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Radiografie – Hard Candy, di David Slade

 

 

 

    E’ successo quest’estate. Due amici mi invitano a cena, e mentre mangiamo, Paolo mi chiede se conosco Hard Candy. Confesso di non averne mai sentito nemmeno parlare, così mi consiglia di guardarlo.  Non mi racconta nulla, perciò quando lo guardo non so davvero di cosa si tratti. E dal piano di realtà del mio divano, vengo letteralmente risucchiato da un’apertura che ridicolizza tutto quello che impariamo sulla tecnica della sceneggiatura e che – peggio – mi capita di insegnare. Ma il cinema, lo dico sempre in aula, è il luogo in cui si ama il senso delle regole violando le regole.

    Hard Candy inizia con una chat. Il testo semplice – ma scritto con precisione senza pietà – ci dice di una ragazzina che sta per incontrare un uomo. Pesco subito i miei riferimenti più recenti: Misterious Skin, The Woodman,  La Bestia nel Cuore. Altri più remoti, il corto di qualche anno fa, Foglie di Cemento. Solo che questo non somiglia a niente. Due personaggi da subito, in piena relazione. Uno studio fra gatto e topo, predatore e preda. La partita è in essere. E senza contesto, quasi avulsa da tutto. Il computer virtuale e poi dopo poche scene la casa dell’uomo, nella quale si svolgerà tutta la vicenda.

    Tutto quello che siamo abituati a configurare come inizio è gettato, non serve. In piena relazione dal primo secondo, lui e lei. Niente presentazioni, niente background. In realtà poi le cose che devono essere comunicate lo sono eccome: l’epoca, la classe sociale, l’età, il livello economico. Arriva tutto, ma tutto veicolato attraverso il loro scambio di parole scritte, dette, non dette. Di sguardi. Non vorrei passare l’idea di un film d’atmosfera furbetto. Non c’è inquadratura che non sia ancorata al senso. In alcuni momenti la progressione dei personaggi e la loro evoluzione sono avvitati secondo per secondo.

    Insomma, magnifico. Scritto, girato, montato, recitato in modo semplicemente superbo. E finché non è finito tu sei lì, dimentico di tutto, a vedere la violenza che ognuno porta dentro, microscopicamente rappresentata sullo schermo. A vedere tutte le magagne che nascondiamo sotto il pavimento della coscienza, le cose che non accetterebbero gli altri e che non accettiamo nemmeno noi. Senza pietà. Con tutta la furiosa, ruggente bellezza che ogni forma di seduzione porta con sé, mai disgiunta dal dolore di chi ne è sedotto senza poterla afferrare.

    E non mi va di parlare della cosa più clamorosa: che in Italia il film non è mai uscito nei cinema, non è mai stato distribuito. Lo si può vedere in dvd, era stato anche doppiato in italiano. Non mi va di parlarne perché bisognerebbe parlare dell’Italia e preferisco parlare di cinema.

    Cinema, appunto. Cinema violento, violentissimo. Un film duro e a tratti raccapricciante. Teso in una bellezza fotografica levigata ma stavolta finalmente necessaria alla situazione, funzionale ai personaggi. Ma per stomaci forti, è bene avvisare. La tensione della vicenda però, non è da thriller del videonoleggio. E’ uno scandaglio su molte cose: sulla vendetta, sulla legittimità di reagire a continue violenze che arrivano da tutte le parti scagliandosi contro qualcuno in particolare. Sulla capacità che abbiamo di nasconderci chi siamo negli aspetti che non ci piacciono. Sulla banalità delle nostre originalità. Su come siamo schiavi della nostra voglia di libertà. Su come ci perdoniamo ascrivendo alle nostre infanzie tutte le responsabilità. Un film spietato. Un trapano.

    Però…

    Non posso negare di aver sentito anche cose diverse. Ma le scrivo a livello personale, non sono relative alla qualità di questo film. Se posso dire, credo che noi oggi abbiamo sì bisogno di metterci sotto esame, come sempre. Di guardarci con meno assuefazione, con più rigore, più amore per la verità, e quindi con poco lusinghiere conclusioni su noi stessi, magari. E va bene. Ma se accendo la radio in macchina per il GR, mi viene da pensare che la vera memoria che abbiamo perso è la memoria di quanto possiamo essere straordinari. La fiducia nella inesauribile capacità di costruire e sperare che abbiamo dentro. Dopo le bombe i muri vengono ricostruiti, i morti sepolti e le famiglie lentamente  riavviate alla vita.

    Se posso dire, questo film è magnifico. Veramente. Ma dentro di me si fa strada la voglia di un cinema che senza ignorare il male e i dolori – anzi – sondi i motivi per cui vale la pena di sopportare sia l’uno che gli altri.

One comment on “Radiografie – Hard Candy, di David Slade

  1. luca ha detto:

    leggendo questa radiografia, mi sono ricordato d’averlo visto, come te, alla cieca, e di esserne giunto alla fine con sorpresa: benché mi mettesse terrore, non c’era verso di allontanarsene. lo hanno perfino scritto in cima alla locandina, per dire (perfetta, come il titolo, del resto).
    lascia sgomenti, sono d’accordo..
    e poi, direi che gli attori sono tutti, nessuno escluso, molto molto bravi 😉

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