettatore. Banali reazionari e superficiali. E insegno. Hai capito i danni.

– Certo che può! – la badante soccorre con la voce la camminata traballante della signora, che per sedersi ci mette una vita. Una vita. Mentre il tram riparte, si scuote, frena, sterza. E lei sta ancora completando l’operazione culo su sedile. Un’impresa epica che ormai ha completamente sequestrato i miei occhi e il mio cuore.

– Ecco. – fa lei quando è seduta – Ormai sono lenta.

L’anziano che non credevo potesse parlare invece prende la parola biascicandola al di là del suo respiro materico:

– Ogni cosa a suo tempo.

La signora non sorride ma lo punta con gli occhi.

-Eh sì. Ma ogni cosa a suo tempo sono passate tutte.

La verità è nuda e mette a nudo chi la guarda. Il vecchio ormai è preso.

-Io quando guidavo ero sempre il primo. Sempre il primo. E da quando ho smesso di guidare sono andato indietro, indietro. E adesso mi metto in fondo, sono sempre l’ultimo.

La signora sblocca la situazione con un colpo geniale. Se fosse una scena i ragazzi che lavorano con me saprebbero che è un delta. Gli prende le mani. Accidenti sì, gli prende le mani! E gli fa:

-Bravo. Bravo, sai?

Ma porca miseria. Ma porca miseria veramente. Questi sono oltre. Totalmente oltre. Oltre le paure, oltre l’educazione, oltre le maniere, oltre il buon senso. Mi ritrovo sommerso in un’ondata di presente che faccio fatica a sostenere. E mani nelle mani di lei, lui accetta il passaggio al tu e dice:
– Guarda. Dai 20 ai 50 è tutto di corsa. E’ tutta velocità. Poi dai 60 cominciamo ad invecchiare e cadiamo giù, giù, giù… sempre più rapidamente.

Lei tace un secondo poi dice:

– Che belle mani calde che hai.

E poi devo scendere. Sulle mani calde devo scendere.

Non ho sbagliato autobus. Ho seguito un percorso anche se non lo sapevo. Ero a casa ascoltando quei due, molto più profondamente e veramente di quando lo sono stato col corpo. La casa mi ha raggiunto sul mio percorso deragliato dalla distrazione. La casa è il presente quando sei connesso.

C’è una soglia di vicinanza con la morte, una distanza minima che viene infranta dall’età per cui sappiamo a un certo punto di essere per forza vicini ai saluti, che ci toglie ogni altra paura, forse.

Quest’estate una mattina molto presto sono andato all’Esselunga. Non c’era quasi nessuno. Una ragazza davanti a me all’unica cassa aperta. Sì, sembrava pensierosa ma non avrei detto così triste. Mentre il cassiere le passava i prodotti al lettore lei cominciò a piangere. Prima poco, poi sempre di più. Un pianto lunghissimo, silenzioso e disperato. Una bella ragazza, un mattino d’estate. Faceva a pugni. Io la guardavo e non tolglievo lo sguardo nemmeno quando lei guardava me. Sapevo di dover dire o fare qualcosa. Ma non sapevo cosa. Non lo sapevo. Miliardi di considerazioni silenziose. Hai quasi 50 anni e lei può averne 25. Non fare quello che ci prova per l’amor del cielo. Se le offri un caffè sei un falco, se le metti una mano sulla spalla è un femminicidio. Ma non c’è una donna qua in giro? Una serie di pensieri perdenti che servivano solo a paralizzare la vita che voleva solo avvenire.

Il cassiere era un bravo ragazzo, molto dolce, e le disse: “A me non piace vedere i clienti che piangono. Vuoi un caffè? Se posso fare qualcosa… Io la mattina voglio vedere i clienti contenti, preferisco la gente che sorride”.

Ci ha provato, naturalmente è andata male. La ragazza sembrava infastidita tipo ti prego non ti ci mettere pure tu. Lo ascoltavo e pensavo: bravo che almeno dici qualcosa, ma ti senti mentre parli? E’ un disastro, stai parlando di te e di quello che ti piace vedere la mattina!

In che incapacità siderale mi trovo con me stesso….

Invece questi due anziani sono lì. Una donna prende le mani di un uomo sconosciuto fra le sue e lo accarezza con la voce mentre lui parla del suo declino: che belle mani calde che hai.

Lui non ha parlato di che cosa avviene tra i 50 e i 60, mi dico. Dai 20 ai 50 è tutta velocità. Dai 60 tutto declino. Allora, ne ho quasi 49. Sono nell’ultima scheggia di velocità. Poi un decennio di boh. Poi il declino.

Tutto mi è presente mentre il tram attraversa Milano. Tutto è in questo momento.

Grazie.

2 comments on “La strada di casa

  1. adriana grippiolo ha detto:

    grazie, e così una mattina qualsiasi apro il pc em i enrra Milano in casa, vedo tutto attraverso le parole scritte, mi sembra perfino di entire il rumore del 23, soprattutto in curva.grazie Giovanni

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    1. giovanni ha detto:

      Grazie per il passaggio, Adriana.

      Mi piace

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