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Radiografie – La Samaritana, di Kim Ki-Duk

 

 

    Ci sono film della pienezza e ci sono film del vuoto. Film che ti lasciano satollo, carico di immagini, significati, emozioni. Talmente belli e pieni di tutto che non puoi che trovarli magnifici. Provo spesso questa sensazione di fronte ai film di Coppola, di Scorsese, a volte di Spielberg. Lontani fra loro ma relativamente accomunati da questa passione per i fiumi in piena. Quando mi trovo così messo al muro, da tanta bravura, bellezza, da tanto budget, insieme al necessario: caspita, che lavorone, mi assale un senso ineluttabile di noia. Perché alla fine trovo che non ci sia stato lo spazio per me. E’ impopolare dirlo, probabilmente, ma durante The Aviator mi sono disperatamente annoiato.

    Il film di Kim Ki-Duk è dalla parte opposta della vita. Diseguale, discontinuo, tagliente e dolcissimo, imperfetto e limpido. Un’emozione continua, silenziosa e assordante. Nella lingua diversa che utilizza nei tre capitoli che lo compongono, Kim Ki-Duk ha un progetto solido e di profonda unità. Nel primo capitolo narra la storia di due ragazzine che hanno un rapporto saffico e di amicizia sincera. Una delle due decide di prostituirsi, alla ricerca dei soldi necessari per un viaggio in Europa da fare con l’amica. Così, l’altra diventa la sua organizzatrice. Telefonate, appuntamenti. Ma vistasi scoperta dalla polizia, la giovanissima prostituta si butta dalla finestra e muore dopo una atroce agonia.

    Nel secondo capitolo, rimasta sola, l’altra decide di restituire i soldi a tutti i clienti: prende appuntamento con ognuno di loro, e con tutti si presta sessualmente come aveva fatto l’amica, alla ricerca disperata di qualsiasi corpo abbia avuto a che fare con lei. Ormai quel viaggio non si farà più e i soldi non servono. Ma suo padre si accorge della sua attività. E’ poliziotto, e si fa giustiziere spietato dei clienti della figlia. Senza mai farne parola con lei, senza mai affrontare il discorso. Uno ad uno i suoi clienti vengono uccisi o allontanati.

    Nel terzo capitolo, padre e figlia si avviano alla tomba della madre, alla ricerca di un principio di unità e di dolcezza che sembra rotto per sempre dentro di loro. Il padre in questo viaggio le consegnerà l’automobile, le insegnerà a guidare, e le dirà: Ora va da sola, papà non ti seguirà più. Si autodenuncia al telefono, e viene prelevato sulla riva del fiume da una volante che lo porta via, mentre sua figlia – ora senza amica, senza madre e senza padre – procede incerta nei suoi primi metri da guidatrice, iniziando – ora sì – quel viaggio della vita che aveva progettato quando era molto più inconsapevole, insieme all’amica.

    Inutile parlare delle differenze stilistiche dei tre capitoli perché è già stato scritto moltissimo su questo film. Mi ha colpito, però, l’unità profonda del progetto, che fa sì che alla fine ci sentiamo molto soddisfatti dell’esperienza emotiva e visiva che abbiamo percorso. Nel primo atto c’è la storia, il presente. Ciò che accade spesso quando siamo molto giovani, in un presente per il quale siamo sempre impreparati e inconsapevoli. Nel secondo atto entra in campo il giudizio del padre poliziotto. Questo secondo atto è il giudizio sul bene e sul male, il nostro principio morale. E la giustizia terrena che si compie, in nessun’altra forma che la vendetta. Il terzo atto inizia con la tomba della madre e finisce con la promessa del viaggio che si intravede sulla riva del fiume. Sta a dire: come ricorderemo quello che è accaduto ? Come consegneremo all’eternità, alla memoria definitiva del significato e del cuore, quanto ci è accaduto in questi giorni ?

    Cosa ricorderemo di noi ? Di tutto quello che in questi anni stiamo facendo, pensando, scrivendo. Quale essenzialità c’è davvero in tutto quello che ci sembra prima divertente e poi importante ? La storia di Kim Ki-Duk ci richiama con tagliente, violenta poesia, a questo ciclo della vita nel quale agiamo, giudichiamo, ricordiamo (cioè: portiamo al cuore). E’ molto più che la semplice storia di una ragazza che perde un’amica. E’ un viaggio nel cuore alla fine del quale si sente una gratitudine infinita verso chi ci ha presi per mano e ci ha portati con sé.

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