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Radiografie – The Brave One, di Neil Jordan

 

 

 

     Certe volte basta un titolo. A rovinare tutto. In Italiano “The Brave One” suonerebbe “La coraggiosa”. Il titolo con cui il nostro pubblico lo conosce, invece, è “Il buio nell’anima”. Prima di vedere il film può essere che la cosa suoni quasi uguale, dopo invece ci si rende conto del danno.

    Se penso a Neil Jordan mi viene in mente un uomo con una trivella su un lago ghiacciato. Per la furia che lo anima di capire cosa ci sia sotto, di conoscere il non visto, tutto ciò che non emerge alla chiarezza ma che detta i movimenti profondi dell’inconscio, scava, scava, scava… finché il ghiaccio non cede e l’uomo non rimane divorato e sommerso dalla sua stessa scoperta.

     “The brave one” racconta la storia di una donna che sta per sposarsi, alla quale viene ucciso in un’aggressione il futuro marito. Dentro di lei si rompe qualcosa, e al risveglio dopo tre settimane di coma – dovuto al pestaggio di cui è lei stessa vittima – deve ricominciare da zero. Ma non sono solo la realtà e il suo progetto di vita ad essere cambiati: è lei. Dentro. Un’estranea le è entrata nel cuore, cammina al posto suo, pensa e agisce al posto suo. Dopo certe cose la tua vita di prima è finita, non potrai mai più essere la stessa persona nello stesso posto. E alla fine, questo sconosciuto diventa tutto quello che tu sei. Completamente altro.

    Il film non ruota intorno al fatto che veramente si cambi identità dopo un trauma del genere, ma lavora sul fatto che certi traumi ci costringono a prendere atto di quello che eravamo da sempre anche senza saperlo. “The brave one” non è la storia di una donna che precipita nel buio della propria anima, ma la storia di una coraggiosa che guarda in faccia veramente se stessa, le proprie ombre e la propria disperazione.

     Perno di tutto il percorso interiore è il midpoint del secondo atto. Erica, ormai già abituata ad uccidere, incontra il detective che indaga sui suoi casi. Lui non sospetta ancora di lei. Ma Erica ha bisogno di lui. Come di un’ancora per non farsi portare troppo lontana dalla corrente che ha dentro. Come una relazione nel progressivo deserto interiore: quando non riusciamo più a leggerci dal di dentro chiediamo aiuto a chi amiamo perché ci legga dal di fuori.

    E come in tutte le crisi, anche la nostra protagonista vive una divisione profonda. La serial killer vuole arrivare a vendicarsi fisicamente contro gli assassini del suo uomo, la donna vuole che la serial killer sia scoperta e si chiede Perché nessuno mi ferma ?  Già. Perché nessuno la ferma ? Perché la nostra aggressività, il rancore che abbiamo dentro, li deleghiamo ai gesti degli altri, dei nostri eroi. Il cattivo serve a questo nelle storie: a liberare l’aggressività che abbiamo nascosto in noi. A sfogare la violenza di cui non ci vogliamo fare carico perché troppo incagliati nelle remore, nei princìpi, nelle geometrie sociali. Non è un invito all’assassinio questo, ma un invito alla sincerità con se stessi.

    Il pubblico forse non riesce a condividere gli omicidi seriali di Erica, ma non smette mai di amarla profondamente perché ne capisce il dolore, il fatal flaw, la ferita profonda che si porta dentro. Da quando pensava di avere una vita perfetta a quando si ritrova nell’inferno, Erica – una Jodie Foster finalmente tornata in un film davvero grande –  non riesce mai a chiedere aiuto. E’ ciò a cui resiste fino alla metà del secondo atto, quando sente esaurite le sue forze, dilaniate dalla lotta che si scatena dentro di lei, e si affida al detective affinché la scopra. Ma la battaglia sarà ancora lunga.

    Il coraggio di guardarci dentro e di dirci chiaramente, quando lo siamo, che siamo delusi, arrabbiati, pieni di rancore. Il coraggio di ascoltarci veramente senza fronzoli, di questo parla The Brave One. Erica registra i suoni della città, dovrà imparare a registrare le voci che ha dentro. Questo coraggio apre le porte di un viaggio dentro se stessi che molto spesso miete molte vittime tra gli amici, i familiari, i conoscenti, se stessi.

    Ma non c’è alba se non c’è prima una notte fonda. Quella della separazione di te da te stesso. Quando non ti condividi più, quando tutto quello che ti hanno insegnato giudica tutto quello che sei. La tua cultura contro la tua natura. Il tuo buon senso contro la tua verità. E’ l’inferno. Oppure la porta per uscire fisicamente da quel tunnel nel quale Jodie Foster ripassa lentamente, alla fine del film. E nel suo passo lento e leggero sembra di cogliere lo sguardo di Neil Jordan su tutta l’America.  Una donna sola, piena di rancore, che riesce ormai soltanto a sparare e che non desidererebbe altro che essere fermata.

    Un film teso, spietato, bellissimo. Una lama che ti porti dentro, in silenzio. Uno specchio. Un regalo davvero.

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