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Gli anni ’80 e la fine della matematica

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E’ la fine di maggio del 1987. Sono quasi le 8 del mattino. E’ tiepido e non c’è una nuvola. Sono fermo al semaforo sulla mia bicicletta azzurra. Sto per finire l’ultimo anno di liceo classico. Guardo il rosso e mi dico: scolpisci questo rosso e ricordalo. Sarà il tuo ancoraggio a questa mitica giornata.

La giornata è mitica perché vi si svolgerà l’ultima interrogazione di matematica della mia vita. Guardo la strada e penso che tra qualche ora, quando la rifarò al contrario, qualcosa della mia vita sarà finito per sempre. Quel semaforo ha funzionato e sento ancora la leggerezza di quei metri e di quelle curve fatte senza mani. Andavo a scuola in bici e rigorosamente senza mani. Se dovessi dire ai miei figli come ho vissuto gli anni ’80 sceglierei quella mattina. Gli anni ’80 li ho guidati senza mani, con le curve della strada favorevoli e nessun incidente possibile.

I quarantenni scuotevano la testa e ci parlavano di 20 anni prima, di quel ’68 di cui avremmo dovuto essergli grati in eterno. Oggi hanno tra i 65 e i 75 anni e sentendoli parlare a volte sembra che fino ad ora nessuna generazione sia più stata alla loro altezza.

Quando a Milano i ragazzi degli anni ’80 hanno creato il movimento dei trenta-quarantenni mi sembrava una cosa con un finale già scritto. Ma loro lo scrissero prima perché finì in un lampo. Nella mia esperienza di quel decennio – che ho vissuto tra i miei 12 e i miei 22 anni – una delle difficoltà più grandi era il rapporto con la realtà. Il mio caso specifico era aggravato dal fatto che gli anni ’80 per me si sono aperti con il Conservatorio e si sono chiusi con la Paolo Grassi. In mezzo il liceo classico. 10 anni di musica, letteratura e teatro. 10 anni nell’Eden dell’Innocente che sarebbero stati letali se non fossero stati seguiti dal precipizio degli anni ’90. Finalmente la realtà vista dall’Orfano.

Per un ragazzo che viveva in una famiglia numerosa e normalmente benestante, avere un’idea della realtà negli anni ’80 poteva essere un’impresa poco meno che disperata. In luogo della realtà c’erano le idee e le ideologie. Tra Cattolici e Comunisti tutto era estremamente teorico, quasi divertente. I giovani di Lotta Continua parlavano di Rivoluzione, quelli di Comunione e Liberazione parlavano di Rivelazione, in mezzo ai due schieramenti leggevo le poesie di Dino Campana e vedevo davanti a me i colli di Spagna svanire, nel verde dentro il crepuscolo d’oro, la bruna terra celando, come una melodia….

Non c’era modo che attecchisse in me un’ideologia. E nemmeno un’appartenenza a qualche gruppo religioso. Essere credente sì, purché in modo solitario, presuntuoso e mistico. Un po’ come dire: scusate, è tra me e Dio. Non vedo cosa c’entri il Papa. E comunque non ditemi cosa fare perché per me vale lo zero trasparente. Sì, non ero un giovane simpatico e probabilmente le cose non sono migliorate granché.

Sta di fatto che oggi ho un figlio di 15 anni. A colazione mi informa del mondo, soprattutto di economia e di politica. Adoro parlare con lui, perché se gli chiedo qualcosa che non so me la spiega senza giudicarmi. Però dentro di me faccio due conti e dico. Fine maggio 1987, fine liceo classico. Mi stampo nella mente quel semaforo per ricordarmi di quel giorno. Torno percettivamente a quel momento e a quel tempo e no, non avevo nulla della sua curiosità e della sua voglia di capire il mondo nel quale avrei poi dovuto giocare la mia partita.

La Borsa era un’astrazione, la fame nel mondo un senso di colpa per momenti romantici, la guerra una teoria, la mafia una cosa del Sud, le Brigate Rosse ah sì, quelle sì, ogni tanto affioravano più seriamente alla coscienza.  Quindi quando avevo l’età di Samuele non avevo la minima consapevolezza di quel che mi stava attorno, non ne parliamo rispetto a lui e ai suoi amici.

Questa evidenza mi porta ad alcune riflessioni. Rispetto alla generazione che ha fatto il ’68 sono più fortunato. Perché nei miei figli una generazione con qualità che la mia non aveva l’ho già trovata. Non so se saranno globalmente migliori e non mi interessano le classifiche. So che sono sul pezzo, sono svegli e curiosi e non abboccano così facilmente agli schieramenti di qualunque tipo. Forse hanno saputo sostituire un’identità costruita con gli aut aut a un’identità costruita con gli et et, accolgono le apparenti contraddizioni come parti diverse di un intero che funziona.

Credo che la nascita della società di massa abbia prodotto la nascita delle ideologie e dei totalitarismi. Oggi raccogliamo ancora i detriti di questo gigantesco equivoco, di ogni forma di totalitarismo, dal più ateo al più religioso. Quando avevo 20 anni le ideologie c’erano ancora ma erano una marea in scaduta e a Milano scorrevano fiumi di soldi e di aperitivi. E’ negli anni ’90 che succede qualcosa. Sono gli anni in cui Internet diventa reale e diffuso. E la conseguenza è stata iperbolica, perché è finita la società di massa ed è iniziata la società globale.

Oggi Samuele va in rete e impara la Primavera Araba. Internet ci ha spiegato che l’affare di uno è l’affare di tutti. I popoli con le potenti trasmigrazioni di questi anni ce lo stanno spiegando. Una guerra in Siria significa un cambiamento importante anche qui. Il mondo diventa sempre meno un luogo in cui portare la propria testimonianza nel senso cattolico o condurre la propria lotta in senso politico e sempre di più un gigantesco forum nel quale lanciare idee destinate a servire ad altre idee, in una collaborazione comune che pare sempre di più essere l’unica via di salvezza possibile.

Ideologie, integralismi e confini regionali rinforzati sono tutto ciò che si oppone a questo naturale andamento della storia. Perché mettiamocelo in testa: niente fermerà questa trasmigrazione di popoli e le forze politiche che promettono impegno in tal senso lavorano biecamente sulle paure della gente. Che piaccia o no l’Italia degli italiani non avrà più senso. Il mondo degli uomini sì, se ci riusciremo.

Sono passato molte altre volte da quel semaforo. Migliaia di volte in questi 30 anni. Ho attraversato la strada. Dentro di me i colli di Spagna di Campana continuano a balenare e alla fine sono diventati la mia vita, ma questi 30 anni mi sono serviti a capire che tutto quello che non ritorna al mondo, che non aiuta, che non muove amore, è semplicemente niente.

4 comments on “Gli anni ’80 e la fine della matematica

  1. giovanni ha detto:

    Grazie di cuore Roberta. Del tuo passaggio e delle tue parole.

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  2. Roberta ha detto:

    Sono nata nel 59.
    La meraviglia di questi anni, anche per la mia generazione (rimasta quasi sempre ai margini, tra invidia e sensi di colpa) é la possibilità di “avere un’idea della realtà” che ci ha regalato internet.
    Non siamo troppo vecchi per esserne respinti, ma neppure abbastanza giovani per rischiare di perderci.
    Per il mio cervello, stanco, che perde un pezzetto di memoria dopo l’altro e non ha mai avuto una vera visione di insieme, questa “cosa” di poter trovare risposte in pochi secondi é un miracolo vero…che apprezzi anche di più proprio perchè sei passato per percorsi molto più complessi, di cui, peraltro, conservi tracce irrinunciabili.
    Mi sono imbattuta per puro caso nelle tue parole. Ammetto colpevolmente che fino ad oggi non sapevo neppure chi fossi.
    E non sono del tutto d’accordo sulle idee che hai espresso.
    Nei mie figli io vedo anche tanto altro, talvolta difficile da gestire…perché quello che emerge dal “mondo degli uomini” non é sempre spiegabile o auspicabile (a volte neppure tollerabile, in realtà).
    Però sono rimasta completamente folgorata dalle tue parole, dalla limpidezza del tuo pensiero e dalla forma con cui lo porgi, semplicemente, arrivando dritto nel centro delle emozioni.
    Adesso che so “quasi” tutto di te vorrei venire ogni tanto a fare un giro da queste parti, se me lo permetti.
    Grazie, davvero!
    Roberta

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  3. elena ha detto:

    Il mondo diventa sempre di più un gigantesco forum nel quale lanciare idee destinate a servire ad altre idee… Le idee sono cosa bella, necessaria, ma secondo me le idee da sole restano sterili, secondo me servono opere conseguenti e queste opere possono essere luogo di collaborazione e di attuazione delle idee. Nel piccolo molti lo fanno; forse le generazioni future faranno meglio, anche i mezzi di oggi permettono di collegarsi meglio e di collaborare concretamente con chi ci si scambiano e condividono le idee. Ma il motore di tutto, come sempre e come tu dici, può essere solo l’amore che “muove”.

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  4. mauro ha detto:

    …non c’era modo che attecchisse in me un’ideologia….
    ….tutto quello che non ritorna al mondo, che non aiuta, che non muove amore, è semplicemente niente….
    grazie Giovanni!

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