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Radiografie / Venezia 2007 – In the Valley of Elah, di Paul Haggis

 

 

 

    Piacerà. E secondo me profuma già di Oscar. E’ un film sulla guerra girato con sobrietà e dolcezza. Dai, è girato in modo inapparente e straordinario. E’ recitato bene. Ha la semplicità narrativa idonea alle grandi masse e una struttura simbolica di rapido accesso per soddisfare il pubblico che ama sentirsi acuto nel cogliere i messaggi. Tutti contenti.

    Paul Haggis ci porta in una storia di nuovi reduci. Un figlio torna dall’Irak ma non si fa sentire a casa e in caserma risulta assente ingiustificato.  Il padre, anziano militare in pensione, non tarda a temere il peggio. E indaga. Scoprirà un figlio diverso da quello che immaginava, e attraverso i filmati recuperati nel cellulare del ragazzo, una guerra in Irak diversa da quella che gli avevano raccontato.

    C’è una struttura profonda classica, nella narrativa occidentale, che viene definita scoperta della vergogna di un amico. Vale anche per parente, anche per figlio. In questa struttura l’elemento del segreto è basilare.  Una relazione di fiducia si incrina a causa di una realtà diversa da quella nota. Qui la fiducia tradita del padre è duplice: verso l’esercito e verso il figlio. A mio parere è in questo nodo profondo e centrale che il film imbarca acqua. Come può un veterano in pensione non sospettare nemmeno che l’esercito americano abbia torturato, abusato della propria forza ed ecceduto ? Ne sa di meno di un comune cittadino italiano che ogni tanto segue un telegiornale ? Qui c’era il perno di tutta la vicenda e del suo senso, e secondo me era fondamentale che reggesse il peso davvero.

    Paul Haggis ha fatto un film per dirci che una volta l’esercito non era così, che gli americani sono scandalizzati da queste notizie, che l’America ha bisogno di aiuto urgente. Da fuori non fa una grinza, perché il vecchio padre rappresenta l’America, che prima ha convinto i suoi figli alla guerra ed ora li piange vittime non solo belliche ma psicologiche e culturali. In questo modo Haggis fa della storia esterna il dramma personale del protagonista, e questo narrativamente funziona. Il film è molto ben congegnato, anche se il padre non cambia né volto, né idee né emozioni durante la storia. Qualunque cosa scopra.  Se lo si dice per il film di Andrea Molaioli con Servillo, bisogna dirlo anche di questo film.

    Una cartina di tornasole del mancato cambiamento di questo personaggio, si può trovare nella sua relazione con la moglie, splendida e intensissima Susan Sarandon. Se c’è cambiamento, evoluzione, si dovrebbe vedere proprio lì, nel matrimonio. Invece niente, questa moglie viene lentamente lasciata alla deriva e poi dimenticata, se non per un piccolo cenno, quando si capisce che non ubbidisce più a quello che il marito le dice.

    L’altra questione è relativa all’impianto narrativo. Perché il film è come tagliato in mezzo. Mentre il protagonista è il padre e la linea dell’azione è l’indagine, il personaggio che la conduce maggiormente è la giovane detective. Ne va di conseguenza che il protagonista fruisce delle azioni di altri più che delle proprie, diventando così lievemente passivo, e quindi più debolmente aperto al cambiamento e ai rischi che comporta.

    Ma più in generale, la perplessità è sempre quella: quando un film non nasce per mostrare ma per dimostrare, le conseguenze si vedono. E’ davvero difficile credere a un ex militare che non sappia nulla delle violenze in Irak. E ancora una volta un film di denuncia contro governo ed esercito americani diventa un lavoro ben confezionato, con sprazzi persino da cinema di genere. Che dice con grande evidenza una cosa facendole scivolare dentro quella contraria. 

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