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Radiografie – Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen

       Quattro oscar, due registi geniali, l’attore di punta della nuova generazione. Impossibile che non sia un capolavoro e la locandina qui sopra sembra volerci togliere ogni dubbio. Leggo recensioni e pareri del pubblico. Un entusiasmo alle stelle. E poi, finalmente, vedo il film. Vorrei vederlo in modo meno condizionato, perché oltre a quel che ho già detto, c’è anche il fatto che a me i fratelli Coen piacciono moltissimo. Ironici, maniacali nella cura di ogni dettaglio, mai banali nelle soluzioni narrative. Per cui.

       Il film mostra subito che in effetti si tratta sempre di loro. Rivisitano ogni genere cinematografico con grandissima cultura e mettendoci sempre lo scarto di un’innovazione che è poi l’unico senso vero del rivisitare cose antiche. Colgono l’essenza del genere in questione e la arricchiscono con il senso del tempo che è trascorso, del nostro non poterci più credere come allora. Della guerra serpeggiante ovunque, della perdita di tante certezze. 

       Poi si cominciano a vedere gli attori, e anche in questo film i fratelli Coen lavorano nella direzione specifica che li distingue: la cura della recitazione in tutta la fisicità dell’attore. Ricordo qualche anno fa, al Genova Film Festival, era a cena con noi Mario Monicelli. Sentirlo parlare del suo cinema e del tempo che è stato è un’esperienza straordinaria. Ma una cosa mi colpì in particolare. Il problema della fisicità degli attori. Il cinema, dopo il neorealismo, ha scoperto il primo piano, le sue infinite possibilità di racconto intimo e non detto. Ha scoperto il dettaglio come esperienza visiva profonda. Tutto questo gli sembrava una bella cosa, ma quello che si sta perdendo a furia di primi piani, secondo lui, è proprio la capacità di recitare con tutto il corpo. Un patrimonio che se ne va, per cui oggi nei casting cerchiamo facce e non attori.

        Qui, i fratelli Coen lavorano di primissimi piani – qualcuno ha citato Sergio Leone – ma anche di figure intere. E gli attori sono coinvolti tutti, in cima Javier Bardem, in un lavoro da capo a piedi di grandissimo livello. Anche così i personaggi diventano veri: non è solo un fatto di scrittura. Però… il film non mi ha toccato. Mi è passato davanti in tutta la sua magnificenza, in tutta la sua valenza allegorica – il confine con il Messico, i soldi che muovono le persone senza mai darsi, senza mai restituire ciò che prendono alla vita, le relazioni sempre così difficili da vivere, perché la verità è che ognuno di noi è in un proprio mondo e vive con l’altro una relazione che non ha nulla a che vedere con quella che l’altro pensa di vivere con lui – in tutto lo splendore di una fotografia antologica.

       Ma qui si pone un punto da cui non si può prescindere.  Che cosa chiediamo a un film. Cosa ci aspettiamo dal cinema. La risposta non può che essere personale e specifica per ognuno di noi. Per me, il cinema è racconto di un’esperienza. Mi coinvolge se mi trascina tutto intero, pancia cervello e anima, in un percorso difficile e necessario di cambiamento e di crescita. Più spesso amaro che consolatorio, il cinema che racconta esperienze profonde è agli antipodi di questo film, nel quale è il teorema a farla da padrone. Un film a tesi: il denaro non paga. E sta rovinando il mondo.

       Avviene così proprio l’ultima cosa che ci si poteva aspettare: che i fratelli Coen facessero un film reazionario. D’altro canto, se i percorsi interni dei personaggi latitano, se sono macchine – per quanto meravigliosamente costruite – che eseguono le funzioni di un disegno, ciò che resta alla fine è solo la volontà cerebrale dell’autore. Solo una sorta di messaggio dato attraverso una storia esemplare. E’ una strettoia nella quale non sono mai riuscito a entrare.  Mi interessano molto le opinioni altrui, ma una storia chiede di occuparti il cuore, le emozioni, il tempo, per farti vivere un’esperienza. Questo è un fatto di passione, d’amore. Che c’entra cosa ne pensa l’autore del denaro, dell’avidità, della violenza? Mi interessa di loro, dei personaggi. Dei loro drammi. Di quel che hanno a che vedere con me.

       Credo che quando il cinema è fatto bene sia comunque grande cinema. E’ questo il caso. Ma  ognuno alla fine si riconosce per la famiglia di cui fa parte. E allora, mi trovo a riconoscere che nel film dei fratelli Coen non succede proprio nulla di tutto quello che mi fa amare il cinema.

       

2 comments on “Radiografie – Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen

  1. giovanni ha detto:

    Mi pare che siamo quasi d’accordo in tutto, cara Anna. Che faccio: mi devo preoccupare ? Eh eh !! Ti abbraccio. gio.

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  2. Anna ha detto:

    Boh… io mi fido del tuo commento tecnico e di tutte le osservazioni da regista che fai, da spettatrice posso solo aggiungere che il film mi ha messo addosso un’ansia terribile, non ne potevo più… il protagonista mi infondeva un senso di angoscia, non vedevo l’ora che finisse la violenza che cresceva senza mai dar tregua, e invece ogni tassello portava in un baratro sempre più profondo del precedente da cui scaturiva…
    La scena finale mi ha spiazzata, non potevo credere che tutto finisse così, in modo assurdo e disumano.
    Quel personaggio era un uomo o un cyborg?
    Può esistere davvero una persona del genere?
    No, a me la storia non è piaciuta, per me è stata eccessiva e non mi ha permesso di entrarci, come fosse un film di fantascienza lontano dalla realtà e chiuso in una metafora troppo difficile – per me – da riportare alla realtà.
    Mi dirai “Capisci niente di cinema!” e probabilmente hai ragione. Epperò questo cinema qui è cerebrale al punto da non piacere a chi – come me – non lo è altrettanto.
    A.

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