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Radiografie – I figli degli uomini, di Alfonso Cuaron


 



       Sono sempre felice di lavorare con i ragazzi dello IED. Perché mi costringono, in vista degli esami, a vedere una serie di film che non avrei visto per indole o che non ho fatto in tempo a vedere per lavoro. E’ così che mi ritrovo davanti a I Figli degli Uomini, con l’osannato Clive Owen nel ruolo di protagonista epico alle prese con le sorti del mondo. Non mi permetto mai di entrare nel merito dei gusti dei ragazzi perché il cinema – almeno quello – è un luogo di verità e di libertà. Al cinema si va essenzialmente per vivere esperienze che non potremmo vivere in altro modo, per assaporare un’intensità inedita nella nostra vita. Se nemmeno lì siamo liberi di scegliere…

       Per questo, dopo i primi tre minuti che mi chiariscono senza ombra di dubbi che il mio rapporto con la pellicola di Cuaron è prossimo allo zero, rimango a guardarlo cercando di capire dov’è che funziona. Perché un’allieva ha deciso di portare questo film all’esame. La storia ha la rara caratteristica di essere semplicissima e nonostante questo confusa. Clive Owen si produce in una performance di paresi facciale di cui fatico a ricordare l’uguale. Eppure l’idea c’è. Non è di Cuaron ma c’è. La terra patisce una sterilità ormai definitiva, non nascono più bambini, e il film comincia con la morte del più giovane abitante del pianeta, che muore a 18 anni.

       Di temi se ne potevano sviluppare una quantità. Non so, dalla sfera ecologica a quella etica, dal senso del sesso a quello del sacro. Materiale che forse esiste nel romanzo di P.D. James, ma che senz’altro non è arrivato sullo schermo.  In realtà questo film è a suo modo un esempio perfetto. Tocca di striscio tutto senza toccare mai lo spettatore, dice ma non dà, indica ma non prende. E un tema profondo non è dato da quel che si dice, ma dalla linea sotterranea che lega la fragilità interna del personaggio alla sua azione decisiva nel terzo atto. In altre parole, un tema emerge dalle azioni e dai desideri che le dettano, non dalle idee dell’autore.

       Il personaggio di Clive Owen non prende mai decisioni, è sempre sospinto e condotto nella vicenda da forze più grandi di lui. E’ costretto dall’inizio alla fine e – faccia mogia e occhi pesti – fa tutto quel che non può fare a meno di fare. Compreso morire. E’ vero che rischia sempre la vita, ma mai niente di se stesso. Niente di interiore. E siccome non sceglie mai, nessun valore è messo in gioco. Puoi parlare di tante cose, ma il tema profondo non è mai un messaggio, è sempre una linea drammatica. Per cui questi personaggi così perfetti già dall’inizio, alla fine non ci dicono niente perché non ci somigliano e non hanno a che vedere con quel che conosciamo davvero della vita.

       Eppure funziona. Alcune scelte sono coraggiose. Difficile decidere di far morire Julianne Moore dopo  solo mezz’ora, ad esempio. Anticonvenzionale, sorprendente.  Significa svuotare il film di una delle sue attrazioni alla fine del primo atto. Come pure la scelta di far morire lo stesso eroe nel finale. E’ vero, dà il senso del sacrificio ma alla fine restiamo proprio senza eroi. Questo è comunque un ardire dal punto di vista del mercato. E tutto sommato mi domando se sarebbe così facile trovare una star italiana disposta a morire dopo mezz’ora di film. Forse sì, ma è inutile dire che il clima da noi è diverso.

        Torniamo al perché funziona. E’ girato bene, è fotografato benissimo – anche se cominciamo ad aver vitsto troppe volte questa fotografia raffreddata, verde azzurra e crepuscolare – è montato bene nel senso che il montaggio tiene un buon ritmo non facendosi sentire troppo. Insomma, la pelle è molto curata. Lo scheletro e i muscoli no. Ci dimenticheremo tutti molto in fretta di questo film, ma intanto ha venduto perché è come se bastasse avere il profumo delle cose al posto delle cose. E’ questo il punto.

       Finché i film violenti e cruenti saranno questi, avremo una polizza a vita sulla nostra tranquillità. Finché l’orrore e il raccapriccio non sorgeranno dal profondo del cuore ma verranno solo dipinti dal di fuori, finché ci metteremo tutti tacitamente d’accordo che questi sono i film fortissimi che ci sconvolgono, saremo al riparo dalle cose inquietanti sul serio. Sono schermi, limiti convenzionali figli di questo buonismo e di questa facilità dilaganti. I figli degli uomini strizza l’occhio proprio al nostro non voler vedere, al nostro non voler sapere.  Film così collaborano ad atrofizzare la nostra percezione del profondo, il nostro contatto con noi stessi.  E – naturalmente – hanno successo.

       In questo panorama narrativo appestato di maghetti, torri, anelli e draghi, la degenerazione fantasy della nostra civiltà sta ammorbidendo spigoli, semplificando la realtà, diminuendo la posta in gioco nei conflitti, smussando la verità fino a renderla  entertainment.  Ma la mia allieva verrà tranquilla a fare l’esame. Non è in gioco il film che ha scelto ma la sua capacità di guardare. E so che in lei come negli altri ragazzi ci sono attese e capacità più alte di quanto loro stessi possano pensare.

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