Lo spunto di oggi – Giorgio Ruffolo, l’ideale impossibile


 

     Pesco dalle carte appoggiate sulla scrivania, tra le cose “da leggere” che si accumulano impietosamente. Questo è uno stralcio di un articolo apparso su Repubblica il 9 marzo 2009, intitolato “L’economia e il ritorno alla morale”. Mia madre me l’aveva passato e adesso che riesco a guardarlo mi rendo conto che si tratta di un pezzo importante, e mi piace ri-condividerlo qui, con chi magari l’avesse perso allora.

    “Trent’anni fa un giovane economista inglese, Fred Hirsch, poi immaturamente scomparso, pubblicò un libro intitolato I limiti sociali dello sviluppo. Era un libro elegante e intrigante, che affrontava allora il cuore di quello che è poi diventato il problema della crescita. (…) Hirsch era un disincantato economista liberale e non incline alle prediche. Ma sapeva bene che le due forme tipiche del capitalismo, l’impresa e il mercato, non possono tenersi insieme se non sulla base di una legittimazione morale: che può essere la pietas cattolica, la grazia calvinista o la simpatia di Adam Smith. Ciascuna di queste “passioni”, religiose o laiche, pone limiti al comportamento egoista. Limiti logici, prima che morali: come quello dell’impossibilità che tutti possano “stare meglio degli altri”. Quei limiti impediscono che il comportamento egoista, varcando i limiti della logica, diventi distruttivo.

    Ora, proprio questo è avvenuto nelle due grandi crisi che hanno investito il capitalismo moderno, quella degli anni Trenta del secolo scorso e quella attuale. E’ avvenuto che l’avidità e il successo individuale sono stati eretti a principio collettivo: l’ideale impossibile che tutti possano stare meglio degli altri. Il che ha indotto istituzioni severissime, come le Banche Centrali, a praticare politiche di indebitamento sconsiderate, che a loro volta incoraggiavano comportamenti irresponsabili scorretti o criminosi da parte di amministratori, dirigenti, consulenti, di ogni ordine e grado.

    E’ significativa l’analogia tra guasti ambientali e guasti morali dell’economia. Entrambi discendono dall’insostenibilità di comportamenti distruttivi: degli equilibri naturali nel primo, degli equilibri etici nel secondo caso. Ma questa insostenibilità non è il risultato di una patologia del sistema. E’ invece il frutto di una esasperazione della sua logica. La logica del capitalismo è l’accumulazione. La quale è per natura illimitata. Si dovrebbe dire, più propriamente, sterminata. Ed è una logica impossibile, quindi illogica.

    E’ la logica della sterminatezza che sta alla base sia dei disastri ambientali che di quelli finanziari. E dovrebbe essere venuto il momento di opporre a questa logica dissennata l’etica dei limiti. Di combattere la vergogna criminale dei paradisi fiscali. Di limitare la “creatività” delle scommesse finanziarie. Di rallentare i movimenti di capitale speculativi. Di reintrodurre politiche dei redditi che proporzionino lavoro e produttività. Di introdurre misure di decenza nella sfrenata corsa delle rendite manageriali. Di osservare proporzioni programmatiche nella dinamica rispettiva dei consumi pubblici e di quelli privati. 

    Insomma, di realizzare una “moral reentry” dalla follia che ci ha condotto a questo passo. E che non riguarda solo l’economia, ma anche e soprattutto la politica. (…)”

 

Pubblicato da Giovanni

Mi chiamo Giovanni Covini. Faccio il filmaker e mi guadagno da vivere insegnando cinema. Nel 2006 ho vinto un David di Donatello e un Nastro d’Argento per Un Inguaribile Amore, documentario visibile attraverso il link sulla mia homepage. Nel 2012 ho pubblicato Le Ferite dell’Eroe, per Dino Audino Editore. Nel 2017 lavoro ad una docu-fiction sul rapporto fra Cristiani e Musulmani, attraverso il Romeo e Giulietta di Shakespeare.

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