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American Beauty – Trovandosi per caso a parlare d’amore.

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Voglio mandare a tutti un augurio. Proprio in questi giorni rimugino su American Beauty. E mi sono ritrovato di fronte alla sua ultima irresistibile mezz’ora. Queste righe sono uno stralcio piccolissimo degli appunti che non so perché sto prendendo. Forse perché parlano d’amore e ho voglia di capire qualcosa di più sull’amore. Difficile seguirli – credo – se non si ha in mente questo film e il suo fraseggio finale. In ogni caso, abbraccio tutti. Auguri di cuore.

“È l’ora di cena. Il Colonnello dei Marines Frank Fitts – ora in pensione – è seduto a tavola. Di fronte a lui il figlio Ricky. Sul fondo, in piedi che guarda fuori dalla finestra, la madre Barbara, depressa patologica. Quello che vediamo sono tre persone infilate sulla stessa linea verticale. Sono molto vicine ma non stanno insieme, divergono e non comunicano. L’amore è vicinanza ma non sempre la vicinanza è amore e come di consueto Sam Mendes ce lo racconta tracciando le relazioni nello spazio.

L’unico personaggio girato a nostro favore è il padre. Sta in mezzo a madre e figlio come separandoli. Frank è un colonnello, è la legge. Ed è il baricentro energetico di quest’inquadratura.  Madre e figlio separati dalla legge. Il cellulare di Ricky segnala l’arrivo di un sms. Ricky spiega: Devo andare dai nostri vicini. Jane ha lasciato il libro di geometria nel mio zaino, le serve per i compiti. Jane è la fidanzata di Ricky ed è appunto una vicina di casa. Frank inchioda Ricky con lo sguardo, la madre Barbara lo scruta con preoccupazione. Hanno ragione entrambi: quella di Ricky è una menzogna e questa menzogna provocherà un disastro.

La cena è un momento di comunità. La cena in famiglia lo è per definizione. Mendes riesce nell’impresa di stritolare i tre e di renderli irrimediabilmente lontani. Il messaggio sul cellulare è il martello sul vaso cinese. Di qui in poi tutto va in pezzi ma forse era già andato in pezzi prima, dato che c’è sempre un motivo per cui una menzogna viene detta. Paura, sicuramente. Paura della verità. Meglio essere amati per ciò che non si è piuttosto che non essere amati per ciò che si è. La paura ragiona così e quindi Ricky, il giovane Ricky, va di conseguenza. Il taglio di Mendes è netto. Camera lievemente dall’alto e mezza figura del ragazzo, già isolato e diviso dalla sua famiglia. Si pulisce la bocca con il tovagliolo e si alza. Ma prima si pulisce. A tavola esistono delle regole. Finché si è a tavola valgono quelle. Domina il padre legislatore, domina l’esercito.

La legge è una cosa importante anche in amore ma bisogna capire che cosa rappresenta. Quasi sempre è improntata ai divieti. Mette argini alla condotta del singolo per preservare la comunità. Ma si tratta sostanzialmente di un tessuto di no. C’è dentro tutto quel che non si deve fare e niente di quel che è bello essere. Con questa azione del tovagliolo, Mendes ci introduce alla logica del territorio, che dominerà la sequenza successiva.

A mandare quel messaggio, però, non è stata Jane. Jane sta tornando a casa sotto il diluvio insieme all’amica Angela. Angela è una biondina seducente che ha attirato le attenzioni violente – e fin qui represse – del padre di Jane – Lester – che è poi il protagonista e la voce narrante del film. Vuole sapere tutto, Angela. Tutto del rapporto che c’è tra Jane e il fidanzato Ricky. Tutto di tutto? No: tutto del sesso. Vuole sapere se Jane e Ricky fanno sesso regolarmente.

Dopo l’amore in famiglia, Mendes ci porta a conoscere l’amore fra amici. Interessarsi di qualcuno. Averlo a cuore. Partecipare della sua vita, seguire il suo percorso. Letteralmente “interessarsi” significa essere fra le cose di qualcuno. “Partecipare” viene da pars capere e significa prendere parte. Ma non è esattamente quello che fa Angela. Angela non prende parte, piuttosto controlla, sonda, vuol sapere. C’è differenza fra intimo e segreto. Intimo è ciò che sta dentro in profondità, segreto è ciò che è separato dall’altro, ciò che è appartato agli occhi del mondo. Millantandola per intimità tra amiche, Angela pone una domanda che verte sul segreto. Ingloba in un territorio di comunione quel che invece chiede di rimanere separato.

Quanto si può sapere di un amico? Quanto ci sentiamo traditi se scopriamo che non ci ha detto qualcosa che ritenevamo fondamentale nella sua vita? E viceversa quanto ci sentiamo invasi quando un amico ci chiede cose che non vorremmo dire? Dov’è il confine?  Mendes non risponde, pone solo in essere il dramma. Però ci viene da chiederci come mai queste domande insistenti sul sesso da parte di Angela. Perché siamo così morbosamente curiosi di sapere le cose degli altri? Cosa ci sta sotto?

Non lo so. Ma a intuito mi viene da dire che l’ultima nostra preoccupazione è l’altro. Quando chiediamo così insistentemente, così ambiguamente, così morbosamente qualcosa, non è degli altri che vogliamo sapere: è di noi. Non a caso Angela chiede sul sesso. Perché il problema per lei è il sesso. Angela racconta di mille uomini con cui fa tutto. Racconta all’amica Jane le sue imprese con infiniti dettagli che rendono vivide le sue scene. E poi vuol sapere. E dentro di lei si apre il teatro del confronto. Chi è più brava delle due? Chi è più giusta delle due? Chi stabilisce tutto questo? Confronto. Giudizio. Maschi. Sesso. In tutto questo Angela perde disperatamente. Ma Jane ancora non lo sa.

Nel frattempo Frank è salito in camera del figlio Ricky. È nell’ombra. Chi si introduce nel territorio di un altro sfruttando il buio di solito è un ladro. Un ladro di segreti, appunto. Quel che non viene detto in una relazione intima diventa segreto, ma questo potrebbe non essere un male: la fiducia consente di non sapere tutto, perché la fiducia si fida, non ne ha bisogno. La paura invece deve controllare e allora sì: quel che non è nella relazione diventa separazione. Quel che non viene dichiarato viene spiato e quindi eccoci qua: protetto dal ruolo di genitore che deve sovrintendere e controllare, Frank fa al figlio Ricky la stessa cosa che Angela sta facendo a Jane: infilarsi dove non si è invitati, alzare il velo, scoprire cose non dette.

Così, Frank guarda dalla finestra di Ricky dentro la finestra dei vicini di casa. E vede suo figlio in compagnia del padre di Jane. Ecco chi era il mittente del messaggio: non Jane ma suo padre, Lester. È interessante questa posizione davanti alla finestra. Perché la finestra è una soglia. Si può guardare da dentro verso fuori o viceversa. Guardiamo il mondo e siamo visti dentro dal mondo. È una frontiera. Con gli occhi armati di sospetto, Frank spia l’intimità di due persone che si parlano in un’altra stanza e in un’altra casa. E cosa vede? Vede quel che i suoi occhi sono in grado di vedere a partire dalla sua paura: una fellatio omosessuale.

Mendes nel frattempo ci porta dentro la casa di Lester. Quel che Frank può soltanto arguire da casa sua, noi lo sentiamo. Assistiamo a dialoghi ed eventi reali tra Lester e Ricky, per cui siamo in vantaggio su Frank. Quando ci si trova in vantaggio su un personaggio succedono una serie di cose. Una di quelle interessanti in questo caso è che possiamo apprezzare meglio il margine di errore di Frank. Capiamo il suo fraintendere la realtà, il suo ricostruirla a immagine e somiglianza delle sue paure.

Lester si siede, si accomoda sulla poltrona, si distende. Sta aspettando che Ricky gli prepari una dose. È di uso di sostanze che stiamo parlando, non di sesso. Ma dal punto di vista del padre che lo sta spiando, Ricky finisce dietro un muretto di separazione fra due finestre. Per cui la scena vista da Frank è incompleta. Ricky si china verso la zona pubica di Lester, ma quel che fa è invisibile a Frank. Quindi cosa succede?

Succede che quando non possiamo vedere ricostruiamo. Sovrumane paure di là da quel muro. Molti dei nostri conflitti dipendono da come ricostruiamo quel che non vediamo. Perché vengono chiamati in causa i presupposti del nostro sguardo. E non siamo disposti a metterli in gioco tanto facilmente.

È una meraviglia questo muretto che fa da schermo protettivo della verità. Dietro questo muretto stanno una marea di guerre, è composto della sostanza dei nostri conflitti, si fa forte delle nostre paure. Sullo schermo che ci impedisce di vedere la verità proiettiamo il nostro film interiore. La finestra è una luce, il muro una barriera. È un punto molto poetico del film, in cui entra in gioco un terzo livello dell’amore. Dopo quello familiare e quello dell’amicizia è il turno del rapporto padre – figlio. Il figlio è spesso lo specchio di proiezioni del sé irrisolto dei genitori. Qui il sé di Frank si proietta sul muro che nasconde. Quel che Frank vede sono le sue paure. Le paure bloccano l’intelligenza quindi non lasciano la capacità di dubitare che l’Altro sia veramente il nemico. E il vero nemico – che naturalmente non è l’Altro – ha campo libero per agire. E ci induce al seguente bizzarro comportamento, praticamente endemico nel genere umano: di quel che vediamo a volte dubitiamo, ma di quel che ci siamo immaginati non siamo disposti a discutere. Niente è più sicuro delle nostre ipotesi e l’ipotesi che facciamo è spesso la peggiore secondo il nostro punto di vista. Ecco quindi l’ipotesi di Frank: Ricky è omosessuale. E questo è il male più malefico che gli potesse capitare. (…..)”

2 comments on “American Beauty – Trovandosi per caso a parlare d’amore.

  1. mauro ha detto:

    Sapevo che prima o poi, passando da qui ti avrei incontrato, incontrarti è sempre un piacere e un momento di crescita…grazie!
    Buone feste a te, Giada, Samuele e alla piccola Francesca…M

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  2. massimiliano ha detto:

    che bello ogni tanto ritrovare e leggere i tuoi appunti. è un po’ come abbeverarsi e dissetarsi. ti prego fallo più spesso.

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