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Il mio nome è Giovanni

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Qualche ora fa ho postato sulla mia pagina facebook il pensiero che sento, e cioè che non condivido il Je suis Charlie universale che si leva dal popolo dei social in queste ore. La cosa credo abbia generato qualche equivoco e la gravità del momento mi spinge a dire due parole di maggior chiarezza per esprimere il mio pensiero.

Molte persone mi hanno detto o scritto che sono stupite dal mio accanirmi su una questione che non posso non capire: è ovvio che nessuno è Charlie, ma si fa per dire che se ne condividono i contenuti, la lotta, gli intenti. Fare questioni di lana caprina su una cosa così grossa è davvero fuori luogo.

Ecco, il motivo per cui ho scritto che non sono Charlie è proprio perché penso che sia una questione fondamentale. Che sta alla radice della guerra. Sono giorni in cui ho sentito persone anche di grande intelligenza e certamente più preparate di me – non ci vuol molto – in questioni di politica estera e di storia, sostenere che non se ne può più dei fedeli e dei religiosi. Che dalla religione non provengono altro che guerre ed eccidi. Ho sentito mettere insieme e confondere ogni forma di fede e di spiritualità con il fanatismo. Soprattutto ho sentito confondere l’Islam con il fanatismo.

Che cosa vuol dire questo? Come possono persone così intelligenti dire cose così fuori dalla realtà? Come possono non vedere che queste sono le premesse del razzismo e della guerra?

La stessa superficialità di linguaggio – ma il linguaggio è pensiero e qui sta il punto – che ci fa confondere Islam e fanatismo, ci fa cambiare il nostro nome con quello di qualcun altro che ha fatto cose diverse dalle nostre, che ha vissuto una vita diversa dalla nostra e ha illuminato questo mondo con un coraggio diverso dal nostro. Non dico con un coraggio maggiore perché credo al percorso realmente eroico di molti di noi.

Tutto quel che accade attorno a me è la proiezione del panorama che ho dentro. Perciò io so che sono Charlie, che ho coraggio di combattere le mie battaglie, prendere i miei rischi, tenere la coerenza, alzare argini a fronte di quella che riconosco come ingiustizia. Ma so che non sono solo Charlie. Sono anche il ragazzo che ieri mattina ha compiuto quella strage. Lo sono ogni volta che con le parole o le azioni compio soprusi verso chiunque. Lo sono nella mia inconsapevolezza, per esempio quando inquino, quando compro vestiti cuciti da bambini che hanno la metà dell’età di Francesca, quando non faccio bene la raccolta differenziata preferendo la mia comodità del momento al futuro di un pianeta che sarà di altri e per altri.

Lo so. C’è una questione di misura e su questa si fonda un altro grosso equivoco. Un conto è buttare male la plastica, un conto è fare una strage. Vero. Un conto è avere coraggio per sostenere una posizione nel proprio posto di lavoro, per esempio, e un conto è avere la coerenza di Charlie e pagarla con la vita. Quindi come la mettiamo? Siamo Charlie anche se le nostre azioni coraggiose sono infinitesimali, ma non siamo il terrorista perché la nostra è solo una piccola inadempienza con l’Amsa? La differenza di dimensione vale solo quando ci scagiona?

Allora se guardo la comunità globale sento che le persone specifiche di questo episodio non sono che il braccio di un corpo immenso di cui anche io faccio parte. E che dentro ognuno di noi abitano entrambi questi poli di conflitto, questi e molti altri. Sostenere di essere Charlie significa sostenere di essere i buoni. Qual è l’età mentale di una persona che sostiene una cosa del genere? Ma davvero pensiamo di essere i buoni? Il fanatismo è fanatico e quindi va fermato. Vorrei chiarire che lo penso, perché sarebbe stupido il contrario. Fermarlo probabimente può anche significare combattere. Nella mia impreparazione totale non sono in grado di capire questa cosa e quindi se avverrà non la giudicherò.

Qui però giochiamo a ignorare che questo fanatismo è anche radicato nell’odio verso la civiltà occidentale. Anche questo odio va risolto, ma siamo sicuri che sia del tutto infondato? Se ci sentiamo solo Charlie sì, perché noi siamo i buoni e gli altri sono i terroristi. Se capiamo che siamo Charlie e siamo anche i terroristi che hanno fatto la strage allora forse possiamo sperare nella pace. Nel 1996 Madeleine Albright – ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite – quando le fu chiesto che cosa provasse a fronte della morte di 500.000 (cinquecentomila) bambini iracheni causata dalle sanzioni economiche degli USA, disse: “E’ una scelta durissima, ma pensiamo che sia un prezzo da pagare”. Ho trovato un elenco dei paesi che gli USA hanno bombardato dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Cina, Corea, Guatemala, Indonesia, Cuba, Congo Belga, Perù, Laos, Vietnam, El Salvador, Nicaragua, Panama, Iraq, Bosnia, Sudan, Jugoslavia, Afghanistan.

Ripenso a ieri mattina. La redazione di Charlie sta lavorando. E sta dando come ogni mattina il meglio di sé. Con convinzione e coraggio, con passione e talento. E penso ai due ragazzi – sempre che siano loro – che salgono in macchina e si avviano a compiere la strage. Convinti e determinati a dare il meglio di sé per un mondo migliore. Non posso condividere questi due ragazzi e mi procura un lancinante dolore che il loro pensiero sia questo. Ma non posso evitare di chiedermi se anche la mia parte di mondo non abbia avuto un ruolo nel formarlo.

In conclusione grazie, Charlie. Grazie per aver saputo essere fino in fondo la parte migliore di ognuno di noi. Per aver dato tutto sul campo. Non ho mai amato la satira perché difficilmente mi fa ridere – ad eccezione di Altan – ma ne ammiro e ne difendo la funzione politica e sociale. La satira è sacrosanta. Cercherò di accogliere la tua lezione e riuscire a fare della vera satira interna, ai danni delle parti di me che ancora oggi e nonostante tutto, sono terroriste.

One comment on “Il mio nome è Giovanni

  1. luca ha detto:

    Gio, sono d’accordo con Te e questo mi costa fatica scriverlo. Perchè sono arrabbiato e perchè sento il senso delle radici profonde di questo o di altri gesti simili. Radici che affondano nel buio ancestrale della coscienza di un sistema sociale che è invasivo e pervasivo: nei confronti di tutto e di tutti, uomini, pensieri, natura. Ma è il mio Sistema, che cerco di interpretare nelle dosi e modi a mio vedere più rispettosi: quel Sistema che spinge al nuovo e consuma oggetti ed esperienze, immolandole su mille altari che non lasciano ricordo di sè. Non voglio conoscere la storia di chi fa attacchi suicidi, ma so che esistono al mondo anche gli imbecilli e gridare uno slogan massacrando gente che non è lì con l’intenzione di fare la guerra, beh, questo non merita alcun rispetto. Qualunque sia la parte offesa. Non voglio nemmeno mettere le vite spezzate sulla bilancia numerica “tante di qua, tante di di là”. Sono lontano da Parigi, non posso costringermi a provare vera empatia per persone che non conosco. Peggio di ogni cosa sarebbe fingere. Mai i conti interni, quelli con la mia coscienza, non tornano. Luca

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