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Radiografie – Things we lost in the fire, di Susanne Bier




   Scivolano sulla pelle come creme per il sole, certi film. Magari succede perché c’è una regia liquida, e tutto acquisisce una fluidità millimetrica, senza incresparsi mai. Spesso i film così alla fine sono deludenti. Possono prenderti molto mentre li guardi, perché la piacevolezza ha un suo senso anche al cinema. Ma il più delle volte la rivela un’attenzione sbilanciata verso la pelle delle cose. Con conseguenze inevitabili per la profondità.

    Things we lost in the fire è un’eccezione. Pur rifiutandomi sempre di attribuire qualità di genere, penso che un film così lo potesse girare solo una donna. Probabilmente invece è un uomo quello che ha tradotto il titolo per il cinema italiano: Noi due sconosciuti. Ogni tanto scopri che le cose vanno anche peggio di quanto pensi. Siamo un paese arenato in un tragico capolinea culturale e non perdiamo occasione per sprofondare un po’ di più.

    Il film di Susanne Bier non è facile, e nonostante due carismatiche star si sviluppa attraverso una narrazione antistrutturale, con salti continui tra passato e presente. Quand’è così, la mente e il cuore dello spettatore sono impegnati a ricollegare, rimontare, ridare senso a ciò che gli viene comunicato con apparente disordine. Una scelta tutt’altro che commerciale all’interno di un cast di forte richiamo.

    Il film ci racconta la relazione di amicizia profonda che nasce tra una giovane e bellissima vedova e il migliore amico del suo defunto marito. Il plot evita tutte le facili mine che stanno sotto una trama così. Nessuna storia d’amore tra i due, nessuna scena di sesso, nessuna svolta facile. Anzi, un virtuosismo di equilibrio fra componenti pericolose: sentimenti, emozioni, momenti drammatici, insomma un esercizio di misura.

    Un problema che si pone in storie di questo tipo è identificare l’asse centrale. In altre parole, capire di chi sia la storia veramente. E’ la vicenda di lui o quella di lei ? Di lui tossicodipendente, aiutato in passato dall’amico defunto, o di lei, ancora innamorata e con due bambini piccoli tutti da crescere ? Perché la storia funzioni e le due vicende abbiano senso insieme occorre che i due personaggi provino la stessa sofferenza profonda. Non quella della morte dell’amico o del marito, ma il significato che ne danno, il peso specifico all’interno della propria esistenza.

       E qui il film si fa rarefatto e prezioso. Perché seppur da punti di vista divisi e lontani, sia l’amico che la vedova si ritrovano per motivi diversi a non aver saputo accogliere la “lezione” lasciata in eredità dal loro caro: prendere il buono delle cose, come si ripete spesso nel film. Da lati opposti nessuno dei due accettava la vita, lei perché infelice se non sentiva di detenere il 100% dell’attenzione del marito, lui perché reso cinico dal proprio decadimento senza fine, dalle proprie ricadute nella droga.

      Due persone lontanissime che scoprono insieme grazie ad una morte, di aver fin lì rifiutato la vita per come era. Percorsi diversi che però li svelano entrambi viziati e capricciosi di fronte ai mille fatti di ogni giorno. Non facile tragitto interiore, che li porta verso la capacità di trovare il buono persino nella morte di un caro. Anche qui, le trappole erano moltissime. Ma Susanne Bier è una troppo seria e fine conoscitrice delle profondità per caderci. Il percorso non si conclude, è in essere anche durante i titoli di coda. Il film si “limita” a raccontarci una capacità di evoluzione, una svolta di cui vediamo solo l’esordio.

      Dicevo del cinema che solo le donne possono fare. Lo dico perché c’è una dolcezza nel film, una dolcezza formale, mai leziosa. E’ austera e materna. E’ radicale nella verità e consapevole nel suo essere soltanto un film. Mantiene il rispetto per chi guarda. Non urta, non strabilia, non seduce. Niente musiche facili, solo la sicurezza che dà la verità. Insieme a Mira Nair, Susanne Bier è una regista che sta mostrando da parecchi anni un altro modo di fare cinema. E che non può non entrare nel cuore.

      

 

One comment on “Radiografie – Things we lost in the fire, di Susanne Bier

  1. Fra ha detto:

    Sembra bellissimo.

    Mi piace

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