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RAI FICTION e la Tenerezza

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Al di là delle sacrosante ragioni del social-biasimo che si è abbattuto su RAI FICTION e sui suoi discutibili metodi per fare casting, l’occasione è molto propizia per alcune considerazioni di altro genere, cioè molto più limitatamente tecniche.

Una questione secondo me grave che si solleva con questo episodio è il principio di selezione degli attori. Sulla base di che cosa si fanno i casting in Italia?

Non è un problema se in una sceneggiatura c’è un personaggio disabile che ispira tenerezza. Le storie sono infinite e perché mai non dovrebbe esistere un personaggio così? Il problema non sta lì, sta nel come si sceglie un attore.

E’ giusto che il pubblico trovi tenero un micetto, o un bambino. Ma noi che raccontiamo storie dobbiamo sapere che in realtà non è il musetto in sé che ispira tenerezza o altro. E questo sembra un orizzonte semplicemente inesplorato dal cinema italiano e non ne parliamo dalla televisione.

A provocare le emozioni sono sempre le azioni. Anche quando sembra che non sia così.

Un micetto addormentato sul divano provoca tenerezza. Dove sta l’azione? Dentro di te che lo guardi. Guardi il suo musetto e ti vedi accarezzare, coccolare, baciare, strofinare. Non è quella voglia irresistibile di fargli queste cose che si muove nella tua pancia? Le azioni che ti immagini di compiere verso di lui. Come si chiama quando scriviamo le azioni che ci immaginiamo? Sceneggiatura. Senti il morbido sulla tua guancia quando strusci la sua testolina sul tuo viso. Senti il suo calore quando immergi le tue labbra fra le sue orecchie e lo baci. Insomma non è così difficile. Perché gli uomini si voltano quando passa una bella donna? Cosa immaginano? Non mi sembra così complicato. Azioni. Azioni. Azioni.

Ma dall’altra parte ci stanno altre azioni. Cioè: il musetto del micino mi fa tenerezza perché nella mia mente sorgono le azioni che gli vedo fare. Lo vedo ammazzare qualcuno? No. Lo vedo scivolare, inseguire, saltellare, ribaltarsi, azzuffarsi. Azioni. Quelle di me verso di lui e quelle di lui verso di me e verso il mondo.

Ora torniamo al nostro disabile che fa tenerezza.

Il personaggio disabile ci ispirerà quello che il suo corpo ci farà immaginare di fare a lui, con lui e per lui. E quello che il suo corpo ci farà immaginare che possa fare lui. Allora qui finalmente arrivo al punto: devo conoscere il personaggio per quello che è nella sua linea drammatica. Cosa vuole, di cosa ha bisogno, cosa fa per ottenerlo eccetera.

Se no cosa gli dirà il regista sul set?

Senti potresti fare l’occhio un pocolino più acciaccato? Un po’ di più? Ancora di più? Acciaccatino?

Che ci piaccia o no questo è il nostro cinema. Che ci piaccia o no questa è la nostra fiction. Dirigiamo gli attori come se fossimo il pubblico. Chiedendo agli attori l’effetto che desideriamo, non percorrendo con loro la strada profonda delle azioni che sorgono dai desideri e si modellano sugli ostacoli, che aderiscono alla vita e che quindi infine sì, toccano il pubblico nel cuore.

Che tristezza la prospettiva che un disabile, ma anche una bellissima donna, ma anche un formidabile performer di qualunque tipo, vengano diretti sul set chiedendo loro di sembrare in un certo modo, di farci sentire qualcosa o qualcos’altro. Che tristezza questo orizzonte di rinuncia a ogni livello di acting, di comprensione, di profondità e infine di bellezza.

Scorciatoie. Aggettivi. Trucchi. Peccato perché alla fine si vede. Peccato essere proprio noi il fanalino di coda, perché avremmo tutto per essere dei leader. Posso consigliare a chi non l’avesse visto, di guardare Io sono Mateusz, il film di Maciej Pieprzyca. Guardate la direzione dell’acting e l’acting stesso. Sono di livello stratosferico. La performance di Dawid Ogrodnik è da urlo. Sta nell’azione e nella presenza in ogni secondo senza mollare mai. Non è una questione solo di talento – che certo è necessario – ma anche e soprattutto di approccio.

Voglio essere corretto e dico che non ho la fortuna di conoscere Francesca Archibugi. Non so se davvero lei non sapesse di questa gaffe ma non è una cosa che mi riguardi. Magari lei con gli attori è bravissima e magari percorre strade del tutto diverse da quelle che ho imparato a percorrere io. Ma guarda caso certe cose succedono da noi. E’ tutta la logica che bisognerebbe cambiare. E se il circuito non cambia – e per ora non cambia – si può salutare il circuito. Scegliere una storia proporzionata ai propri mezzi. Scegliere compagni di viaggio veri per il tempo limitato di un viaggio. E girare come si può non derogando sulla recitazione e sulla verità delle storie. I festival italiani underground e quelli internazionali sono affamati di storie italiane che funzionino davvero. Quello che non si riesce a fare dall’alto, in Italia spesso si riesce a fare dal basso.

Possiamo lasciare RAI FICTION a tutte le sue forme di tenerezza e di audience. E molto poveramente, cominciare a fare cinema.

 

 

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