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Radiografie / Venezia 2007 – Il dolce e l’amaro, di Andrea Porporati

 

 

 

    Lo Cascio guida un’auto lungo uno sterrato. Sta portando un uomo ad essere ammazzato.  Dietro di lui un’altra auto. Fuori campo la voce dello stesso attore, che accompagna tutto il film, ci spiega che un suo protettore gli aveva mandato dietro due dei suoi uomini. Sì, in effetti è esattamente quello che stavamo vedendo: una macchina che li segue con due persone a bordo.

    Penso agli insegnamenti che ho ricevuto sulla sceneggiatura televisiva. Ricordatevi che mentre al cinema la gente guarda lo schermo, a casa la gente quando la televisione è accesa stira e apparecchia la tavola. E quindi ? E quindi in televisione mostrare non basta se non si dice anche ciò che si sta mostrando, a beneficio di quanti stavano apparecchiando e non guardavano il monitor. E per carità non scorrete mai su due livelli, perché se uno non sta guardando in quel momento, o sta telefonando per cui guarda ma toglie l’audio, non capisce niente.

    Poi ricordo alcune mie pagine di sceneggiatura, piene di segni feroci che le attraversavano da parte a parte. La voce di Marina che diceva: il cinema è immagine. Falli parlare meno che puoi. Nel film di Andrea Porporati mi è sembrato di sentire più volte una scuola televisiva, non so se consapevole.

    A parte questo primo aspetto, ce n’è un secondo che mi ha molto colpito. Il momento in cui Lo Cascio decide di invertire la rotta della propria vita: non uccide l’amico d’infanzia che oggi è diventato un giudice, e uccide al suo posto il compare con cui aveva appena imbottito la macchina di tritolo. Il momento è di quelli belli, di quelli che rendono la sceneggiatura un luogo di percorso e di cambiamento: una svolta interiore netta e che vale la pena di raccontare insomma, e nei nostri film a volte questa è merce rara.

    Ma appunto come dicevo… varrebbe la pena di raccontare. Ne sarebbe valsa la pena. Invece questo cambiamento arriva senza un motivo. Per lo meno senza che il motivo sia raccontato con chiarezza e pienezza. Anche qui non si sarebbe trattato di far spiegare il dramma a Lo Cascio in un monologo, ma di valorizzare prima la sua interiorità rispetto all’amico giudice e ai compari di mafia.

    L’asse di pressione degli ostacoli dovrebbe sempre porre il personaggio di fronte a una scelta da ponderare bene. Da una parte i vantaggi di uccidere il giudice, dall’altra i vantaggi di non farlo. Se non siamo noi che scriviamo a dare valore ai momenti di svolta della nostra storia, chi glie ne deve dare ?  Togli peso a quella scelta, e il cardine del film si spezza, perché questa è la storia di un mafioso che si tira fuori dal giro, e tutto ruota attorno a questo momento.

    Il film secondo me è girato bene, ha attori abbastanza bravi, ma il problema è che le cose devono prima funzionare sulla carta. Si ha sempre la sensazione di averlo già visto, e la sala anticipa con sussurri alcune delle svolte determinanti.

    Nei nostri film, non ne parliamo in quelli sulla mafia, le scelte sono troppo spesso tra il bene e il male. Tra la colpa e la redenzione, tra quello che la gente comune intende per bene e per male. Ma il senso morale della massa è sempre qualcosa di fragile. Perchè è la massa che è fragile, che non ha interiorità. Invece le storie si guardano per capire cosa abbiamo dentro. Finché le scelte sono così grosse ma anche così rudimentali: uccido o non uccido, tradisco o non tradisco, noi continueremo a fare film buonisti. Che avvallano il senso comune e superficiale del giusto e del buono. Il centro del bene, al contrario, nelle storie si sposta. Sospendiamo il nostro privato, quello un po’ ipocrita collettivo, e assumiamo su di noi per la durata del film, quello del personaggio per cui facciamo il tifo. Lì si gioca la partita più vera e finale: andare in fondo alla corsa del personaggio tenendolo stretto al cuore.

     Abbiamo bisogno di ostacoli più precisi che rivelino lati più intimi, più dettagliati e specifici del personaggio. Di sentire la vita concreta muoversi tra le nostre mani mentre guardiamo. Così è tutto troppo teorico, timido e lontano. Eppure, anche il film di Andrea Porporati, mostra che in Italia c’è gente che sa girare, che sa fotografare, che sa recitare. Forse è solo una quesitone di coraggio.

     

     

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