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Radiografie – Come l’ombra, di Marina Spada

 

Marina Spada

    Ho visto il film di Marina Spada qualche tempo fa. Prima della color correction, con le musiche provvisorie e senza gli ultimi ritocchi. Oggi il film è approdato al Lido ed è stato accolto entusiasticamente da critica e pubblico.
    E’ la storia di una giovane donna, Claudia, che “sopravvive” a Milano – città – morta, e che nel deserto di senso e di affetto della propria vita incontra un uomo più vecchio di lei, suo insegnante di russo, con il quale intrattiene una flebile relazione. Un rapporto che pare servire più a sentire se si è ancora vivi che a progettare una vita. Il professore le chiede un giorno di ospitare una persona per una settimana. Una ragazza, forse una parente, ucraina: Olga.  La cosa si fa, anche se malvolentieri. Ma dopo qualche giorno di convivenza Olga scompare.  E’ allora che Claudia parte per una ricerca che si deve un po’ inventare, andando a buon senso e a istinto. Il professore è scomparso e la ragazza ucraina verrà ritrovata soltanto all’obitorio. Claudia parte in treno verso la casa di Olga, in Ucraina, portando con sé la sua memoria da restituire.

     Radiografiamo soltanto un momento della sceneggiatura: lo sgancio tra primo e secondo atto. Olga scompare. Questo evento ruota l’asse del film, e conduce la protagonista dallo stato soporifero e inconsapevole della sua vita fino a quel momento, a una lunga sequenza di azioni e di assunzione di responsabilità e di rischi.

    Da manuale la storia di Marina ha un primo atto potenzialmente suicida: quando una storia gravita intorno a un personaggio, quel personaggio non può essere passivo. Mi spiego meglio: le storie sono fatte di eventi, gli eventi sono quasi sempre azioni, le azioni sono mosse dai desideri, i desideri sono radicati nei personaggi. Ne consegue che se un personaggio non agisce non c’è storia. Tutto ciò che capita nella vicenda non capita a partire dal personaggio, ma semplicemente al personaggio. Ci dice poco di lui.  Non so se qualcuno ricorda ‘Nell’. Un film su una donna rimasta selvaggia e sola, che viene pian piano ricondotta alla socialità attraverso un durissimo cammino. C’era tutto perché fosse un film strepitoso, eppure non funzionò. Ci si chiedeva perché. Il perché era esattamente questo, secondo me: quel personaggio poteva solo subire, era impotente a qualsiasi azione. Tutto ciò che mandava avanti la storia capitava al personaggio più con casualità che per necessità.

    Così Claudia vive questo amoretto con il professore, poi riceve questa ragazza, e lei resta sospesa senza dire sì né no. Le cose le succedono. Ma poi Olga si perde. Qui nasce finalmente un desiderio. Non era una persona importante nella vita di Claudia, ma era lì fino a un momento fa… Questo è lo strepitoso inizio di secondo atto della storia. Il desiderio parte da una mancanza. Finché le persone o le cose le abbiamo, non le desideriamo: le abbiamo già. Il film si apre e corre su due binari: l’indagine dentro Milano è un’indagine dentro di sé. Claudia cercando Olga trova molto più di Olga: trova se stessa, trova il nome di ciò che le manca nella vita, trova la radice di ciò che muove le sue azioni, e quindi il suo desiderio profondo.

    Nella vita di Olga, Claudia vede specchiata la propria. Nello sradicamento da una terra, nel perdersi, Claudia sente delle rispondenze che non immaginava. Iniziare a cercare qualcuno o qualcosa è cominciare a capire perché lo si cerca. Iniziare un’indagine è cominciare a capire di che delitto si tratti, di che assassinio si stia parlando, di chi sia la vittima.

    Milano, fotografata da Basilico in modo più che visivo, quasi veggente, è il corpo sbudellato e svuotato di Claudia e di Olga, e questa capacità di riflettere nel mondo esterno e materico quello interno e spirituale, mi rimanda immediatamente a due film: “Deserto rosso” e “Il grido” di Antonioni (guarda caso storia di un uomo che peregrina per tutta la padania in cerca di un lavoro che non riesce a trovare, che si perde in mille rapporti sentimentali fugaci, e che alla fine si arrende all’evidenza di non aver trovato se stesso).

    Lo sgancio tra primo e secondo atto di questo film è una medicina per i nostri giorni. E’ la presa di coscienza che qualcosa ci manca, ci viene sottratto sempre. Olga scompare ogni giorno e il regalo più grande che ci fa è quello di farci muovere in ricerca. Perché la ricerca dell’altro diventa inevitabilmente ricerca di noi stessi. Perché intraprendere un viaggio per restituire la memoria di una persona alle sue origini, restituisce identità, memoria e dignità a ognuno di noi.

    In conclusione cosa dire…. Samantha Casella, Marina Spada… il cinema italiano pro-muove due donne, due film di grande interiorità, di grandi silenzi. Forse sì, qualcosa è cambiato.

     

     

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