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Radiografie – SKYFALL, di Sam Mendes

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Eve può sparare. Ma il bersaglio è  sporco. Il rischio è di non colpire il perfido Patrice ma di uccidere Bond. La decisione è cruciale e la prende M via radio. M, il sommo capo, la donna glaciale che muove il mondo e decide le strategie. L’ordine è di sparare. Il timore si avvera: Bond è colpito, precipita dal treno e finisce nel fiume sottostante. Non può essere vivo. E’ andata male.

Dopo una scena d’apertura così l’assetto drammatico è chiaro: è una ferita d’abbandono che dominerà la storia. La paura della perdita e di perdere. Alla fine, la paura della morte.

Quando ho saputo che Sam Mendes avrebbe girato il futuro 007 ho chiesto conferma due volte. Mi sembrava così strano. Confesso che ho temuto, perché tra le cose belle della mia vita che voglio tenermi “belle” c’è il cinema di Sam Mendes. La sua capacità di raccontare il dramma attraverso lo spazio filmico. Il suo lavoro con gli attori.

La mia mente lavorava febbrile: stai a vedere che si è venduto. E se ci vado e poi scopro di aver perso un altro sogno? Meglio rimandarlo questo incontro con 007, perché confesso di essermici sempre annoiato a morte. L’arma segreta di Bond per me è sempre stata la noia. Cosa ci sarà di tanto bello nelle esplosioni a raffica, nella gente che corre sui tetti, che salta vola viene crivellata di colpi per poi tornare – comicamente… – viva, da far appassionare Sam Mendes? Soldi, diceva il mio buon senso. Ma il buon senso ha un senso solo, il cinema molti di più.

Dunque, comincio a guardare questo film e sento subito come una separazione tra quello che vedo accadere e quel che sento che si sta giocando in profondità. Si tratta comunque di correre sparare e saltare, ma… c’è intensità. C’è recitazione. La fotografia sonda gli animi e non descrive le bombe.

Bond è un po’ troppo stagionato e la cosa gli viene sempre rinfacciata dal mondo. Le cose fatte all’antica funzionano sempre ma a un certo punto la vita tira una riga. Il suo personaggio in questo film è così: cammina sul piano inclinato del tempo che passa, indeciso tra una nostalgia di fondo e il piacere di essere quello che è.

Dopo l’episodio del treno descritto all’inizio, Bond si è ritirato lontano, in un paradiso marino. Fa il pieno di alcool e si fa passare i dolori. Perché è stato abbandonato. M ha scelto di sparare a rischio di perderlo. E lui si sente tradito, solo, superato dalla ragion di Stato. Che sarà inattaccabile finché si vuole ma riesce sempre a separarci dagli altri nel cuore. Perché in realtà sogniamo tutti di essere preferiti alla ragion di Stato. Di essere più importanti della somma dei fattori. La nostra testa capisce ma la pancia grida tutta la sua voglia d’amore. M, l’algida madre, ha scelto di rischiare lui.

Ora però, dalla sua isola lontana, Bond sente che M ha subito un attentato molto serio. E decide di tornare. Vince l’amore? O la speranza di rientrare nella vita? O una sottile vendetta, simile a quella che proviamo quando qualcuno che ci ha scaricati si trova ad aver bisogno di noi? Può starci tutto. Ma di fatto eccolo qui, Bond, al servizio di M. Rischiare la vita per lei è l’unico modo di sentirsi vivi.

Sono innumerevoli i passaggi dell’intricata storia che ci rimandano a questo dolore. Vado all’essenziale saltando i passaggi della trama. Ad un certo punto compare – incarnato da un iperbolico Javier Bardem – Raoul Silva. Chi è costui? E’ l’uomo a capo dell’attentato subito da M, ed era stato un suo agente di punta. Il migliore. Silva parla di M come di una madre, la chiama proprio Madre. E avendo subito da lei torti e torture si vuole vendicare, vuole ucciderla. Ma… non ce la fa. Avere il progetto di ucciderla è in realtà soltanto un pretesto per cercarla. Per andare verso di lei. Per farsi rivedere. Per quanto lei abbia voltato la faccia, per quanto abbia tradito, per quanto abbia fatto del male.. è la Mamma. E Silva proprio non ce la fa a non cercarla.

Nella scena finale, saranno abbracciati e coperti di sangue, lei ferita mortalmente. Lui la tiene a sé e le consegna la pistola. La pone alla sua tempia e accosta la propria testa a quella di M. Un colpo solo per uccidere entrambi. Ecco uscire decisiva, letale e non risolta, la ferita da abbandono di questo film: non accettare la morte della madre, voler morire con lei, essere una cosa sola con lei e quindi essere al di  fuori della relazione e precipitati nell’inconsapevolezza della simbiosi. Sulla scena compare Kincade, il vecchio guardiacaccia della famiglia di Bond. Un anziano che nel terzo atto del film ha tenuto per mano, aiutato, protetto e salvato M. Due anziani nel cuore di un film d’azione. Kincade non sta a mostrarci un amore di M, sta a mostrarci tutto quel che a M è sempre mancato: un uomo che le volesse bene e la proteggesse anche da se stessa e dalle sue ossessioni.

Giunge Bond e il quadro è chiaro: sono Caino e Abele che si contendono l’amore della madre. Niente più armi, niente tecnologia, niente effetti. Un Bond che finisce con un quadro di famiglia mancata: i due anziani non – genitori e i due irosi non – figli. In aperta campagna. Alla fine di tutte le bombe. Ecco dove voleva arrivare, aspettavo di capire come Sam Mendes avrebbe girato il suo James Bond contro James Bond. E alla fine lo fa in un modo grandioso, che richiederebbe troppo spazio per questo contesto.

E’ la storia di un ritorno di due figli lontani, divisi e dispersi verso la madre. Nessuno sa amare. Nessuno sa chiedere di essere amato. Ma ognuno di loro lo sogna, come lo sogniamo noi. Ognuno di loro torna – come noi – a un ipotetico momento d’oro del proprio passato. Ne abbiamo tutti uno: quegli anni, quei mesi, quei giorni… E quel tempo rimpianto vince sempre il confronto con il tempo che stiamo vivendo. Perché la cosa difficile quando soffriamo di abbandono è vivere nel presente davvero.

Finisce così, Skyfall: Eve consegna a Bond l’eredità che M gli ha lasciato. Sì, Eve. La giovane e bella donna del nuovo inizio. Il vaccino contro la morte, l’abbandono, il dolore della perdita che permea tutto il film. Su quella terrazza, 007 ritrova se stesso e Sam Mendes chiude il cerchio. E’ riuscito a fare quel che aveva fatto per esempio Neil Jordan con The brave one: una sfida al genere rimanendo autore e rispettando il genere. No, non è il film più bello di Sam Mendes. Ma è un lavoro semplicemente magnifico.

3 comments on “Radiografie – SKYFALL, di Sam Mendes

  1. paolo ha detto:

    ciao Giovanni,
    ormai è passato un po’ di tempo da quando l’ho visto e mi ricordo che la mia impressione era stata negativa.
    ero andato a vedere il nuovo 007 e sono uscito con un peso sullo stomaco.
    addirittura mi ero detto che bond era stato umanizzato per aprire al pubblico femminile e fare più incassi.
    ora grazie alla tua disamina ho capito.
    la ferita di abbandono la mia pancia l’ aveva capita benissimo.

    grazie

    paolo

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  2. erica ha detto:

    E’ strano che alla fine le persone che più ci aiutano siano quelle messe peggio di noi. Hanno subito una ferita più profonda, antecedente alla nostra, ancora fresca e pulsante, ma molto molto simile. Probabilmente è perché li investiamo di una ceca e muta aspettativa e non importa se la deluderanno o meno: abbiamo un troppo forte bisogno di essere ascoltati, compresi e protetti, incondizionatamente, anche se, e sopratutto, non parliamo, non comunichiamo e siamo incapaci di dare.
    Forse non hanno voglia di farlo, forse non ne sono capaci (non più di noi) ma questo non ci importa. La testa forse, a volte, comprende, la pancia no. Il tumulto crescente che ci guida verso quelle persone, non è una cosa che possiamo fermare.

    (breve e immediata riflessione ispiratami da questa recensione che hai postato, si può capire anche che ho alle spalle letture di tutti i tuoi componimenti)

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  3. luca G ha detto:

    d’accordissimo….ed il difficile del lavoro di di S Mendes è che questo lo ha fatto sotto e nella pelle patinata di 007, a mio avviso uno dei temi più complicati da trattare…

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