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Lo spunto di oggi – Caccia Spietata, ovvero: nel secondo atto della vita

Il secondo atto del film è considerato – e lo è realmente – l’atto del conflitto. Quello in cui un personaggio, si dice, fa la guerra o l’amore con il proprio ostacolo. Coincide un po’ con la parte centrale della nostra esistenza. Credo che il dolore più grande di ogni secondo atto non sia rappresentato dalla fatica per gli ostacoli, ma dalla desolazione di esserci dimenticati il perché siamo partiti, il come ci sentivamo, dalla forza con cui sapevamo sperare e configurare il futuro… ed ora ci ritroviamo qui, nel mezzo di una battaglia, faticando come animali per una vita che ci sembra quella di un altro.

La sceneggiatura del film di David von Ancken – Caccia Spietata – mi fornisce un esempio perfetto di uso del secondo atto in questo senso. Il film comincia con una lenta panoramica a destra macchina, segue il pendio di una montagna innevata. L’immagine appare in assolvenza da nero, con la panoramica già in corso: le cose sono già cominciate e noi ci capitiamo in mezzo. Entriamo in una continuità e non in un inizio. E difatti siamo nel cuore di un inseguimento. Un uomo contro l’altro, il colonnello Carver insegue un ufficiale dell’esercito nordista, Gideon. Non sappiamo perché. Ma sappiamo che i due sono disposti a morire pur di vincere questa sfida.

Pur non conoscendo il motivo per cui Carver vuole prendere Gideon, ci ritroviamo incastrati nelle mosse e contromosse, nelle atrocità e nelle fatiche che quest’inseguimento comporta. L’inizio fra le montagne, la scena del fuocherello acceso con grande fatica, questi spazi immensi congelati, la piccolezza di un uomo solo a fronte della natura più severa… tutto questo ci mette in relazione con i nostri conflitti, con i panorami più grandi di noi, più severi e sfavorevoli che ogni giorno dobbiamo attraversare.

E siamo in piena pressione drammatica: Gideon/Pierce Brosnan deve scappare, non fa in tempo a mangiare e subito all’inizio viene ferito. Poi deve saltare in un fiume che lo scaraventa giù per una cascata. Sopravvive comunque ma è allo stremo delle forze. Intanto, dietro, la rabbia fredda di Carver/Liam Neeson lo pedina implacabilmente. L’immediatezza, la semplicità, la facilità simbolica di questa scelta ci coinvolgono e ci fanno seguire con fluidità un percorso di cui in fondo non conosciamo il senso.

Questo inseguimento dura la bellezza di un’ora e venti. Quasi 80 minuti attraverso i panorami più diversi – dopo la gelida montagna ecco il torrido deserto essendo passati, appunto, per l’acqua del fiume – notti e giorni, interni ed esterni. Eccolo, il secondo atto. Quando ci finisci dentro e non ti ricordi o non hai nemmeno mai capito dove fosse cominciato e perché. Ecco la fatica quotidiana di questa parte della vita, talmente intensa e immersiva da farci davvero scordare il principio, da farci sentire che quello che stiamo attraversando non ha alcuna continuità con quello da cui eravamo partiti, che si tratta di altri noi, di altre vite. Quante persone in questi anni abbiamo sentito parlare così ? Quante volte è capitato a noi ?

E quale modo migliore per raccontare questo stato psicologico di quello utilizzato da David von Ancken in collaborazione con il co-sceneggiatore Abby Everett Jaques: iniziare direttamente da lì, dal secondo atto? Quando il passato è così scollegato, le ragioni originarie così lontane dalle azioni quotidiane, tanto vale tagliarlo. Quando dimentichiamo totalmente, alla fine non conosciamo neanche più. Così rivediamo noi stessi in questa guerra sterile e ostinata, che sfinisce i due protagonisti e li uccide anche senza togliergli la vita, perché li costringe all’assenza di ogni relazione e di ogni altra prospettiva di senso.

Così, in questo film il primo atto arriva dopo il secondo, a ridosso del terzo: in un flashback relativamente rapido viene ricostruita l’origine di quest’odio fra i due uomini. E quando viene ricostruita, ri-cordata, rivissuta insieme dai due uomini, uno di fronte all’altro nel deserto, diventa per loro evidente che non valga la pena di nessun ulteriore spargimento di sangue.

Tutta fatica sprecata allora ? Assolutamente no…

(continua)

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