Jean Claude Carrière

Jean Claude vuole lavorare sul finale di una storia. Sul miglioramento della nostra capacità di chiudere le storie. Troppi finali deboli, indecisi, non chiari nelle storie che vede in giro.

Siamo a Montalcino, è giugno e ho 24 anni.
La sala è ampia, con finestre piene di luce. Jean Claude ci chiede di disporre le sedie in cerchio.
Siamo tutti diplomati da poco in diverse scuole di teatro.

Chi ha una bella storia da raccontare con un finale che non gli piace?

Diversi fra noi raccontano qualche storiella. A un certo punto Lino prende la parola.

È un mito indiano. Racconta la storia di un uomo che non vuole morire.
Per realizzare il suo sogno si reca da un vecchio saggio.
Il saggio gli dice: “La vedi quella montagna davanti a casa tua? Spostane un cucchiaio al giorno. Finché non l’avrai spostata tutta, tu non morirai.”

L’uomo se ne va tutto contento e vive così numerosissimi anni.
Ma un giorno si accorge che la montagna sta per finire e si reca di nuovo dal saggio.
“Lo vedi quel lago davanti a casa tua? Bevine un cucchiaio al giorno e finché non l’avrai finito non morirai.”
L’uomo torna a casa contento e vive così per molti anni.
Ma un giorno si accorge che anche l’acqua del lago sta per finire.
E torna dal saggio.
“Sei ancora qui? Senti, fai una cosa. Sali sul tuo cavallo. Fai il giro del mondo. Ma stai attento. Non devi scendere mai.
Se riesci a fare tutto il giro del mondo senza scendere da cavallo, sarai immortale.”
L’uomo torna a casa contento, nutre bene il cavallo, carica quello che gli serve e parte.
E fa tutto il giro del mondo. Quando sta per arrivare a casa, su una larga via, vede un uomo anziano sul bordo, che fa segno di aiutarlo ad attraversare. L’anziano si trascina dietro un enorme cumulo di scarpe vecchie.
Il nostro eroe si commuove, scende dal cavallo per aiutarlo, ritenendosi ormai virtualmente arrivato a casa.
Ma appena scende si sente male e agonizza.
Il vecchio gli sorride: Ah ecco, mi stavo preoccupando. Io sono la morte. Dammi le tue scarpe.

Jean Claude ha un sussulto. Ah no! Non può essere così stupido! No no no no. Aspetta un attimo.

Si alza e va in mezzo al nostro cerchio di sedie. Mette la mano destra avanti a sé come a tenere una briglia.

Aspetta, sono a cavallo e sto finendo il giro del mondo.
Tra poco sarò immortale.
Devo solo superare…. ah ecco sì ragazzi, questa è la prima cosa che non funziona: non può essere una larga via. Deve essere una via stretta… dove non si può passare in due… anzi no: un ponte! Un ponte strettissimo. Noi siamo occidentali, abbiamo bisogno di un conflitto finale. Allora sono qua, trotto tutto felice… e davanti a me… chi è quel vecchio sdraiato con tutte quelle scarpe rotte appresso?
– Ehi tu, vecchio
– Dici a me?
– Sì bravo dico a te. Spostati.
– Ah ma vedi veramente io…
– No no no guarda, non vedo niente. So benissimo chi sei. Tu sei la morte e quelle sono le scarpe di tutti i morti e se scendo da cavallo ti prendi pure me.


Jean Claude fa una pausa e ci guarda: Capite ragazzi? Dovete alzare l’intelligenza del conflitto. Alzate l’intelligenza dei personaggi se no la battaglia non vale niente!

– Io…? ah ah… ma cosa dici… tu invece…. chi sei? Massì!! Tu sei il Cavaliere di Montalcino!!!
– Esatto, bravo, perciò levati.
– L’immortale!
– Ecco appunto, devo arrivare sull’altra sponda per questo.
– Ehi gente!! Gente!!! Venite!! C’è il Cavaliere Immortale qui!! Il Cavaliere che ha vinto la morte!!
Il ponte si riempie della gente che accorre, il Cavaliere inizia a sudare e vede il ponte ostruirsi.
– Ehi, levatevi tutti! Devo passare! Devo arrivare di là!!
– Ma perché? Scendi a festeggiare con noi! Tu sei già immortale!
– No, devo arrivare a Montalcino.
– Ma è là Montalcino, dietro di te! L’hai già passato!


Jean Claude si volta dietro di sé sobbalzando.

Oh mamma… è vero…. è vero!!! È tutto vero, sono immortale!!!
Allora scende da cavallo e comincia a stare male.

Jean Claude porta le mani al petto.
Poi di colpo invecchia, guarda in tralice:
– Io sono la morte, è vero. Ma quella montagna non l’ho spostata io.

Il cerchio rimane un attimo in silenzio. Siamo storditi. Qualcuno gli chiede come abbia fatto, come gli sia stato possibile in così poco tempo.

– Dovete imparare a rubare. Ho pensato al Giro del Mondo in 80 giorni e ho sostituito il tempo con lo spazio.

Nei giorni successivi tocca a noi e ognuno propone un finale diverso, che lui commenta. Quando tocca a me gli sono seduto di fianco nel cerchio. Mi ascolta e dice: Là on voit un effort de cohérence e mi dà un buffetto sulla gamba destra. Me lo sarei ricordato per sempre.

Negli anni avrei pensato al fatto che quando il Cavaliere parte da Montalcino la montagna era già spostata, quindi così il finale non regge. E avrei anche considerato che il mito indiano forse parlava del fatto che se non riesci a dimenticarti mai di te stesso e se sei in grado di non scendere mai da cavallo in tutto il mondo perché ti innamori di qualcosa, non puoi morire perché non hai mai vissuto. Il Cavaliere non viene fregato: viene promosso a morire. Finalmente ha vissuto.

Sì. Tutto vero. E se devo scegliere di salvare una storia, scelgo quella indiana.

Ma nella mia vita non avrei assistito mai più a una dimostrazione così abbagliante di talento. Eravamo sbigottiti dal suo finale e dalla naturalezza con cui tutto era avvenuto davanti ai nostri occhi.
Come fare ora a finire questo pezzo? Come misurarsi con il finale, a questo punto?
Lo lascio a lui.


È l’ultimo giorno, siamo alla fine del nostro tempo insieme.
Jean Claude ci fa alzare in piedi, sempre in cerchio. E ci chiede di prenderci tutti per mano.
Dice poche parole, a mezza voce, assorto. Di gratitudine per il lavoro che abbiamo fatto insieme.

Poi fa una pausa e chiude:
Ce groupe là, ne se réunira jamais.






Tonino

Che ridere Tonino, noi due.

Tu sei un cardigan che trema avvinghiato a un bastone, i pantaloni troppo larghi e usurati, gli occhi puntati al di là della strada vuota verso il semaforo rosso. Io sono quello accanto a te, con la mano in tasca che districa gli auricolari dalle chiavi. Il viale è deserto ma noi stiamo fermi. È fine maggio del 2020, i tuoi occhi frugano il quartiere e si sincerano che sia ancora lì. Il mondo è ricominciato da qualche giorno e si sta rialzando come quando cadi in moto e non sai ancora come stai.

È il 1981 e il mondo sogna con Momenti di gloria, ma l’idea di guardare la storia di due tizi che corrono non mi passa nemmeno per il cervello. Quell’anno cammino per le vie di Milano con la fermata dello Zoo di Berlino nella testa. È Christiane F. la ragazza che vorrei conoscere e tutto quello che scrive nel diario lo racconta solo a me. È con lei sotto braccio che mi siedo sulla poltrona del tuo negozio. Stai facendo la permanente a una signora. Sei giovane, basso e grassottello. Il tuo è un negozietto ma sei uno dei pezzi grossi della scuola per Parrucchieri di Milano.

Mentre tra Christiane e Detlef succedono fatti atroci, spieghi alla signora che il capello ha dei ponti interni che vengono spezzati dal trattamento e che questo gli conferisce poi la forma a ricciolo.

Il 21 Ottobre del 1984 muore François Truffaut. L’ho scoperto da pochissimo vedendo per caso il suo penultimo film: La signora della porta accanto. Fanny Ardant, Gérard Depardieu e nient’altro. Amarsi, perdersi, ritrovarsi, riprendersi, riperdersi. Per la prima volta percepisco la sensazione di un film che era da sempre dentro di me. Qualcosa di archetipico, selvaggio e profondo che è semplicemente riemerso a colpi di bellezza.

Stavolta non c’è nessuno quindi mi siedo direttamente io. Chiacchieri, chiacchieri sempre. Ti informi, dai consigli sulla vita. Una saggezza buona, da bar. Non il bar dell’alcolico ma quello del caffè della mattina presto. Una saggezza da lavoratore vero, che si è fatto da solo e non molla un giorno. La velocità delle lame vicino alle orecchie, la cautela con cui la forbice si posa sulla pelle nei tocchi di fino. La butto là, per fare colpo su di te.
“Tonino, ma è vero che il capello ha dei ponti interni che vengono spezzati dal trattamento per fare la permanente?”
Ti blocchi, mi squadri.
“Certo che è vero. Chi te l’ha detto?”
“Ma un paio di anni fa lo dicevi a una signora qui da te”

Fai una pausa. “Bravo! Sei intelligente, perché ricordi le cose”

Tanto intelligente non sono, se trovo il latino intraducibile e la matematica di un altro pianeta. Ma in molti momenti difficili ripenso a quella frase e il tuo negozietto rimane ancora oggi un angolo di memoria in cui sono stato apprezzato.

Poi cambio casa e dal negozietto non passo più. Per anni. Sono quelli di Melanie Griffith che mi travolge quando è Una donna in carriera e mi tocca il cuore come poche altre volte quando è Emily, la detective newyorkese di Una estranea fra noi. L’ultima inquadratura rimane stampata nel mio DNA. Decido che quel primo piano è il cinema secondo me.

Nel frattempo il mondo gira. Gli anni ’80 sono finiti e qualcosa di oscuro si muove. Scoppia Mani Pulite e il sottofondo è il bosco vicino a Quantico, dove la recluta Clarice Starling si sta allenando per diventare un’agente dell’F.B.I. Inizia per me l’epoca di Jodie Foster e mentre le indagini decapitano la politica italiana, dentro di me pulsano le parole di Hannibal: “E come iniziamo a desiderare? Leggi Marco Aurelio: guardando quello che c’è intorno”. Il mio amore per il cinema scende in una profondità diversa. Comincio a sentire che per questo tipo di immersione il prezzo è la solitudine. Vale per tutte le esperienze di profondità, ma in quel momento non lo so.

Per tutti gli anni ’90 non ci vediamo. Un decennio di salita pura che si chiude con il sorriso costruito e splendente di Gwyneth Paltrow in Shakespeare in love, prima del finale incandescente del decennio. Il congedo dal mondo di Eyes wide shut, la lotta intestina di Fight Club, la visione ancora incompresa di Matrix e lo splendore di American Beauty. È un momento in cui persino a noi riesce benissimo un film. È il primo di Gabriele Muccino: Come te nessuno mai. E purtroppo mai più.

È nei primi anni 2000 che ripasso davanti al negozietto. E a quel punto lo trovo chiuso. Mi fermo un momento a guardare e dentro di me sono sicuro che non ci sei più.

Cambio casa di nuovo e inizio a lavorare in Paolo Grassi. A duecento metri dal tuo regno, che oggi è riaperto ma è diventato tutt’altro.

E poi ci ritroviamo così. Al semaforo. Tu con le mani che tremano, io senza un capello in testa. Per un momento penso di dirti: “Tonino, che me la dai una spuntatina?”
Ma sono anni che ho scelto di evitare. Non mi servono più le parole per sentire vicino qualcuno. Sto come te, con la strada deserta e il semaforo rosso. Quello che abbiamo vissuto è tutto dentro di noi, anche se il cervello non ci arriva più. Non si perde niente nel nostro sentire.

E allora eccoci qua, Tonino. Questo è il 2021.
Nessun film in programmazione.

Che ridere adesso, noi due.

La Nigeriana

Nel primo pomeriggio scendo con Saphira. Facciamo un giro sotto casa, lungo il campo. Estrema periferia sud, a ridosso di un grande viale d’accesso alla città. Abbastanza aperto per il passaggio delle cicogne e dei germani. Qualche fagiano ogni tanto sbuca con voli brevi e tozzi dai cespugli di more e dagli alberi da frutto incolti. Prugni, meli selvatici, alianthus.

Molti di quegli alberi sono caduti e non sono mai stati sistemati. Uno ha continuato a vegetare e ogni anno fiorisce e lancia fronde dal basso. Un angolo di abbandono e degrado, dicono i condomini. A Saphira piace. Annusa tutto un universo prima di tornare sul divano.

In primavera gli alberi da frutto sparsi qua e là fioriscono insieme con una violenza cromatica che dopo un inverno mi stupisce sempre.

In mezzo al vialone ad alta velocità di scorrimento c’è un’aiuola e sull’aiuola c’è il gruppo delle nigeriane. Prostitute che vanno avanti e indietro tra le siepi. Nel controviale, dove passeggio con Saphira, arrivano i clienti. I più giovani hanno la mia età. Alcuni non diresti che potrebbero essere mai più interessati. Invece. Accostano e agganciano le nigeriane con uno sguardo. Le ho osservate spesso attraversare il vialone per arrivare alle macchine. Controllano la strada e attraversano con passi lenti, non si scompongono mai. Una camminata maestosa che non ha paura di niente.

Per arrivare al loro posto di lavoro passano sotto casa mia. Sciàmano, ciarlano, qualcuna ogni tanto grida un po’. Ridono. Tra loro ridono moltissimo. Vestono bene. Colori caldi e forti, nessuna volgarità particolare. Non ce n’è bisogno. Chi passa di qui sa cosa cerca e sa dove trovarlo.

Al di là del vialone ci sono gli orti e alcune capanne. Tre anni fa divampò un incendio. Mi trovavo lì proprio in quel momento. Scesi dalla macchina, c’erano altre tre o quattro persone. Un incendio che distrusse tutto, era un vero muro di fiamme. Ci domandammo se potesse esserci qualcuno dentro quelle fiamme, mentre stavano chiamando i vigili del fuoco. Davanti a me c’era lo stradone a due sensi. Rimasi bloccato, senza sapere cosa fare se non aspettare i soccorsi. Alla fine dentro non c’era nessuno.

Ma la domanda mi è rimasta sempre e non me la toglierò mai. So benissimo che là dentro sarei morto, ma se là dentro ci fossero stati i miei figli avrei fatto questo ragionamento? Porterò questa domanda con me perché ci sono fotogrammi che arrivano apposta a porti un limite e a mostrarti la tua incapacità di venire a capo della vita. Dieci anni fa ero in autostrada e incappai in un incidente. Era circa 100 metri avanti a me. Le macchine inchiodarono e così feci anch’io. Mentre stavo raggiungendo in frenata brusca l’auto davanti, vidi chi c’era dentro. Il padre guidava e la madre era seduta di fianco. Ai posti dietro, due bambini piccoli. Il padre si voltò in un lampo e ne prese uno per portarlo davanti e salvarlo dall’impatto imminente, poi fece lo stesso con l’altro.

Ecco. L’uno e l’altro. Chi dei due per primo? Quello che scegli in quel momento l’avrai scelto per sempre. E non basterà una vita a cercare il perché. Quando penso a quell’incendio penso a quel padre. Ci penso con un’amicizia viscerale, come a chi è messo davanti a un bivio e poi magari gli va bene ma nello stomaco non smetterà di chiedersi il motivo delle proprie scelte.

Sulla stessa strada dell’incendio, poche mattine fa, verso le 6 vedo un riccio con la testolina incastrata in un pezzo di tubo di ferro. Sbatteva piano da una parte e dall’altra, condannato. Chissà cosa stava cercando quando ci si è infilato dentro. Mi sono avvicinato piano con Saphira e delicatamente ho sfilato il tubo dalla sua testa. Si è rannicchiato in difesa, tutti gli aculei fuori. Mi sono allontanato e dopo qualche minuto ha risollevato la testolina, si è guardato intorno e ha ripreso la strada.

Esiste una mano che ci sfila la testa da ogni tipo di tubo, forse.

Nel frattempo ieri pomeriggio scendo per il solito giro e una delle nigeriane sta andando al lavoro. È qualche metro davanti a me e a Saphira. È alta, non bella. Ma cammina come una gazzella (devo rivedere le mie idee sulla bellezza). Passa sotto il prugno. Sotto quel prugno ci vanno un sacco di persone. Con sedie, scalette, sgabelli. Ho sempre pensato di non prendere quella frutta perché è così tanta la gente che ci va e molta di quella gente ha l’aspetto di chi la frutta quella volta è riuscita a non doverla comprare. Ne assaggiai una tre o quattro anni fa ed era meravigliosa, comunque.

Allora. Lei passa sotto il prugno e noi le siamo dietro. E all’improvviso, senza fermarsi, alza il braccio e ne strappa una tenendola tra l’indice e il medio. Non si ferma neanche, è un gesto solo, selvaggio e magnifico. Cammina, strappa e mangia. E con lo stesso passo attraversa il vialone e si mette sull’aiuola.

Ai miei occhi non c’è nulla come la bellezza involontaria delle donne. Quella non preparata, non allestita. E che ovviamente non si paga perché chi la sparge attorno a sé non sa di averla.
La bellezza non cercata dagli uomini.

Silvia Romano – Cappuccetto Verde vs Lupo Daltonico

Cappuccetto Verde

Il momento che amo di più di Cappuccetto Rosso è quando la bimba si stupisce dell’aspetto della nonna. Che mani grandi hai… che occhi grandi hai… che bocca grande hai… E tuttavia, prima, sempre quel “Nonna…”

Nonna indica un grado relazionale più che un’identità. Quando ti chiamo così ti definisco per ciò che sei rispetto a me, non per ciò che sei in te stessa. Cappuccetto Rosso coglie le differenze tra quell’essere così strano e l’aspetto che la nonna ha sempre avuto. Non dice Che mani brutte hai, dice solo grandi. Grandi per essere quelle di mia nonna. Così come gli occhi. Così come la bocca. Non sei più la nonna che conoscevo io.

Ho pensato a Cappuccetto Rosso appena ho visto la foto di Silvia Romano. 

L’ Italia/Mamma pensa: glie l’avevamo detto di non percorrere la via della cooperante in Kenya. Disobbedendo ha incontrato il Lupo. Che l’ha rapita, forse stuprata, forse messa incinta. Forse condizionata nella mente e nello spirito. E adesso ecco cosa ne è di lei: è diventata una di loro. Una dei lupi. La sua trasformazione visivamente è una trasfigurazione: Cappuccetto Verde.

E chi paga per questo? Noi, la Madre (Patria). Con un salato riscatto che il Lupo ha già dichiarato di voler utilizzare per comprare altre armi (forse proprio da noi). In questo, una parte di Italia/Mamma si sente anche Italia/Cacciatore, cioè sente di aver rischiato e pagato del proprio per liberare Cappuccetto Verde.

Non entro in questioni politiche e di Intelligence – sono fondamentali nella lettura della vicenda, ma non ne ho le competenze.

Rifletto solo sul fatto che la nonna è la mamma della mamma. È la radice. Mi sono sempre chiesto perché la nonna abitasse così lontana dalla mamma, perché Cappuccetto Rosso dovesse percorrere una strada che per quanto diversa da quella del bosco sarebbe comunque stata così lunga.

La mamma che manda cibo alla nonna è la vita che nutre se stessa chiudendo il cerchio della gratitudine. La mamma è stata nutrita e ora restituisce. Per Cappuccetto Rosso è quindi un viaggio verso le radici e verso l’essenza del dono della vita. A lei non sta scegliere se compierlo o meno, perché è una bambina e può solo ubbidire alla mamma. Ma può scegliere il come. Il come è la zona di libertà, è la variante che ognuno di noi sceglie di sentire nella vita.

Cappuccetto Rosso può scegliere per dove passare, chi frequentare nel suo percorso, quali situazioni incontrare per sé. Ecco spiegata la distanza tra le case. La vita concede a Cappuccetto Rosso di uscire dal campo visivo della legge materna e di poter andare fuori strada, di passare alla guida del proprio convoglio per decidere la rotta.

Per alcuni di noi andare alla radice, andare dalla nonna, significa passare dal bosco, dalla strada non consentita e oscura. Essere spaventati, rapiti, subire violenza. Essere salvati da altri a loro spese. Lontani dal buon senso alla ricerca del senso buono delle cose.

Rispetto alla legge Cappuccetto Rosso è colpevole. Rispetto al senso del viaggio Cappuccetto Rosso è cresciuta. Ha conosciuto il male. Ha imparato più di quanto il rispetto della legge non le avrebbe consentito di imparare. Del resto la legge serve ad arginare il male, non a sviluppare la vita.

Ma è a questo punto che la nostra vicenda con Silvia Romano rimescola le carte in modo narrativamente meraviglioso e socialmente pericoloso.

Molti media vociano allibiti: Che mantello verde hai… Che pancia grande hai… Che fede assurda hai… Siamo la Madre da cui Cappuccetto Rosso ritorna ma ci stiamo ponendo su di lei le stesse domande che Cappuccetto Rosso si era posta sulla nonna. Sono domande mosse dal disorientamento e dalla paura. Dalla forbice che si spalanca tra ciò che Cappuccetto Rosso è sempre stata per noi e ciò che Cappuccetto Rosso è diventata per sé.

Finché considereremo Silvia Romano in rapporto a ciò che era per noi, la faremo transitare dal sequestro del corpo a quello del confronto. È lo sguardo di molta stampa che non vedeva l’ora di sbranarla. E allora sì, la vediamo finalmente come preda. Perché il punto di vista del Lupo ci mancava. Eravamo pronti a riaccogliere la nostra figlia dispersa e a perdonarla, ma che si presentasse convertita e felice è un doppio colpo alla logica della storia. Vediamo Cappuccetto Rosso ed è diventata Cappuccetto Verde. E ci ritroviamo lupi daltonici e confusi.

Ben venga questa confusione, perché Silvia Romano non è libera di essere nostra. È libera di essere se stessa, qualunque cosa questo se stessa significhi.
Abbiamo appreso della liberazione di Silvia Romano.
Non abbiamo ancora capito che è libera.

Il Venerdì Santo del mondo

Semaforo e cielo

Aprile scocca un tramonto radente sui prati davanti alle mie finestre, rimbalza sul guard rail ai bordi dei campi e tinge d’arancio le mie pareti per circa mezz’ora. La periferia è il confine tra mondi e qui le strutture urbane se la giocano con i fagiani, le nutrie, i germani e gli aironi. Le lepri, soprattutto al mattino presto.

Mentre giro una serie di time lapse di questi tramonti, penso a questo Venerdì Santo. Il Coronavirus lo ha trasformato da credenza religiosa soggettiva a esperienza laica collettiva. La sospensione forzata tira una riga di silenzio su cerimonie apparati canti simboli precetti orari  paramenti processioni confessioni comunioni scambi della pace benedizioni preghiere formule eccetera. E ci precipita dalla celebrazione all’esperienza diretta, dalla ritualità della messa alla messa alla prova della realtà.

Il Venerdì Santo quello vero, quello che ci tocca credenti o non credenti nella vita, non è programmabile come una funzione in Chiesa. Non scegliamo noi il nostro dolore, non scegliamo quando sentirlo né dove. Non scegliamo noi la morte e se lo facciamo è perché la preferiamo al peggio, non certo perché fosse nei nostri desideri di bambini.

Il Venerdì Santo quello vero non si organizza. Non si fa su appuntamento, anzi si cerca di evitarlo. Il digiuno che impone non dura un giorno, non fa discriminazioni per età e salute, non è puntuale in un luogo ma più pandemico di questo virus. È in ogni luogo e momento in cui muoiano qualcuno o qualcosa.

Nel Venerdì Santo quello vero non c’è nessuna promessa di rivedersi a Pasqua per un momento di gioia, come dicono i preti. (Me lo sono sempre immaginato questo fatidico momento di gioia. Un momento eh, uno solo. Al mio tre. Ecco.)

Vedo in questo silenzio imposto una grande provvidenza. Stavolta lo facciamo davvero, il Venerdì. Meno celebrazioni e più esperienza. Credenti e non credenti, come è sempre stato. Ed è ovvio che sia così, perché il Venerdì Santo non è il giorno di chi crede: è il giorno di tutti. La fede riguarda la Domenica ma nel Venerdì in cui si muore non c’è bisogno di credere, basta un giornale radio.

E nonostante la pulizia mentale che questo silenzio può portare con sé, un pensiero da Venerdì Santo che da bambino ho sentito ripetere infinite volte continua a tampinarmi: Dio ha mandato suo Figlio sulla terra a morire per riscattare il peccato dell’uomo.

Okay. In pratica: Dio Padre ha mandato suo Figlio a morire in un modo orrendo per riscattare gli uomini presso se stesso. Non so se mi spiego.

È una prospettiva che troverei quasi comica, se non ci sentissi tutto il peso di secoli di oppressione e di oscurità, di rinuncia alla ragione e al buon senso anche minimo sindacale. Ho molto rispetto per chi pratica un cattolicesimo ortodosso, ma mi domando come si possa rinunciare così tanto al pensiero.

Sempre per buon senso – se ce n’è uno e per chi ci crede – la vedo più come se Dio avesse detto: “Ecco, guarda: la peggio cosa che potevi farmi, io la trasformo in un regalo per te”. Tipo acqua che diventa vino. Sempre che ci si creda. Ma almeno questa sarebbe davvero una trasformazione di significati potente, che ribalterebbe la vita a esserne capaci.

Il Venerdì Santo del mondo è qui, ci siamo dentro. Stavolta ci siamo dentro davvero. Sento questo dolore collettivo e al tempo stesso sono grato di questo silenzio, della verità di noi stessi che forse adesso ci è un po’ più vicina.
Muovo passi incerti tra l’aldilà e l’al di dentro.
Sento che il mio spirito non soffre la mancanza di nulla. Non mi mancano nessuna messa, nessun appuntamento, nessuna occasione sociale.
Amo fare parte di questo momento, amo esserci dentro.
Amo pensare a questo Venerdì.
Amo pensare che è Aprile.

 

Andrà come andrà

 

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Oltre 4.000 morti, a stragrande maggioranza anziani. Parchi e giardini chiusi. È un siluro sull’infanzia dei bimbi che i nonni portavano a giocare. E sembra rivolto a loro questo andrà tutto bene, mantra nazional popolare di questi giorni.

Andrà tutto bene è una promessa che non puoi fare, perché non hai niente in mano per poterla mantenere. Si fa per tranquillizzare, per non perdere fiducia. Ma si fa a dispetto della più smaccata evidenza e tranquillizzare senza nessun rapporto con la realtà somiglia a tradire.

Anziché promettere quello che non puoi mantenere, stai con me in quello che non puoi evitare. Accompagnami, se sei un adulto. Non come hanno fatto quelli per cui era solo un raffreddore. Ecco, loro ci stavano tranquillizzando. Non è stato molti giorni fa. Ora bisognerebbe chiedergli se ogni anno a Bergamo sfilino camion militari pieni di bare di morti di raffreddore.

Non andrà tutto bene per il semplice fatto che per molti è già andata molto male.

Andrà come andrà. Perché se ascolto questo tormentone con le orecchie di un bambino che ha perso il nonno – ma peggio il padre, la madre, un fratello – quello che sento è che questa frase è per gli altri. Per gli altri italiani forse andrà tutto bene. In casa mia quella sedia da oggi è vuota e resterà vuota per sempre, senza nemmeno il ricordo di un funerale.

Oggi dalla classe di Francesca un genitore ha inoltrato un video di Sky che celebra le vittorie italiane nello sport e ci spinge a lottare insieme contro il Coronavirus. Il mio dirimpettaio espone un’enorme bandiera italiana. E capisco che a essere attaccata è l’Italia. Fatico a entrare in questa logica, ma questa è la logica. Se l’attacco è all’Italia, il virus è lo straniero. È sempre l’altro da noi e lo sappiamo, è un discorso vetusto.

Ieri ero all’Esselunga. Ci abito a 5 minuti di macchina. Sono uscito alle 15 e sono rientrato alle 18. Sono stato in coda nei parcheggi sotterranei. 5 o 6 metri tra una persona e l’altra. Mascherine. Silenzio. La gente all’Esselunga si muove in modo diverso. Lì ho capito che sappiamo reggere questo momento molto meglio di quanto l’imbonimento nazionale voglia farci credere. La gente sa cambiare. Ho visto uomini e donne abbassare lo sguardo sul proprio passo, fare le proprie cose con essenzialità, con semplicità, con una cura che non avevo mai visto.

In questo tempo c’è un dono silenzioso e difficile. Ci stiamo risvegliando persone. Non italiani, non tifosi, non sani per diritto divino. Esseri umani. Attaccati alla vita e fragili, finalmente. Era moltissimo tempo che avevamo bisogno di un reset. Ridare un valore sensato alle cose, imparare a dimensionarle per quello che sono.

Questo virus entra in noi non solo a livello fisico ma anche a livello spirituale. Ci rendiamo conto che questo corpo non siamo noi ma è qualcosa che abitiamo in comproprietà con molte altre forme vitali che lo usano come taxi. Non solo il Coronavirus ma ogni tipo di virus e di batterio. Anche dire che questo corpo è nostro si sta facendo difficile. Perché se il virus è più forte se lo prende. Il corpo è di chi se lo prende. Sentire autenticamente di essere in un corpo ma di non essere quel corpo, è un altro dono. Perché il senso del corpo che abbiamo è malato davvero di una malattia incurabile. È un luogo performativo e lucrativo, ha assunto una carica identitaria assolutamente eccessiva. Il Coronavirus ci dice che non è nemmeno un taxi: è un autobus di linea e può essere dirottato in qualunque momento.

Andrà come andrà, perché il lieto fine già tragicamente sbugiardato di questa promessa è un’istanza buonista che ci sta avvelenando da anni. Basta con il far finta che il dolore non ci sia, iniziamo a raccontarlo con sobrietà e con verità. Basta anche spettacolarizzare il dolore. Quando lo spettacolarizzi hai ancora voglia di piacere al pubblico, di fare colpo. La profondità di questo silenzio collettivo in questo momento ci rende spettatori più maturi e finalmente adulti.

Gli show televisivi cancellati, il silenzio post atomico di questo tempo, fanno balzare all’occhio il disordine falso del mondo com’era fino a 2 settimane fa. Stiamo forse capendo che rimuovere la morte è idiota. Semplicemente idiota. Siamo abbastanza forti da poter soffrire, ma un’umanità che si fa imbonire dai tormentoni è più controllabile e non c’è l’interesse a cambiare la cultura, se no la televisione lo starebbe già facendo.

Andrà come andrà. E impareremo a viverlo come potremo.

Il Cinevirus – Guida filmica alla quarantena

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L’arrivo di un virus sconosciuto e il conseguente allarme sociale ci rimandano dritti alla ferita dell’invasione. Si alzano mascherine, si abbassano saracinesche. In ogni altro essere umano potrebbe annidarsi l’invasore e ognuno cerca di issarsi sul piolo più alto della scala mentre l’allagamento cresce.

In questi giorni possiamo vedere attorno a noi e anche in noi stessi un grande campionario umano di sistemi difensivi rispetto all’invasione.

L’invasione è l’altro da me che vorrei lontano da me e che invece entra in me. Varca i miei confini e inizia a gestire il mio paese di testa sua. In questo caso il mio paese è soprattutto il corpo, anche se questo virus gestisce mica male anche il cervello.

Vediamo – così per fare due chiacchiere e ammazzare questo tempo prima che ci ammazzi lui – alcuni esempi di sistemi difensivi e alcuni rimandi al cinema che da sempre li ha riconosciuti.

Un primo modo di reagire all’invasione è la bulimia. Più aumento il me stesso, più diminuisco l’altro. Se ingrasso di 100 kg gli altri mi staranno più lontani. Se riempio la mia testa di “idee” già conosciute, già “mie”, evito che ne entrino di pericolose, appunto quelle degli altri.

La bulimia difensiva dall’invasione fa un’equazione:

Se ingrasso all’infinito, IO = TUTTO.
Se IO = TUTTO, allora: GLI ALTRI = 0.

La difesa dall’invasione, però, non sempre contempla il risultato finale:
Se GLI ALTRI = 0, allora: IO = SOLO.

Possiamo individuare i campi d’azione di questa bulimia difensiva in 3 sfere principali: MENTE, CORPO, COMPORTAMENTO. Imbarcare nella mente quantità esagerate di parole, di libri, di serie tv, di immagini, di musica. Imbarcare nel corpo quantità esagerate di cibo. Reiterare compulsivamente comportamenti che non ci permettono di contattare la nostra vera volontà, la nostra libertà.

First Man, Damien Chazelle 2018. Storia Neil Armstrong, qui soprattutto un papà cui  muore una figlia piccolissima. Ogni suo pensiero sarà rivolto alla luna e al viaggio da compiere per raggiungerla. Calcoli, studi, preparazione. Tutto il resto verrà sacrificato. Passione per la luna, certo. Ma anche evidente fuga dallo strazio. Il virus, qui, è il dolore infinito per la morte della bambina.

La grande abbuffata, Marco Ferreri 1973. Storia di un’autodistruzione attraverso l’eccesso di cibo. Tenere lontana la paura, tenere lontano il dolore. Mangiare fino a morirne. Il virus, qui, sono la noia e l’angoscia del vivere, con le quali non si vuole entrare in contatto.

Steve Jobs, Danny Boyle 2015. Storia di un uomo barricato dietro il lavoro, che lo ripara dall’avere quei contatti umani che tanto desidera ma che troppo teme. Anche qui la vita è così riempita dell’uguale a se stessi che non può contenere nessun altro. Il virus, qui, è l’amore e il bisogno di essere amati.

Ma a parte la famiglia di quelli che aumentano se stessi per spostare il nemico più in là, c’è la famiglia dei personaggi che il virus lo guardano dritto negli occhi e che lo affrontano nelle più diverse modalità. Vediamone alcune.

“Houston, we got a problem” – (Apollo 13, Ron Howard 1995)
Sono i neutri, quelli che affrontano il problema dalla loro finestra razionale. Razionalità deriva da ratio, che significa razione. Nel senso che è solo un lato della questione. Ma loro sembrano non saperlo e questo li salva dal virus come paura.

“Francamente me ne infischio” – (Via col vento, Victor Fleming 1939)
Quelli che sminuiscono il problema e bollano l’attuale sofferenza sociale come isteria collettiva. Qualunque mestiere facciano, a loro è chiaro che questa situazione è molto sopravvalutata, anche se non saprebbero fornire la più elementare definizione di virus.

“Sono il signor Wolf. Risolvo problemi” – (Pulp Fiction, Quentin Tarantino 1994)
Quelli che sanno loro come si fa. Se solo fossero a capo della Protezione Civile niente di tutto questo sarebbe mai capitato.

“Mi piace l’odore di napalm al mattino” – (Apocalypse Now, F.F. Coppola 1979)
Nessuna paura, la vita va presa di petto. Se non possiamo andare in pizzeria facciamo numerose e gremite feste in appartamento. Non ci toglieranno la gioia di vivere, quei bastardi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

– “Non voglio metterti in imbarazzo, ma sono un chirurgo di una certa bravura, potrei aiutarti per quella gobba”
– “Gobba?…. Quale gobba?” – (Frankenstein junior, Mel Brooks 1974)
Negare, negare, negare sempre. È solo un’influenza è solo un’influenza è solo un’influenza…

“Una mattina sparai a un elefante con il mio pigiama. Perché andasse in giro con il mio pigiama non lo so” – (Animal crackers, Chico Marx 1930)
Quelli che vivono da un’altra parte. Problemi surreali con soluzioni surreali. Il tutto sembra funzionare perché da un punto di vista strettamente retorico in effetti è così.

“George, vuoi che ti tossisca addosso?” – (Virus letale, Wolfgang Petersen 1995)
Gli spiritosi. Non mancano mai. Ritengono di essere un filo più avanti degli altri perché sanno quando bisogna sdrammatizzare.  Meglio lasciarglielo credere. Se no vi tossiscono addosso per davvero 😀

Molti altri, lo so. Ma per questioni di spazio chiudo con i miei preferiti: quelli del controllo passivo dell’ansia. Osservano la situazione dal di fuori, come se non li riguardasse. E hanno una straordinaria capacità di dire cose vere e completamente inessenziali rispetto al momento.  Ecco qui.

“Quello che abbiamo qui è un fallimento della comunicazione” – (Nick Manofredda, Stuart Rosenberg 1967)
Ha molti fratelli simili, questo tipo. Parlano spesso di incomunicabilità, di problemi generali, universali, cosmici, senza mai entrare nel merito e tantomeno proporre soluzioni concrete. Sono bravissimi a non dire niente e ad avere sempre ragione.

“Tu non puoi reggere la verità!” – (Codice d’Onore, Rob Reiner 1992)
Il Governo sa tutto ma non ci dice niente. Perché la gente andrebbe nel panico. Non abbiamo idea di cosa stia succedendo in Cina ma giungono voci terrificanti e qui in qualche modo cercano di controllare le informazioni. Mica ti fiderai dei telegiornali!

“Molti di quelli che vivono meritano la morte e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare, Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti” – (Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello, Peter Jackson 2001)
Mah, non so, forse, magari. Non si può mai dire. Non si sa mai. Questi personaggi hanno una lontananza quasi mistica dalle questioni di merito. Ma volano talmente alto che è impossibile ricondurli al loro specifico pensiero su una specifica cosa.

Chiudo con quelli avviliti dall’Italia. Dal suo sistema politico, sanitario, comunicativo. Siamo i peggiori del mondo e loro soffrono moltissimo perché sanno di essere migliori e di meritare di più. D’altro canto…
“Lascia perdere, Jake. È Chinatown”.
(Chinatown, Roman Polanski 1974)

Videoanalisi – The Farewell, di Lulu Wang

Due parole su The Farewell, di Lulu Wang.

Lanciata dal Sundance Film Festival 2019, si appresta a concorrere come miglior film straniero ai Golden Globe 2020.

Una storia che ci interroga con semplicità e dolcezza. Ma rispondere non è per niente facile.

A un giovane attore

 

Empty theater from the view of the back row

Niente di quello che fai può fare a meno di te. Perché alla fine tutto ciò che ci interessa è vedere la vita accadere veramente davanti a noi. E il luogo in cui la vita accade sei tu. Per questo non ti puoi sottrarre. Così fatto come sei, con i capelli che hai, con gli occhi che hai, con il tuo modo di guardare e di parlare e con le tue emozioni. Paghiamo il biglietto per vedere le cose accadere davvero attraverso di te.

Perciò è legittimo che tu voglia fare delle buone scene. In tutti i teatri del mondo ogni giorno e ogni notte ci sono migliaia di attori che cercano di fare delle buone scene. Tra tutti questi teatri, ce ne sono alcuni in cui gli attori cercano di fare il contrario. E cioè cercano di permettere alle scene di avvenire attraverso di loro. Sai cosa intendo.

Si tratta di fare della tua vulnerabilità la tua forza. È una conversione di pensiero: anziché voler rappresentare la vita a modo tuo, diventare il luogo fisico in cui la vita si presenta a modo suo. E godere del fatto di essere visitato dalla vita che ti ha scelto per questo attirata dal tuo talento.

La questione è semplice: si tratta di cedere il controllo. Essere presente al presente implica non sapere cosa succederà di te tra un secondo, fluttuare insieme a quel che avviene come la foglia sul fiume. Arresa, consegnata all’acqua, non sapendo tra quanto arriveranno le rapide. Ma perché dovresti farlo? Perché cedere il controllo dopo tanti anni di studio impiegati a formarselo?

Per due ragioni.

La prima ragione è che la vita è più forte di te. Se decidi di riprodurla, sarete la vita da una parte e tu dall’altra a imitarla. Se decidi di giocare in squadra con lei, sarà la vita dentro di te ad organizzarti mente muscoli e cuore. Vedi tu cosa ti può convenire. E naturalmente so che ci sono moltissimi attori che hanno avuto un enorme successo seguendo la prima strada. La mia sensazione è che il pubblico cambi a una velocità iperbolica e che un certo modo di imitare e di far finta sia sempre meno sufficiente a convincere davvero.

La seconda ragione è che il controllo non è il comando. Non confondere le cose. Gli strumenti tecnici che hai appreso sono appunto strumenti. Saper usare la voce non significa per forza usarla come una pistola e risolvere così gli imbarazzi dei punti difficili. L’ansia di controllo ti induce a pensare che i problemi si possano arginare con gli strumenti tecnici che possiedi. Sai bene cosa intendo perché anche i registi collaborano a questo equivoco. Fammela più corta. Qui lei è molto più arrabbiata. Arrabbiatissima proprio. Più smorto, più smorto ancora. Smortissimo. Dove non capiamo andiamo di diaframma che tutto s’aggiusta. Grazie, no.

Il comando non ha bisogno del controllo. Riguarda la radice dalla quale fai partire quello che fai. Il comando in un certo senso non ha nemmeno bisogno di sapere come andrà a finire la scena, perché è troppo occupato a viverla. Ha capito che la meta è attraversare davvero l’esperienza di quel dialogo, non farlo in un determinato modo. E quando quel modo sarà comunque fissato – che alla fine è necessario quasi sempre – questo fissaggio riguarderà le azioni fisiche da compiere, non l’esperienza del compierle. Di quella sei sempre padrone tu. Quello è il comando. Cedere il controllo, rinunciare.

Quando progetti e pianifichi a tavolino tutte le svolte psicologiche del tuo personaggio durante la scena, rischi di finire come quella coppia che si scriveva tutto quello che avrebbe dovuto fare durante il rapporto sessuale. Alla fine lei si girerà verso di te e ti dirà la stessa cosa che si dice sempre dopo gli spettacoli fatti così: Alcune cose molto interessanti. Sarà un bel momento. Stampatelo in mente se la ami perché è probabile che sarà anche l’ultimo. Come avviene a troppi spettatori in troppi teatri.

Quando reciti non fare mai a meno di te, non sacrificare al controllo la bellezza della vita. Sei nell’abisso della scena e l’attore che ti sta di fronte è la tua bombola d’ossigeno. Non perderlo di vista mai. Sentilo sempre. Respiralo, dipendi da lui. E portaci con te lungo i fondali.

Vai sul set e divertiti. Vai sul set e divertici.

Buon cammino.

 

 

 

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