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Lo spunto di oggi – L’arte di piacere

E’ una cosa che mi succedeva spesso anni fa, ora sempre di meno. Essere accusato di snobismo. I film che piacciono a tutti a te non piacciono mai, se non sono un po’ noiosi tu non sei felice, se si capiscono sono popolari e quindi non ti vanno bene, se invece sono incomprensibili sono geniali, se non succede niente sono poetici, se parlano del sociale sono coraggiosi ecc.

Confesso che ancora oggi nei miei corsi sostengo che se un libro o un film piacciono a tutto il pianeta, c’è qualcosa che non va. Ma è giusto motivare la battuta, e per farlo vorrei rifarmi alla realtà televisiva. Tutti noi siamo più o meno convinti di pagare un canone a Rai o Sky in cambio di una serie di servizi. Insomma, paghiamo per ricevere intrattenimento informazione e spettacolo. Invece… questo succede ma è una fetta ridicola del fenomeno. 

 In realtà Sky e Rai vendono noi ai veri sostenitori dei network: gli sponsor. Dire a uno sponsor che si hanno duecento spettatori in prime time e dirgli che se ne hanno tre milioni fa una certa differenza. Una differenza che consente ai network di sopravvivere o meno. Di produrre addirittura, in America. Lo sponsor per dare tutto quel denaro vuole essere sicuro che la programmazione nella quale compare con il suo marchio  sia seguita dal  più alto numero di spettatori.  Ed ecco che siamo noi, quindi, la moneta di scambio: noi che veniamo offerti all’inserzionista affinché l’inserzionista paghi e finanzi il network.

Ecco il punto, quindi: come costruire una serie che piaccia a tutti e che dia inserzionisti e soldi ? Una delle caratteristiche obbligatorie del prodotto globale è che non abbia punte. E cioè la troppa violenza, il sesso, la critica sociale ecc. Perché le punte sono sintetiche di posizioni antitetiche. Sono il contrario dell’accomodamento, sono punti di vista forti, penetranti. Le punte piacciono o dispiacciono, dividono. E quindi se si vuole accontentare tutti… si sta in mezzo.

Il fatto è che scrivere storie che senso ha se non quello di portarci in territori nei quali la vita quotidiana non ci conduce, perché farlo se non per guardare la verità con occhi diversi, se non per comprendere punti di vista lontani, altri cervelli e altri cuori ? Perché scrivere storie che confermino il mondo che già conosciamo o che – peggio – vogliamo pensare essere l’unico mondo  esistente ?

Ecco perché, in tutti questi anni, ho sempre evitato i prodotti di grande impatto mediatico. Oggi quando ne riconosco la perizia tecnica ne rimango ammirato.  Ma alla fine mi accorgo che cerco altro. Soprattutto, altro da me.

 

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