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Radiografie – Il mio nuovo strano fidanzato , di Teresa De Pelegrì, Dominic Harari

 

    Ci sono luoghi e momenti, nella nostra storia personale, pieni di drammaticità e di dolore. Ognuno di noi ha più o meno conosciuto la malattia, la morte di un caro, o un conflitto violento che ce ne ha  diviso. Su momenti come questi si fa fatica a sorridere. Perché ci fanno male. Ci sono anche luoghi e momenti della storia comune contemporanea che ci fanno soffrire. E sono ancor meno facili da  gestire perché ognuno di noi li vede da un punto di vista diverso.

    Nel caso di questo film, la pagina terribile è quella del conflitto israelo – palestinese. L’intento, non facile, è quello di riderci su per dire cose estremamente serie. L’operazione di fondo è molto lineare: ricondurre le varie posizioni interne al popolo israeliano nell’alveo di una famiglia. All’interno della quale viene introdotto “il nemico”, il palestinese.  Sebbene sia stato scritto che si tratta di un film molto teatrale per il semplice fatto che vive di fitti dialoghi e di location limitate e ridotte, questo film è in realtà quanto di più cinematografico si possa immaginare.

    I diversi poli del conflitto (gli ortodossi, i progressisti, i militanti, gli agnostici) vivono nelle identità dei diversi componenti della famiglia. Esempio di sintesi drammatica e di polarizzazione radicale della narrazione, questo film è minuto dopo minuto straordinariamente centrato nel suo nesso dramma / tema. Non una gag che riguarda i personaggi è avulsa dal tema di fondo: l’incompatibilità delle due culture, il risentimento profondo e reciproco eppure la necessità di andare avanti insieme, di continuare a vivere. Di superare.

 

    La struttura profonda di questa storia è comune a illustri esempi passati. Si chiama “Amore per un nemico”, ed è fin troppo facile pensare a Romeo e Giulietta. Quando l’essere umano compie il supremo sforzo di imparare a fidarsi dell’altro, addirittura di amare l’altro sebbene di diverso schieramento e di opposta opinione, ecco che scatta la rivolta furiosa di tutti i suoi, di tutti quelli che sono stati la sua storia: i familiari, gli amici, la sua gente. E’ il difficile momento di crescita nel quale si impara a non giudicare le cose per la provenienza che hanno ma per ciò che sono realmente. In altre parole, il momento in cui si impara ad ascoltare. Leni, mentre il suo nuovo strano fidanzato è in bagno, dice a sua madre: “Ti chiedo soltanto di giudicarlo come persona”.  

    Ma questa famiglia non è soltanto metafora di un paese ricco di conflitti interni, ma anche di ognuno di noi quando entrando in dialogo con se stesso si ritrova diviso tra slanci verso l’altro e clamorose retromarce difensive.

    Forse può apparire bizzarro parlare di poesia di fronte a una comedy. Invece no. E vorrei chiarire bene perché. Quando un film “polarizza” la narrazione, significa che assume di volta in volta fino in fondo il punto di vista di ognuno dei suoi personaggi. Che le posizioni dei singoli non sono appiattite dalla sceneggiatura, non facilitano il corso della vicenda a beneficio dell’autore o della tesi che vuole dimostrare (orrore…). Significa invece che sono stati ascoltati a fondo, conosciuti a fondo dalla penna che li fa parlare e agire. Che chi racconta di loro sa pienamente di cosa sta parlando. Anche se la butta sul ridere. Quando un film è molto polarizzato, solitamente è scritto con un grande amore.  Sono i casi felici in cui la sceneggiatura non è l’opera del narratore, ma il luogo d’incontro, letto d’amplesso o campo di battaglia che sia – o come in questo caso letto di battaglia – di tutti i personaggi che la attraversano.

    Tutto questo significa un film scritto ascoltando e non decidendo per conto dei personaggi. Quand’è così, appare evidente una cosa: che tutti, dal loro punto di vista, hanno ragione. Perché ognuno di loro ha sofferto qualcosa di cui lamentarsi o su cui rivendicare. Se questo discorso fosse chiaro anche fuori dal cinema, forse avremmo meno guerre. E’ una via alla pace, questo film, affilata come una lama: non cercare di soprassedere alle motivazioni  dei contendenti, anzi andarci in fondo e comprenderle. Farle detonare, esplodere. E quando sono tutte dichiarate e “vomitate” con la giusta rabbia, osservare cosa rimane di tutto questo: un uomo e una donna che si abbracciano in mezzo a una strada, quindi nel pieno di un percorso anche pericoloso e instabile, e che si danno un bacio.

    Restano le persone che non si identificano con gli schieramenti di cui fanno parte né con le relative azioni di guerra. Due persone che si guardano in faccia e che si riconoscono per quello che sono.

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