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Radiografie – L’isola di Nim, di Jennifer Flackett

 

     

 

    La scialuppa si sgancia dai cardini e piomba nel mare in tempesta. Alexandra sfida le onde per andare a soccorrere una bambina che si trova sola su un’isola. E’ il turning point del film, il momento in cui il personaggio di Jodie Foster cambia completamente il proprio modo di interpretare la vita. Abbandona ogni buon senso e si lancia tra i flutti, ponendo così fine alla propria resistenza a crescere, a rischiare esperienze, all’inedito, che l’aveva caratterizzata fin dalla prima scena.

    L’Isola di Nim è il percorso di crescita e di maturazione di una donna, autrice letteraria di successo, che finalmente riesce a vivere ciò che aveva avuto il coraggio solo di sognare. Avrà come mentore una bambina, Nim, che della vita ha già capito molto più di lei. Nim infatti è già stata visitata dal dolore – è orfana di madre – e a undici anni sa cavarsela da sola su un’isola deserta, tanto che il padre scienziato si allontana per più giorni in cerca di microorganismi.

    Accade in questo film quello che è già accaduto per altri prodotti della recente produzione di Hollywood.  Anche qui, difatti, c’è una forbice che finisce per separare il centro focale del film dal suo protagonista. I bambini, comunque divertiti e contenti per gli innumerevoli momenti spettacolari, si identificano in Nim, che non a caso è centrale anche nel titolo. Il fatto è che il vero percorso non lo compie lei. Le vere azioni, gli ostacoli, i veri desideri profondi e per certi versi autenticamente drammatici sono tutti nel personaggio di Jodie Foster. Che però non è focalizzata come protagonista.

     La bambina è la protagonista concettuale, la scrittrice quella drammatica. E’ sempre un mezzo guaio quando le due cose non coincidono. Perché i concetti rimangono senza la forza delle azioni (alla fin fine la bambina in tutto il film manda due mail e non fa altro che aspettare che qualche adulto l’aiuti: l’invenzione della difesa dell’isola che lei organizza con gli animali è un modo per conferirle un mordente che rimane solo esteriore). Ma soprattutto le azioni rimangono senza concetti, senza valore. Estetica, intrattenimento. Niente dramma.

     Jodie Foster, una donna che invecchia con un’intelligenza strepitosa, è sempre lei: tecnicissima, cristallina, millimetrica. Ma il ruolo è pensato in piccolo, il personaggio non respira perché troppo citato – lo è esplicitamente – su quello femminile del primo Indiana Jones. Anche là una donna, delle fantasie, una paura totale del mondo. Anche là un momento di rottura e di uscita verso l’avventura. Anche là la ricompensa dell’amore. Il precedente è pesante e se si calcola che fuori dal multisala si vede il nuovo Indiana Jones in arrivo…. viene da chiedersi se quest’America non stia pensando strategicamente a un certo tipo di contenuti: trovare l’eroe che è in noi, che è poi l’alzata tematica dell’isola di Nim, con il dettaglio che invece che essere “alzata” una volta sola e chiaramente, è ripetuta mille volte e pedantemente.

     Certo un’America che sprofonda verso una recessione che alcuni economisti danno già per conclamata, con una sfiducia che corre come il vento e un futuro poco sereno, guarda caso rispolvera l’eroe che è dentro ognuno di noi. La fiducia. Il non arrendersi. Coltivare la forza in noi stessi è anche un bel modo per non guardare troppo fuori. Sì è una favola, ma i segni di una paura vera ci sono tutti. La scrittrice decide finalmente di prendere un aereo, e la scena in cui i metal detector impazziscono e lei subisce una perquisizione e una confisca di molti prodotti che sono proibiti nel volo, fa pensare gli adulti e li fa uscire per un momento dal film.

    Forse oggi nemmeno l’America crede più che si possano raccontare favole. Non senza passare dal via, da quel minimo principio di realtà che occorre in ogni narrazione per quanto fantastica. Direi che questo è l’aspetto più interessante del film per un adulto che vi si rechi: la dimensione più risicata che persino Hollywood concede alla fantasia pura. E’ una considerazione che mi è venuta spontanea perché a fronte di un momento storico difficile, la reazione del cinema in altri tempi era stata del tutto diversa. I tempi del musical, i tempi dell’alleggerimento e dell’evasione a tutti i costi. Oggi sono fiabe, ma fiabe spezzate.

    Il resto, nonostante il divertimento ritmico e visivo, è televisione: ancora un bambino orfano, ancora una tematica ecologista nel senso più disimpegnato del termine, ancora una retorica familiare. Un’ultima citazione per la giovanissima attrice. Fa pensare davvero all’esordio di Jodie Foster bambina. E sembra che  in questo film si passi fra loro come un testimone, un destino. La bambina è bravissima e sono convinto che la vedremo crescere e che ci emozionerà ancora e di più. Ma chissà in quale panorama saranno l’America e il suo cinema. Chissà quali saranno le fiabe.

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