Il David di Donatello

Mi sembra molto bella l’occasione del David di Donatello per far nascere questo sito. E’ un premio che ho ricevuto con un’emozione indicibile. E’ l’occasione per ringraziare tutti quelli che hanno lavorato a questo breve film: l’hanno fatto tutti gratis. Nessuno pensando a dove avrebbe potuto portare. Grazie a Cesare e Stefania, a Roberto Tronconi e ad Emiilio Giliberti. Grazie a Sottosopra, a Paolo e Andrea. Alla giuria, che ci ha permesso di essere là.
Con molta semplicità, mi auguro che questo luogo diventi una casa nella quale chiunque ha un’idea di cinema possa dirla e sostenerla. E quindi mi è d’obbligo cominciare… con un’idea molto piccola, ma per me fondamentale: il cinema è un regalo, e un regalo è sempre per qualcuno. Un film, per quanto bello possa essere, se non viene visto da un pubblico, non esiste.
Per questo ritengo che un regista che arriva alla fine del proprio lavoro debba essere consapevole di averne fatto soltanto metà. Non credo ai lavori titanici già risolti nella pienezza di se stessi. Credo ai film imperfetti e magari non del tutto risolti di chi non racconta una storia per infliggercene la morale, ma lo fa continuando a cercare di capirla.

Pubblicato da Giovanni

Mi chiamo Giovanni Covini. Faccio il filmaker e mi guadagno da vivere insegnando cinema. Nel 2006 ho vinto un David di Donatello e un Nastro d’Argento per Un Inguaribile Amore, documentario visibile attraverso il link sulla mia homepage. Nel 2012 ho pubblicato Le Ferite dell’Eroe, per Dino Audino Editore. Nel 2017 lavoro ad una docu-fiction sul rapporto fra Cristiani e Musulmani, attraverso il Romeo e Giulietta di Shakespeare.

Una opinione su "Il David di Donatello"

  1. Mi piace il concetto di film imperfetto. E’ probabilmente quella storia che arriva in via diretta, ma arriva al cuore. Con tutte le sue imperfezioni. E’ come un racconto che esce libero senza passare attraverso troppe revisioni, carico di emozione seppur con qualche spigolatura ancora grezza. E’ come un attore che si racconta senza eccessive paranoie di dizione. E’ espressione di coraggio perché chi racconta storie si mette in gioco.

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